Anaïs Nin, Diario, volume terzo 1939/1944.

6Nel Dicembre del 1940 Yves Tanguy, pittore surrealista francese, in viaggio in America con quella che poi sarebbe diventata sua moglie, scrive ad Anaïs: “Solevo camminare per Parigi per ore. Le strade mi nutrivano. Ogni passeggiata era un’avventura. Ogni caffè significava una conversazione. Qui la mia vita non è nutriente. È il paese del silenzio e dell’impersonalità.” Questa manciata di frasi, sono la perfetta descrizione di quello che, in seguito, la stessa Anaïs proverà nel suo terzo moto migratorio verso l’America. Lo scoprirà a sue spese: nel fisico indebolito, nell’anima appesantita, nella sua scrittura in parte imposta per necessità, nei suoi sentimenti sopiti, nell’affanno giornaliero della fame, nella sterilità continua di una Paese nascente sull’apparenza, dimentico del singolo che lo compone, feroce verso l’insieme per il continuo rinnegamento emotivo di ognuno e se la Francia aveva alimentato lo schiudersi della vocazione artistica di Anaïs, l’America l’avrebbe piegata e sfibrata con la sua sempiterna finzione illusoria priva di umanità, motivo per cui molti scrittori americani, tempo prima, viaggiarono alla volta francese, per non essere assassinati dalla serialità societaria che li voleva semplicemente produttivi a favor di patria, senza curarsi dell’effettivo peso artistico che li rendeva tali, tranciandoli. L’unico modo che aveva (sempre avuto) per non soccombere a tale ristrettezza, piattume, sconforto, a quel “Cade la neve” usato per descrivere il periodo di isolamento iniziale, era scrivere sul suo Diario e tenere fede alla convinzione che un mondo individuale creato su nobili intenti fosse possibile e dovesse essere messo in atto nel suo microcosmo quotidiano, consapevole che tutti loro sarebbero potuti morire ma altrettanto consapevole che, così come scrisse: “In queste pagine continueremo a sorridere, a parlare, a fare l’amore.

Il viaggio non fu dei migliori, raggiunto il Portogallo in treno dovette affidare le sue sorti ad un idroplano. Fu un viaggio lungo, travagliato, fatto di mare mosso e lettere di amici rimasti in Francia. Una tra le mancanze più vivide nella traversata fu non avere con sé tutta la mole dei suoi Diari, dai quali trarre conforto nelle riletture, fu invece costretta a lasciarli in una cassaforte bancaria per via del costo che avrebbero comportato il portarli con sé, riuscì a portare infatti soltanto alcuni dei più recenti che, però, avevano ben poco all’interno dei tempi allegri trascorsi per trovarvi lenimento. La sua unica speranza era di potersi permettere la loro spedizione una volta giunta a destinazione (spedizione che, di fatto, non avvenne perché il baule con i 45 volumi fu perso prima d’imbarcarlo per poi essere ritrovato in una piccola stazione francese dove fu di nuovo preso e trasportato in cassaforte). Inizia così il terzo volume e proseguirà con un appassimento generale, fatto di incertezze, nostalgie e ricerca continua di fonti umane rigeneranti.

Tre sono i punti salienti di questo volume. Il primo, l’acquisto di una nuova stampatrice che le permetterà di stampare da sé, con l’aiuto di Gonzalo, i suoi libri e quelli ritenuti validi di alcuni suoi amici, tutti rifiutati dagli editori americani. Il secondo, Miller e i suoi spostamenti americani, il loro rapporto che momentaneamente si allontana ma che resta impigliato in una sottile linea rossa fatta di lettere, di più comprensione, di più umanità da parte di Henry, di ritorni promessi. Il terzo, la sua personale presa di coscienza di essere al limite, l’appigliarsi ad un nuovo ciclo di analisi, con una donna questa volta, che la porterà ad uno stadio superiore nel suo essere donna e madre metaforicamente.

Fu davvero drastico per Anaïs sentirsi estranea, non più appartenente alla vita che le si svolgeva intorno, gli unici momenti in cui sentiva di aver qualcosa in comune con le sue frequentazioni erano riempiti dai giovani, cosa che le ricordava anche quanto lei stesse andando oltre quel fermento giovanile che apprezzava e la accoglieva, facendola sentire allo stesso tempo sì meno avulsa da qualsiasi cosa componesse le sue giornate ma soprattutto la metteva difronte e terribilmente ad uno specchio immaginario tra il peso degli anni che sentiva addosso e quei deliri di prime esperienze vissute velocemente, divorate senza sosta da quei ragazzi affamati che le chiedevano racconti di una vita ormai morta. Persino nei caffè era tutto misero, servile, impersonale, non vi era spazio per conversazione, scambio, cultura, bisognava andare via subito dopo aver consumato, consumati a loro volta dal grigiore umano che avvertivano. Neanche questo labile romanticismo francese le era concesso e ne era atterrita. Riuscì a ritrovarlo tempo dopo il suo arrivo, nelle vie più calme dei quartieri italiani, dove fuori dai piccoli locali vi erano tavolini, sedie, minuscoli ed intimi scorci di Europa che la rinfrancarono appena con la loro lentezza, permettendole di avere ancora quelle lunghe conversazioni amichevoli senza quel continuo sentore di innaturalezza e distacco emotivo. La quotidianità di Anaïs nei primi anni di permanenza divenne un continuo arrancare economico, un susseguirsi di persone che chiedevano il suo aiuto, di se stessa al limite che tentava in tutti i modi di aiutare. Di Gonzalo in primis, che sradicato dalla sua rivoluzione si sentiva completamente inabile per qualsiasi cosa pensasse di fare e a cui ogni lavoro sembrava una prigione apparente, Anaïs ne prese a cuore ancora una volta le sorti e l’unico modo che sapeva con certezza l’avrebbe aiutato era impegnare il suo talento artistico comprando una macchina da stampa. Iniziò a cercare un appartamento in affitto, chiese prestiti per comprarla, e quando tutto fu pronto, per quanto il lavoro fosse massacrante per due persone sole, resistettero, giorno dopo giorno, riuscendo così a dare il giusto spazio anche ad una scrittura più profonda e sentimentale che l’America ostinatamente rifiutava. Era il 1942 ed Anaïs stampa così il suo Winter of Artifice.

