Anaïs Nin, Diario, volume primo 1931/1934.

4Spesso, nel tempo, ho letto recensioni negative, prima ancora che per gli scritti, per la persona, su tutto ciò che è stato prodotto dalla Nin. Partendo dal presupposto che persona e scrittore, o più in generale persona e artista, a parer mio, vanno sempre distaccati, altrimenti non ne usciremmo vivi da qualsiasi prodotto artistico, leggevo termini come “noiosa”, “infantile”, “inconsistente”, termini che, adesso che un po’ so a cosa fossero riferiti avendola letta, mi sento in dovere di ampliare con un parere personale.
Anaïs, inizia a scrivere il suo Diario appena adolescente, in seguito all’abbandono del padre e al trasferimento in America, terra sconosciuta, infertile, molto meno appariscente della vita a cui era abituata grazie al lato artistico del padre, musicista ed esteta sfrenato, al pari di D’Annunzio, che amava circondarsi di bellezza, sfarzo, costruendo attorno a sé un mondo quasi perfetto che comprendeva ben poca umanità, soprattutto verso i due figli e verso la moglie, completamente diversa da lui, con una educazione molto più compatta ed essenziale alle spalle. Quel diario, iniziato in quel viaggio oltreoceano, per lei rappresenta un vero e proprio diario di bordo, dove vengono annotati stati d’animo, cambiamenti, diversità, l’intero contesto differente a cui dovrà abituarsi, una lunga lettera per un padre lontano, per tenerlo al corrente di ogni cosa nuova. Un filo immaginario, teso all’inverosimile, perché l’unione sanguigna non venisse dispersa. Il padre non è mai stato realmente un padre, trattava astiosamente i due figli, soprattutto Anaïs, ed in secondo momento si capirà che era perché vedeva in loro la moglie, il retaggio della moglie, con cui non aveva affinità. Li puniva, quasi, tenendoli distanti anche quando vedendolo andar via gli si sono letteralmente avvinghiati alle gambe perché restasse. Lo strappo primordiale. La cessazione della fanciullezza. Il distaccamento improvviso. L’abbandono. Una bambina non ancora donna che porterà sulle proprie spalle un vuoto riempito dalle innumerevoli amanti giovanissime di un padre assente. Infantile? Sacrosanto che lo fosse, direi. Volente o nolente, l’abbandono porta a riempirsi di spiegazioni effimere e che nessuno può confermare per non soccombere, porta ad un cambiamento repentino, in chiunque, porta con sé buio, freddo, disillusione. L’unico “amico”, veicolo di esistenza reale, che Anaïs trova per non appassire è il diario. Un diario che l’accompagnerà per l’intero scoscendere d’una vita, irrimediabilmente. In America, inizia con i suoi primi scritti, delle storie che scriveva principalmente per la madre e per il fratello, ed inizia a percepire una acerba predisposizione verso la scrittura. Leggeva molto, anche, ma senza una vera e propria guida, andando in biblioteca e leggendo in ordine alfabetico qualsiasi cosa trovasse. Fu così che passò il periodo americano, leggendo, scrivendo, tenendosi fedele al diario, con una madre che si prendeva cura di loro lavorando molto, ma dando ben poco affetto alla bambina che ancora era, troppo simile al marito che aveva visto andare via.
Torna a Louvenciennes all’età di 25 anni, circa. Torna una giovane donna, molto bella, surreale quasi, eterea ma terrena, sognatrice eppure realista, una donna duale e profonda, con capacità di introspezione altissime che va a fondo senza paure, cerca verità, crea una prima impronta personale di stessa, la adorna con una casa accogliente, calma, sprofondata nelle fondamenta tanto da dare l’impressione che fosse nata dalla terra stessa, contornata da un giardino fitto, nel quale passeggerà, scriverà, parlerà con amici, scrittori, musicisti. Creerà atmosfere avvolgenti e calde, attorno a lei, e concederà aperture emotive con tutta l’accuratezza di cui è capace, laddove avvertirà talento, passione, carattere.
Non è affatto semplice descriverla, non è affatto semplice cogliere ogni aspetto di quel profondissimo lavorìo mentale che la contraddistingueva, che si intersecava nel suo lato umano e predisposto all’accoglienza. Francamente, non sono neanche degna di tanta apertura personale, mi sento appena in grado di comprendere quel poco che lei stessa lascia trasparire, prima di avvilupparsi nei suoi molteplici Io, e questo, in ogni caso, vuole essere più un tributo alla scrittrice che una spiegazione o una giustificazione della persona.
