Rimini, Pier Vittorio Tondelli.

12Il trionfo postmoderno della massa abbagliata e conquistata dalle apparenze scintillanti di una Rimini anni ’80, dove la mondanità frenetica rappresentava una assenza di profondità personali, completamente soggiogate dal ritmico ed incessante fulgore del nulla. Sogno ad occhi aperti di un’epoca in espansione, un gioco di realtà ed illusioni pervade una città consumistica che, tra le miriadi di pensioni, hotel, spiagge e turismo poliglotta, vede protagonisti l’effimero e le sconfitte, celati al di sotto di illusorie rivincite. Un viaggio nel viaggio, infinito e a tratti inconcludente, quasi stagnante, come se anche il lettore stesse guardando, immerso nel traffico, con lentezza, una costa stracolma, asfissiata dall’incedere faticoso di corpi addossati e indistinti su spiagge dorate dove il giorno e la notte si confondono fino a desistere. Si diventa commedianti allo stesso modo dei personaggi, si osserva, si avverte la calura, la pazzia, l’istrionismo, l’impellente bisogno psico-fisico di essere parte integrante di un marasma generale fatto di droghe, sbronze, giornalismo d’assalto e sessualità divorate in stanze anguste di alberghi gremiti e vocianti. Descrizioni fitte e dettagliate daranno la sensazione di esserci stati, di aver conosciuto quel periodo sul serio, pur non avendo vissuto quel decennio di esibizionismo.

Rimini nasce postumo da un rifiuto dello scrittore, anni prima, ad una proposta del direttore di un quotidiano a cui collaborava e che l’avrebbe voluto alla lavorazione di un inserto speciale, nei mesi estivi, in riviera. Come Tondelli stesso scrisse fu soltanto il “frutto di una fantasia imbrigliata nei canoni settecenteschi della “verisimiglianza” a dargli vita, un romanzo del tutto immaginario per quanto rispecchiante una realtà esistente. Quel che voleva è che Rimini fosse la sua Hollywood, “Una palude bollente di anime che vanno in vacanza solo per schiattare e si stravolgono al sole e in questa palude i miei eroi che vogliono emergere, vogliono essere qualcuno, vogliono il successo, la ricchezza, la notorietà, la fama, la gloria, il potere, il sesso. E Rimini è l’Italia del ‘sei dentro o sei fuori’”. L’intento viene espresso sapientemente, con crudezza e senza sofismi di sorta, un girone dantesco vibrante e trascendentale di auto-distruzione che come la marea riporta a galla corpi rigonfi di disperazione. Un’Italia grondante sudore, un’enorme patta dei pantaloni aperta, sbracata su se stessa, che giudica e afferra e macina e corrompe e insinua e non si ribella.

Un romanzo new wave a più voci, ognuna delle quali calzante ai vari personaggi, per lo più intersecati, con storie personali che si incrociano, si sfiorano, si allontanano, si riavvicinano, si scontrano, o non collimano mai, se non nel racconto; più strati, quindi, che lentamente si formano con la narrazione. La voce predominante che accompagna la lettura è quella di un giornalista che recide la sua vita passata e va incontro ad un probabile futuro, che si sente pronto per qualcosa di nuovo, di importante, ma che in seguito si scontrerà con emozioni fino ad allora oscurate dalla giovinezza. Sarà il suo cinismo e la sua freddezza a far da sfondo a personalità ben più profonde, ad amori tormentati, a giochi di potere, a misteri umani, a tragedie e riconciliazioni. A primo acchito è un libro impersonale per via della patina immaginifica continuamente dettagliata ma, a ben guardare, è uno spettro civilistico preciso e realistico, coerente nella sua estensione, tanto quanto lo è la città stessa. Quello che all’interno del libro è un semplice luna park, all’esterno si trasformerà in una dannazione seduttiva a cui è impossibile resistere.

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