I suoi giorni scanditi dal lavoro e dalla fatica sempre più pressante, venivano addolciti da un Henry girovago per l’America e dalle sue lettere lunghissime. Henry al suo rientro in America dalla Grecia dovette affrontare, dopo undici anni di lontananza, la morte del padre malato, cosa che lo rese più terreno, più aperto, più umile e disponibile verso chiunque avesse bisogno, ma lo rese anche molto più desideroso di perdersi senza troppo fare affidamento sulle abitudini. Prese a viaggiare, fermandosi di tanto in tanto in posti dimenticati dalla grazia divina traendone non soltanto ispirazione ma anche respiro. Anaïs beveva per intero questo suo aspetto nomade nelle lettere profondamente descrittive che riceveva, immaginava di essere assieme a lui per quelle lande sperdute, di sentirsi ancora una volta libera dalle costrizioni che l’abbrancavano nel suo presente. Ad ogni sua annotazione o risposta l’intensità con la quale aspettava un suo ritorno era tangibile come l’inchiostro stesso che si allargava sulla carta ed aggrappata a quell’attesa, sopravviveva. Anche per Miller non fu affatto semplice scontrarsi con l’editoria americana tant’è che dovette fare i conti con la sua prima e reale sconfitta letteraria riguardante sia Il Colosso di Marussi, sia Quell’incubo ad aria condizionata. Questo groppo difficile da far scendere giù inficiava anche, e non poco, La crocifissione rosa che al tempo cercava di far sbocciare sentendone addosso l’onere. Anaïs cercò di confortarlo in ogni modo, conoscendo quel suo lato fragile e tenero più di ogni altro al mondo, entrambi impotenti difronte ai tentativi di suicidio o ai crolli nervosi dei loro amici, sempre più avviliti ed asfissiati, impegnati a restare integri con ogni più piccola energia, da quel sogno di amianto sfavillante che era l’America.

Non durò molto, purtroppo, perché se in un ambiente fertile quale era stata la Francia quel sentirsi madre verso coloro i quali amava l’aveva scaldata e resa feconda di idee, motivazioni, nascite delle quali gioire, nella fredda ed inospitale America divenne un incubo cercare di alleviare i bisogni altrui, sentendosi così una madre ormai divorata dai suoi stessi simbolici figli e dal loro egoismo. Per un certo periodo di tempo, l’assenza di quei rapporti amicali sfaldatisi e la solitudine che ne conseguì vennero colmati dalla compagnia di una scimmietta che le regalarono e a cui si affezionò molto, finché poté tenerla perché ad un certo punto, per tanto che divenne inquieta, diventò impossibile gestirla e si trovò costretta a darla via, tristemente. La mancata umanità, quindi, il mancato flusso di sentimenti e calore, dell’empatia, della comprensione verso se stessi e gli altri, la stanchezza fisica sempre più attanagliante e l’entrata in guerra prossima del Giappone con gli americani, con il ritorno delle incursioni aeree e della paura, furono alcuni dei motivi scatenanti che la fecero crollare intimamente. Per sua fortuna, ebbe la lucidità di cercare aiuto, ancora una volta, tramite l’analisi. Fu una donna, Martha Jaeger, a darle l’aiuto di cui aveva bisogno. Per la prima volta Anaïs si approccia all’ansia, cerca di comprenderla, di non spiegarla per forza di cose, la lascia scorrere facendo sì che si esaurisca da sé, ne scrive come il disturbo fisico e mentale invalidante che è ancora oggi, e sono soltanto gli inizi degli anni ’40 e lei era soltanto una donna che arrancava. L’esperienza analitica con una donna, alla pari per così dire, fu per lei molto positiva perché meno influenzata dal pensiero maschile che sia Allendy, sia Rank (di cui apprese la morte a soli 50 anni, appena arrivata in America, nel ’40, con stupore ed incredulità) tentarono di imporle precedentemente. Martha riuscì a farle scindere la differenza tra il soffrire per un senso di colpa da espiare intrinseco e il soffrire dovuto alla naturalità degli accadimenti inevitabili, capendo a fondo, finalmente, che lei stessa tendeva al rodersi in un circolo vizioso di patimenti auto-inflitti. Sul finale, quindi, la presa di coscienza l’ha illuminata, di nuovo, non rischiando più inquietudini o avventure immaginarie bensì l’accoglimento delle piccole conquiste del presente, placata e più tranquilla.

Il terzo volume, un volume molto più denso dei primi due sull’aspetto emozionale avvizzito dalle vicissitudini, va concludendosi con Anaïs che nell’estate del ’43 si trasferisce a Southampton, unendosi ad un gruppo di haitiani che tra musiche, balli, umanità e condivisione le infonderanno nuova e fresca linfa fatta di vitalità ritrovata e fiducia.

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