Il suo Diario è spoglio di avvenimenti storici, non ha rimandi a cose realmente accadute nella Francia degli anni trenta, qualche nome appena di quelli che poi diverranno scrittori, drammaturghi, ma non bastano a contestualizzare, e questo perché essendo il diario un flusso di coscienza non ha alcun bisogno che vi siano descritti avvenimenti realistici, lei stessa non si scontra mai con la Storia, quello con cui si scontra e che sviscera magistralmente è l’essere umano, semplicemente. Poco dopo il suo ritorno, incontra Henry Miller, colui che diverrà amico, amante, parte integrante di se stessa, primo lettore del diario, colui che la farà sbocciare nei sensi, ancora incastrati nell’ordine auto-imposto, dentro e fuori di sé, colui che le riempirà la mente di strade, di storie, di sobborghi, di caffè, di odori e sensazioni forti, di vitalità, di puttane, di sesso e sessualità, di esperienze notturne, di una massa sconcertante di parole scritte e dette, di violenza verbale e resa alla vita stessa, colui che la renderà terrena, liquida, e che per contrasto la riscalderà nell’intimo, assieme a June, compagna di Henry, l’inafferrabile June, della quale carpirà soltanto uno strato superficiale della persona che è, complessa e teatrale. Così inizia un lungo percorso dentro se stessa, che verrà scandagliato per anni, grazie all’analisi e alla conoscenza con il Dottor Allendy, che dovrà poi abbandonare perché non più obiettivo ma innamorato. Collaborerà molto con Miller, non soltanto aiutandolo a scremare i suoi scritti densi e caotici, ma anche apprendendo da lui l’esporsi alla vita e agli accadimenti naturali, ed insegnandogli a sua volta come una vita ordinata assieme al caos mentale potesse generare frutti inestimabili nei suoi lavori. Negli stessi anni, pubblica il suo libro su Lawrence, ed è in un certo senso da qui che inizia la consapevolezza, appresa appieno in seguito per merito del Dottor Rank, il suo secondo analista, di quanto il diario la stesse inglobando tanto da non permetterle di scrivere narrativa o altro che potesse essere pubblicato; nulla di artistico quindi, soltanto una dipendenza, che lei stessa descrive come la sua droga, da pagine immediate, da coscienza, di conoscenza personale attraverso una auto-analisi e riflessioni di ogni genere. Riflessioni che non è usuale ritrovare, oggi, in chi ci sta accanto, per questo ancora più preziose. Non sta insegnando niente a nessuno né vuole farlo, con il Diario, vuole soltanto tenere integri quei fili tesi che la scindono in molte altre forme di sé, annotare quel che le accade intorno e in chi gli sta intorno, si da il benestare di essere una bambina e poi una donna abbandonata che prova a riconquistarsi un posto nel suo mondo. Otto Rank, analista e pupillo di Freud, l’aiuterà molto, in questo, l’aiuterà a disfarsi dell’ossessione e della coercizione del diario, l’unico strumento veritiero che possiede, per lasciar spazio all’artista e al suo distaccamento dalla psiche che le permetterà poi di scrivere, realmente.
Prima che in lei fiorisca del tutto la donna che poi diverrà, un incontro inevitabile la mette difronte alla sua nemesi, il padre. In lei scatta un desiderio di conquista, corteggia l’uomo, non la figura paterna, vi è insignita una affiliazione tale che le fa quasi desiderare di essere essa stessa una delle sue tante amanti più giovani. Ci saranno incontri, giorni tra loro passati insieme e da soli, in cui a poco a poco scoprirà di non essere il suo specchio femminile ma una persona totalmente diversa che non ha bisogno di equilibri falsati da un io appagato dall’avere intorno chicchessia pur di non fare i conti con se stessi. Non avverte più il bisogno di bugie mirate al quieto vivere quotidiano, non aspira più all’amore di un uomo fatto di esteriorità in tutti i contesti, non vede più il demone feroce, ma soltanto l’uomo triste e solo che si regge a stento su un parapetto di falsi ideali. Da tutto ciò, nascerà La casa dell’incesto, tra ricordi, allucinazioni, prese di coscienza. In seguito, continuerà a ricercarsi, a sentirsi, a lasciarsi andare sempre più, a comunicare, a crescere, diventando una scrittrice proficua ed una donna della quale chiunque si sarebbe innamorato, conoscendola.
Definire “noiosa” una tale predisposizione alla conoscenza in tutte le sue svariate forme, fisiche e mentali, è ingiusto. Persino quando Anaïs descrive il suo aborto, al sesto mese di gravidanza, un aborto dolorosissimo, prova quanto fosse, rispetto al periodo storico, del tutto avulsa dalle imposizioni, dalle convenzioni, dagli obblighi, dalla società imponitrice. Capisce di essere una donna non portata per la maternità, ha il coraggio di ammettere che non ha bisogno di un figlio per sentirsi realizzata, in parte per via dell’abbandono del padre, superato ma mai dimenticato, in parte perché si sente già madre di ogni uomo o donna che aiuta nello sviluppo della propria persona. Non è una donna egoista, priva di amore, è piena, talmente piena di amorevolezza e comprensione che, appunto, capisce di non aver bisogno di ulteriori conferme in un altro essere umano venuto da lei.

In conclusione, nel periodo storico in cui viviamo, non ci si dovrebbe permettere il lusso di definire questa donna una donna egoista e noiosa. Va definita egualitaria, giusta, comprensiva, consapevole, aperta, intelligente, non noiosa. Noiosi sono coloro i quali la descrivono noiosa perché non capaci di distinguere un gusto personale, laddove qualcosa non piaccia, dall’oggettività con cui dovrebbero parlarne.

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