Anaïs Nin, Diario, volume secondo 1934/1939.

5Quel che mi affascina sono le sfumature di ogni giorno, i cambiamenti sottili di carattere e la sua relatività. Voglio essere la scrittrice che ha descritto meglio la relatività, i dualismi, le ambivalenze, e le ambiguità.

Ci è riuscita, in pieno. Dopo aver terminato il secondo volume del Diario, posso affermare che l’intento di Anaïs è stato adempiuto nel migliore dei modi, è riuscita a dare al dualismo una forma concreta, non lasciandolo fluttuare nel contorno sfumato dell’indecisione. Immersa nella sera, penso con non poco sconcerto alla sua densità descrittiva estremamente lucida. Leggendo il primo volume, sapevo benissimo quanto riuscisse ad essere conscia e corposa, eppure mi sono ritrovata a dover rallentare la lettura per la fittezza della scrittura, oltre che degli argomenti. La cosa più impressionante è il rendersi conto di quanto sia riuscita ad infondere il sentimento – per meglio dire, il sentire – nelle parole, pur non avvalendosi di una prosa liristica particolarmente voluttuosa, che non vuol dire che non abbia utilizzato proprietà lessicali adeguate, vuol dire, piuttosto, che l’utilizzo della parola è rimasto inalterato nel suo fine, non è stato ingigantito, gonfiato, disperso inutilmente. Il secondo volume è meno personale, in un certo senso, presenta più ricettività verso il mondo circostante, non è improntato soltanto su se stessa che prende coscienza di quello che la circonda, ma si espande nella relazione di se stessa col mondo, di se stessa che si approccia al mondo, dopo averlo guardato. Ci sono meno introiezioni dettate dall’inesperienza della giovinezza, rispetto al primo volume ci sono molte più considerazioni esterne, ci sono molti più dettagli dei suoi rapporti amicali, dettagli su come le sue amicizie la trasportassero anche in mondi non soltanto suoi, mondi che non aveva costruito individualmente, che non aveva creato, ma assecondato.

L’inizio del volume non è soltanto metaforico, l’arrivo a New York da Rank è davvero un inizio diverso, rispetto allo scorrere tranquillo e monocorde della vita a Louvenciennes. Dai salotti, dai caffè, dalle passeggiate di sera sulla Senna, alle quali era abituata, si ritrova immersa in una frenesia totale di grattacieli, luci, vitalità diurna e notturna, continuo movimento, un vorticare perenne di persone di cui si perde la singolarità e ci si trova ad ammirarne la moltitudinalità, in un moto personale altrettanto perpetuo. Il paragone con la New York che l’aveva accolta dopo l’abbandono del padre è immediato, non era più quella New York sostanziale che l’aveva vista impaurita, questa era una New York che la vedeva fiorita, vivida, attenta, pronta a farsi risucchiare nel suo ciclo vitale. Per un anno, circa, New York fu la sua casa, Otto Rank il suo caposaldo, ancora una volta, si dedicò quasi interamente alla psicanalisi e ai pazienti stessi che Rank che le affidava, vista la quantità considerevole che rappresentavano. In un primo momento, l’incessante lavorìo le lasciò molto ben poco tempo per scendere nelle sue solite introspezioni, la sua dedizione fu tale che gli stessi pazienti, anni dopo dal suo rientro in Francia, le scrivevano quanto li avesse aiutati, fondando quell’aiuto su un linguaggio poetico, non stridente e clinico come ci si aspetterebbe da uno psicanalista dell’epoca, con prime considerazioni su quanto le nevrosi potessero essere una sorta di romanticismo moderno. Il distacco dalla sua vita francese fu lo stesso anche per quanto riguardava Miller, alle prese con il Tropico del Cancro nello stesso periodo, quella vita vissuta anche per lui, che in Francia l’aveva smossa, ebbe una arresto, una sospensione, un momento di stasi. In quel poco tempo che riusciva a trovare per se stessa e per la sua scrittura, lo stupore per quella città tutta apparenze, fulgori, durezza, restò intatto, fintanto che la stanchezza non ebbe la meglio e le diede la consapevolezza che quel mondo fatto di pazienti la stava spegnendo, avviluppandola in una morsa di problemi non suoi da cui era poi complicato distaccarsi. Lo stesso Rank contribuì a quel senso di oppressione e costrizione con la richiesta continua che fosse lei a trascrivere i suoi libri perché quel tedesco imperante diventasse più comprensibile per i lettori, lavoro che, se anche avesse voluto portarlo a termine accettando, le sarebbe costato la vita intera. Svuotata, quindi, ormai al limite, decise di ritornare in Francia.

