Pierce Harwell ad Anaïs Nin.

“A ogni ora, da qualche parte, vien detta la parola che potrebbe cambiare la terra. Lo sbaglio è nella banalità del nostro intento. Le nostre parole sono come la luna, illuminate solo a metà. L’altra metà potrebbe rispecchiare la galassia. Il linguaggio si è identificato in modo così stretto con l’abitudine intangibile del pensiero, che le nostre parole e le nostre frasi hanno perduto tutta la loro tangibilità, tutto il corpo, tutte le forme vitali della carne, come dici tu. (…)
Il problema non riguarda le idee, perché le idee continuano a essere espresse in modo soddisfacente dalla vecchia associazione abituale del significato. Di fatto, il campo delle idee è talmente limitato che le trenta o quaranta idee fondamentali erano già state espresse in tutta la loro completezza prima del tramonto della cultura romana.
Ma, benché la gamma delle idee sia limitata alla mente, l’infinita scala di sensazioni non è limitata al corpo. In noi c’è uno spirito al presentarsi delle sensazioni corporee: i nervi di Dio incominciano dove i nostri finiscono. Se il linguaggio potesse giungere a una nuova sostanza, a un nuovo ritmo, a un impatto più carnoso con la corteccia stessa della mente, se potesse aggirare il centro vuoto del pensiero e permeare come un suono il tegumento e i tessuti saldi della coscienza, che strumento diventerebbe allora! Che esperienza orchestrale per l’anima, forse superiore alla musica stessa, perché rimarrebbe nella coscienza mentre la musica è volatile e la sua sostanza svanisce quasi nello stesso istante in cui appare. La musica è un’esperienza così sublime perché le vibrazioni del suono ci avvolgono tutte insieme allo stesso tempo. La coscienza della sensazione non è solo auditiva poiché l’impeto delle onde sonore s’infrange come un maroso, fremente contro la ricettività dei nostri capelli, delle nostre mani, delle nostre gole, contro le nostre labbra e i nostri occhi. Dovremmo ascoltare la musica nudi, dovremmo ascoltarla con i nostri pori, con la più lieve lanugine, con le piante dei piedi. Il linguaggio, per la sua stessa natura, non può giungere a questo a meno che non sia recitato, ma allora le vibrazioni della voce umana si trasformano in una specie di musica.
Il linguaggio scritto, per ottenere questo effetto, dovrebbe entrare nel cervello ed esplodere come un razzo scatenando una pioggia di significati scintillanti e palpabili giù per ogni fibra e fino al delta terminale di ogni nervo. Ci avvolgerebbe dall’interno verso l’esterno, come la musica ci avvolge dall’esterno verso l’interno. (…)
Il ruolo della donna sarà estremamente cruciale. La donna di domani avrà il compito oneroso di recuperare le emozioni del genere umano. Partendo da se stessa dovrà creare le nuove armonie della gioia, la nuova facoltà del contrappunto emotivo.
Noi stiamo perdendo rapidamente la nostra capacità di sentire come esseri umani. Diventiamo sempre più freddi e insensati anche quando ci avviciniamo gli uni agli altri. Per scuoterci è necessaria una scommessa molto più intensa di quanto non fosse mai servita prima.
I giovani vedono tutto così com’è, e pertanto non vedono niente. Sentono ogni cosa nel suo rapporto esatto con la praticità, e pertanto non sentono niente. L’età dell’Ariete, la sua fine, non fu contrassegnata dalla perdita del sentimento come lo è la nostra, ma dalla perdita di direzione e di uno scopo sociale. La responsabilità della donna di domani sarà quella di rieducare il cuore umano. Noi stiamo aspettando l’arrivo di un superman come le culture precristiane attendevano il messia. Ma, se la donna non si assume il compito di dare alla luce un nuovo spirito di poesia e gentilezza e gioia di vivere, superman, quando arriverà, sarà poco più di un gorilla marziano, un potente robot con una batteria al posto del cuore e una valvola elettronica al posto del cervello.”

Lettera di Pierce Harwell ad Anaïs Nin, scritta nel gennaio del 1943 e contenuta nel terzo volume del Diario della Nin, ed. 1979 per Bompiani.

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