La casa del sonno, Jonathan Coe.

6Una vita passata a leggere Dostoevskij, che si è irrimediabilmente compromesso sanguinando sulla carta; Kafka e la sua angoscia, che una volta permeata non allenterà mai più la sua morsa, finché morte non vi separi; Cioran e il suo romanticismo mortuario, che nei momenti più impensabili ritorna a galla e ti fa deragliare; Jodorowsky e le sue follie, inoppugnabili realismi che solo una mente cieca può rifiutare di assorbire; la Plath e la sua costrizione continua, uno strappo, uno sgarro, una donna compromessa nella forza della resistenza, divorata dall’astratta veridicità dell’uguaglianza; Céline ed il suo nichilismo sfrontato, volgare, sporco, intriso di particelle galleggianti di stanchezza, che metterà sempre l’animo in una posizione scomoda, un misto di pietà e comprensione, con un costante, presente, tangibile desiderio di monotona quotidianità che non puoi avere, se non cedendo consapevolmente alla spersonalizzazione del compromesso, tra le cose più atroci che esistano; Roth e la sua acutissima capacità di devastare qualsiasi diga ti tenga arginato, con una moltitudine di parole che pur avvertendole dentro non dirai mai, ma ci pensa lui a dirle, e ti annienta così bene che non ne fai più a meno, non riuscirai più a smettere di chiedergli di parlare anche a tuo nome, perché è questo che fa: ti (ri)dà voce nel momento in cui tutti te la tolgono, ti fa sentire pazzo ma giusto e sacrosanto nella tua pazzia; Miller e la sua irrequietezza, macchiata da un sempiterno sentore di inconcludenza, di non appartenenza, di distacco, che renderà le sue mancanze di figlio, prima che di uomo, le tue e ringrazierai che, almeno una volta, qualcuno si sia sentito esattamente come ti sai sentendo tu: discostato, pronto ad esplodere senza sapere cosa fare realmente per vederti brillare; Berto e la sua fatica, una fatica densa e collosa nel sentirsi uno e non tutti quelli che l’hanno ammaestrato ad essere tutti gli altri, che tenterà di farti capire che essere se stessi è la forma più alta di sincerità che puoi e devi concederti o finisci volontariamente esiliato, a fare i conti con una coscienza annebbiata dai contesti sociali e convenzionali; Tondelli e la sua sconfinata tristezza, una tristezza che però non ti leva il sonno, che te lo culla, una tristezza incorporata come un ago che buca un palloncino ma non lo scoppia, che col passare del tempo ti darà uno dei pochi conforti concessi nelle notti di pioggia: la distrazione della tristezza non inquinata, pura e distillata, trasparente, avvolgente, pacifica.

Una vita, breve e vuota, riempita da un’empatia feroce, riempita da migliaia e migliaia di caratteri nerissimi, di virgole, di carta lucida, riciclata, di grafite, di troppi o troppi pochi segni di interpunzione, di dialoghi, di sterzate e monologhi non terminati, di sospensioni, di tempi dilatatati, di storie confortevoli nel loro disarmo, una vita passata ad affidarsi in chi si è ostinato nella pagina bianca che veniva dopo, mattino dopo mattino. Poi, una notte di Settembre, arriva Coe. Arriva il suo La casa del sonno, comprato in un pomeriggio qualsiasi, in una libreria pressoché anonima di un altrettanto anonimo centro commerciale. Arriva destabilizzandoti inizialmente, con gli intrecci, con le sfumature, con le non spiegazioni. Arriva e fa una cosa precisa, fulminante, versando al termine: prende la crudezza del sentimento e te lo sbatte dritto sul muso, sugli occhi, sul petto, te lo scaglia addosso e ti dice (mi ha detto): “Pensaci, pensaci prima di non parlare, di scegliere senza aver compreso le ragioni o anche soltanto i pensieri dell’altro, prova a farlo almeno, al di là dell’esito. Prima di diventare un altro per qualcun altro, pensaci. Dormici su e pensaci, in fretta se vuoi ma pensa prima di farti carico di sentimenti che non sono chiari neanche per chi li prova, pensaci e non sparire pensando di aver capito ogni cosa perché anni dopo capirai, con non poca amarezza, che non ci avevi capito proprio un bel nulla e il cambiamento che ti sei scelto, o imposto per qualcosa che hai soltanto creduto di aver carpito, non potrai più ripristinarlo e sarai costretto a nascere di nuovo, che tu lo voglia o meno. Pensaci ed evita(ti) di vivere in funzione dell’ossessione delirante di un innamorato.” Arriva e tutto si rianima, in un’unica orgia violenta e mentale, in parole di un concetto che chiunque, chi più, chi meno, conosce, ma che lette nel modo in cui le riversa su pagina lasciano quella flebile sensazione di cataclisma, di aver definitivamente mandato tutto in frantumi senza più possibilità di ricostruzione.

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