Opus Pistorum, Henry Miller.

1Fernanda Pivano, nella postfazione di Opus Pistorum, scrive: “Il suo mondo di felicità erotica si muove nella suburbia in una società di falliti e disperati, di paranoici e impossibilitati come quella cara agli impressionisti tedeschi ma cantata con un ritmo e una figurazione cara ai surrealisti francesi; una società che Miller guardava con occhio realista tipicamente americano. Chi vuole a tutti i costi considerarlo uno scrittore pornografico dimentica la letteratura pornografica tradizionale che discende figurativamente da De Sade, quella che descriveva orge da Settecento in castelli del Settecento arredati con sfarzosi velluti rossi: gli ambienti di Miller sono camere squallide da pochi soldi o minuscoli appartamenti di periferia che lo scrittore pulisce ogni mattina come una brava massaia. In quelle camere, in quegli appartamentini non si svolgono orge ma incontri disperati nei quali il sesso sembra l’unica speranza, l’unica via di uscita dei diseredati.
È oltremodo necessaria questa contestualizzazione ad Opus Pistorum, necessaria perché è un libro che, nonostante passino gli anni, desta ancora aggettivi quali “osceno”, “scandaloso”, “blasfemo”, “volgare” a voler essere gentili.

Siamo nel 1940, poco dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale che costrinse Miller e molti altri al trasferimento in America. Nel settembre di quell’anno, Miller conosce uno dei soci della libreria Larry Edmunds, Milton Luboviski, in seguito soprannominato il “Collezionista”, e dal quel pomeriggio nacque un’amicizia trentennale. Nel ’41, il socio di Lubovski morì, lasciando a lui la completa gestione della libreria e questi, per arrotondare in un periodo piuttosto scarno di profitti, iniziò a vendere ad alcuni clienti come registi, sceneggiatori, produttori cinematografici, opere pornografiche, quando ne reperiva. Miller, che inizialmente non navigava certo in acque ben più proficue, propose a Milton del materiale da vendere scritto appositamente. Milton accettò, per la cifra di un dollaro a pagina e di ogni diritto ceduto su quello che veniva scritto e quando col passar del tempo le pagine andavano accumulandosi, tanto da poterci formare un libro, Miller stesso lo intitolò Opus Pistorum.

Nasce così, a mio parere, il sesso più desaturato mai scritto da Miller. In ogni altro suo libro, l’accoglimento verso una sessualità sporca, volgare, quella onnipresente fame del brutto e dei sobborghi, del sesso come puro impulso fisico, è naturale, è mischiata alla vita stessa, diventa un approdo; qui, invece, si avverte tutta la scrittura puramente sessualizzata per il fine ultimo della nuda e cruda eccitazione non comprensiva di altri sentimenti più nobili. La differenza tra il sesso e l’erotismo descritti nei Tropici o nella Crocifissione in rosa sta nella naturalità di intersecazione della sessualità nella vita di tutti i giorni che qui non è presente. Le descrizioni, nello snodarsi di quest’unico racconto in cui le vicissitudini dei protagonisti vengono esposte man mano, sono esplicitamente visive, atte a ricreare scene particolarmente impudiche, lascive, supportate da una prosa quasi parlata che tende ad acuire il senso di depravazione (o di deprivazione, volendo) deliberato e predominante di una mascolinità imposta su femminilità che esistono soltanto nell’orgasmo. È una lettura non semplice, considerando lo spettro sociale in cui viviamo. Io per prima, per quanto sia abituata a questo determinato genere di letture, mi sono spesso ritrovata a storcere il naso, non tanto sul sesso spinto e violento per come viene descritto, quanto per alcune considerazioni dei personaggi stessi in circostanze precise. Non è affatto una lettura da prendere a cuor leggero, soprattutto se si è sensibili a determinate tematiche, nonostante sia comunque “coerente” nei suoi esibizionismi, perché per quanto Miller sia sempre stato triviale, qui oltrepassa la trivialità sfociando in una feroce critica sessuofila-espressionista della società americana proibizionista dell’epoca, mettendo in luce ogni tipo di perversione senza il minimo riguardo. Il vizio, dunque, privato della vitalità, di quel respiro vitale che infonde nei corpi calore, diventa ostentatamente forzato e castrante. In Storia di una passione, in una delle lettere che Henry scrisse ad Anaïs, dopo circa un anno di scritti erotici, sul terminare dell’opera, diceva a chiare lettere: “Non voglio più sobbarcarmi un lavoro del genere per nessuna ragione al mondo. (…) È distruttivo. Ho l’impressione di essermi liberato da un incubo”; anche lo scrittore che è stato, quindi, che da sempre ha ripercorso l’idea dell’accettazione sostenuta da Whitman, soccombe alla sua stessa spinta iniziale di dare luogo a situazioni del tutto prive di sublime, impregnate soltanto di fluidi e povertà, di corpi e sibillinità, di scrostature e annebbiamenti, ricalcati da odori e sottomissioni e dall’impoverimento della condivisione, accerchiato e logorato da un buio soffocante di inumanità.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...