Carlo Emilio Gadda: Ricordo di mia madre.

“Alla vostra domanda rispondo nel rimpianto e nella memore pietà onde l’animo di un figlio si rivolge alla madre che ha perduto: alla persona che Dio gli ha comandato di rispettare e di amare al di sopra di ogni altra nel rapido accendersi e estinguersi, nell’attimo irripetibile della propria esistenza.
Mia madre fu donna di forte animo, e talora di buon discernimento al valutare casi, opinioni, leggi (spartane ed altre) e miti: e fandonie, idee facili o difficili, circostanze di fatto, anche avverse. La sua umanità, la sua bontà quasi fisica per gli umili, per i deboli e per gli sprovveduti, diedero a me fanciullo quel trasporto misericorde, quel riguardo ai viventi, ai vecchi, ai mendichi, agli animali randagi di supplice guardatura nella lor fame, quella compassione per le creature che soltanto le amarezze e le sofferenze di più cogniti anni pervennero ad affievolire. A poco a poco la carità naturale e il suggerimento della materna gentilezza si tramutarono in una contraria disposizione dell’animo, esacerbati a muta riprovazione dello strazio interminato di quel vivere, se vivere era. Mia madre potè assistermi con la sua forza di volontà (di carattere esclusivo nel riguardo del volere altrui) fino a quindici diciassette anni. Ferma ed esatta la sua memoria, per lo più viva ed acuta e talora impetuosa l’asserzione. Il racconto, il referto, accompagnato o a volte preceduto dal giudizio. A quel che mi è dato rammentare, poco esperta delle fiabe con cui si chetano fascinandoli i bimbi, e direi tutt’altro che incline a quei nursery rhymes e alle cantilene giocondamente rimate con cui le buone mamme e le ottime bambinaie si studiano addensare il sonno sulle palpebre ai nati. Le sole favole a cui in anni ulteriori ella m’invitò si accesero nel mio animo come stille di una gemmante rugiada, discese dall’autorità suasiva e dall’arte suprema di Jean de La Fontaine, dell’idioma subito amato della sua gente. Mia madre secondò alle poche ore serene la lettura e la dedizione di Fedro, mi dié a leggere (avevo sei anni) la finzione-verità dei primi canti di Dante subito acquisita come stupenda finzione, più tardi mi parlò di fatti anticamente manifesti nella storia d’Italia o delle Gallie, sempre raccogliendone il «suono famoso» con i rapidi accenni di chi riferisce e giudica, al di qua di ogni «tromba della fama» e di ogni idolatrico verbiage.
I durissimi anni in cui sola contro le asperità volle raccoglierci intorno a sé quasi a preservarci dai suggerimenti (per lo più saggi e umanissimi) di coloro ch’ella chiamava «gli altri», la videro infaticabile custode di principi e di petizioni di principio di cui ormai non potevo che dissentire. La sua volontà eroica seguitò a volere, immemore forse che al di sopra di ogni mito dell’orgoglio egocentrico e d’ogni romantica iperbole circa la volontà del volitivo, del singolo, sta quel motto vivo e bonario di nostra gente: «l’uomo propone, Dio dispone». Volle, come la ruota che trae la mola dove frumento non scende.
Una minore fermezza, forse, il salubre dubbio di chi dubita (illuminato da Dio) dei decreti della propria infallibilità avrebbe reso più accetto alle giovini e doloranti anime l’inserimento di una società dentro la quale bisognava pur vivere, dacché altra non c’era intorno alla nostra sprovveduta indigenza, e alla cui compagine mi sentivo già estraneo.
La “saeva paupertas,,, la crudele povertà che a dire del poeta formò di sé i padri e i fondatori della patria distrusse in me viceversa ogni attitudine a sopravvivere. Tutto sta nell’intendersi circa la molto elogiata povertà rurale, voce «che» io credo venga del tutto fraintesa da’ retori, dalla faciloneria salivosa degli zelatori del sacrificio [altrui]. Caratteristica prima d’ogni elevato sentire di tipo umanistico o romantico in corpo denutrito e in circostanze disperate è quella di distruggere il senziente, e di essere sventolato a bandiera sull’annientamento del prossimo. Mia madre credette a quel potere sovrumano di sopportazione ch’io non ebbi, salvo che in guerra, e non ho e non voglio avere.
La morte del figlio la impietrò. Nemica d’ogni ostentazione di lutto e d’ogni lacrima esibita, non la vidi piangere mai. Né prosa né verso, lamento o lagno non era, non fu sua briga. Mi versò nel sangue come ad erede biologico il senso della povertà semplice, del compito esattamente adempiuto, il tedio delle calie, l’avversione alla montatura profittevole di affetti meramente scenici, alla ritualistica di chi non sa come perdere le giornate: codesto libro d’ore dei pensieri e dei doveri inutili che incontrano il plauso dei coltivatori, dei giardinieri del sentire.
Io ci aggiunsi, all’eredità biologica, l’orrore dei ritratti dei cretini, e del mio: iconoclasta o almeno autoiconoclasta assoluto, teoretico e pratico. ›Dio mi punisce coi fotografi.‹”

Risposta ad “Oggi”, per il dott. Giovanni di Giovanni, La cognizione del dolore.

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