Tornare in Francia non fu l’immediato lenimento che si aspettava, anzi, fu traumatico prendere atto di come ogni cosa le sembrò irrimediabilmente vecchia, consunta. La sua stessa casa a Louvenciennes, un tempo ritrovo di artisti e calore, aveva perso il suo incanto. Quelle stanze, guardate al suo rientro, erano la messinscena di un’altra Anaïs, una Anaïs che si era circondata di bellezza ed armonia per soccombere al senso di precarietà dato da un padre visto andar via. Nessuna traccia di quel nervosismo newyorkese, neanche la più minima, tutto era come poggiato su uno specchio d’acqua e a malapena ne subiva le oscillazioni. Ricominciare non fu semplice, ma nuove amicizie tramite Henry arrivarono e così arrivò anche nuova linfa vitale, un rinnovamento, un nuovo sentore di vitalità, ormai appassita. L’estate del ’35, infatti, li vide tutti impegnati, aiutandosi, con i loro lavori di stesure e con l’idea di una tipografia (battezzata poi da Alfred Perlès col nome di “Siana”, contrario di Anaïs).

Inquietudine, tutta la prima parte del volume è intrisa di inquietudine, per lo più derivata dal suo ruolo di analista e dall’aver preso coscienza delle nevrosi altrui, dell’essere umano in genere, nella loro totalità. Un primo scontro con un mondo che non la vedeva come unica protagonista in tal senso era avvenuto. Nel ’36, fece un viaggio a Fez che esercitò su lei un influsso positivo, l’inquietudine venne in buona parte messa a tacere dal districamento dall’emotività, dall’imparare a distarsi perdendosi in una città sconosciuta, diventando un tutt’uno con le mura stesse.

Furono anni pieni ed intensi, quelli che vennero in seguito. Ci furono un avvicendarsi di accadimenti che persino lei, che fino ad allora aveva preferito dedicarsi ad un mondo individuale anziché al mondo esterno e politico, non poté ignorare. Mentre i conflitti tra Spagna e Francia infuriavano attorno a loro, la sua quotidianità divenne lenta e terrorizzata dal peso di realtà che però non riuscivano a dissolverla come persona. Subiva non poco anche Henry, la sua pazzia e la sua stanchezza per via del Capricorno in scrittura, emblema della magnificente vuotezza umana. Avvertiva chiaramente quanto quel suo mondo umanitario creato dal nulla stesse venendo risucchiato dal terrore politico di quel periodo, dividendola tra l’eterno sogno che la nutriva e di cui aveva bisogno tenuto insieme dal diario e la realtà d’artista messa in ombra dalla registrazione reale del loro periodo storico non espansa dal diario. Per la prima volta, affronta tematiche più realistiche scrivendo di rivoluzioni e guerre, da artista umana che vede il mondo sgretolarsi tutt’intorno. Non è più una donna ferma nell’analisi, è una donna entrata nell’azione. Un’azione disequilibrante, però, che comprendeva la guerra civile spagnola, lo scoppio della seconda guerra mondiale di lì a poco, la rivoluzione, la paura di dover rinunciare per sempre, tutti, al loro modo romantico di vivere, la distruzione del singolo e dell’insieme, lo scontrarsi con le disumanità inflitte da Hitler, la disperazione vissuta nelle buie notti di Parigi, e l’estremo tentativo di vivere anche questo, restando finché ha potuto, per non chiudere gli occhi dinanzi alle efferatezze, aiutando tutti coloro che amava quanto più le è stato possibile, vivendo anche il divorzio del padre con Maruca e il suo l’auto-esilio a Cuba, un padre che forse non avrebbe seriamente più rivisto, facendo riemergere in lei ogni sentimento che pensava di aver risolto e messo a tacere sia verso l’uomo, sia verso la sua figura genitoriale assente, infine anche il risentimento per Henry che aveva voltato le spalle a tutto ciò lasciandola sola, incapace di sopportare il dolore, egoista ed asserragliato su sé fino al midollo; nulla più da salvare, quindi, soltanto gli ultimi addii, per poi abbandonare assieme al marito, stavolta per costrizione, quel suo lato francese che non sarebbe mai più stato lo stesso al suo ritorno, alla volta di New York, quella stessa New York che l’aveva vista libera anni prima, viva, raggiante, adesso l’accoglieva per la terza volta, persa e col cuore colmo di tristezza.

Leggerla mentre descrive tutto ciò, leggere degli stati d’animo suoi, dei suoi amici, di ogni persona che abbia aiutato, sbattere contro il muro invalicabile di una guerra mondiale che esplodeva è stato disarmante. Non è scaduta nel diletto di domande con risposte impossibili, è rimasta profondamente ancorata alla terra, alla realtà, pur sentendo il sogno sbriciolarsi inevitabilmente. Avvertire la sua stessa angoscia sul petto, seppur in modo meno concreto, è stato come avvertire l’inferno di Dostoevskij o la solitudine di Kafka, soprattutto perché, come poi scrisse, “Questo volume ritrarrà la fine della nostra vita personale”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...