Justine e le disavventure della Virtù, vol I, Marchese De Sade.

8L’errore più ricorrente in cui si possa incappare, parlando di letteratura erotica, è quello di considerare De Sade un banale pornografo che del Vizio ha rafforzato le concezioni rendendole incontrovertibili. Nulla di più fallace, dunque, di leggere i suoi libri e prenderli alla lettera, persino le sue descrizioni bestiali e minuziose, se lette attentamente, si liquefanno nel loro essere di proposito enfatizzate allo stremo. In una delle epistole contenute in Aline e Valcour possiamo infatti prendere atto di parole precise che confermerebbero la sua indole drammatica e la sua voluta esagerazione, con un fine diverso, tendenzialmente più nobile, da ciò che traspare: «Sfortunatamente devo descrivere due libertini; aspettati perciò particolari osceni, e scusami se non li taccio. Ignoro l’arte di dipingere senza colori; quando il vizio si trova alla portata del mio pennello, lo traccio con tutte le sue tinte, tanto meglio se rivoltanti; offrirle con tratto gentile è farlo amare, e tale proposito è lontano dalla mia mente». Con tali premesse, in qualsivoglia modo si tenti di sviscerare seriamente i suoi scritti, il fallimento sarà ineluttabile. Andrebbe letto con un distacco colmo di altrettanta enfasi per far sì che quell’irriverenza di cui si fa scudo permei e lasci tutto nelle mani dell’irrazionalità. Immaginate per un momento di partecipare ad un antico rito pagano, antico di secoli, e provate poi a ritornare alla realtà per analizzarlo: l’incanto sparirebbe e l’insoddisfazione avrebbe la meglio; la concettualità è la stessa, l’avvicinamento a De Sade dovrebbe aver luogo soltanto con una buona dose di sfrontatezza, lasciando l’impulso scatenato libero di non pentirsi. In Justine, questo connubio di irriverenza che va lasciata scorrere ed il peso specifico che alcuni idealismi hanno, da cui scaturiscono non poche riflessioni, è molto ben bilanciato e non si attorciglia su se stesso. Lungi da me definirla una lettura semplice, ci sono moltissime considerazioni che prendono la comune morale e la calpestano senza ritegno alcuno, ma lo scopo è proprio il medesimo: non edulcorare per smuovere ogni sentimento cosciente o addirittura risvegliarne di sopiti.

Il volume di Justine, se dovesse essere descritto con un solo termine pertinente, questo sarebbe: perseveranza. La storia è quella di una ragazza docile, credente, umile, divenuta orfana assieme alla sorella Juliette, che contrariamente a lei non si lascia sedurre dal Vizio e tenta, con ogni sorta di disavventura per riscontro, di vivere una vita morigerata di lavoro e tranquillità. La Virtù radicata nel suo animo innocente, l’intoccata vicinanza a Dio, la fiducia e una sovrabbondanza di ingenuità, faranno da specchio riflettente alle terribili vicissitudini che le capiteranno. Quanto più il suo animo si ancorerà alla lucentezza della Fede, tanto più la corruzione e l’orrore dell’uomo cercheranno di rabbuiare il suo cuore con ogni stratagemma, ogni dissoluzione, ogni perversione, giustificando ogni alterazione con il volere della Natura stessa che ferocemente tutto crea e tutto distrugge.

Lo stesso Pierre Klossowski, a suo tempo affascinato molto più dalle implicazioni filosofiche pornografiche di De Sade anziché dalle violenze descrittive, scrisse: “Tutta l’opera di De Sade sembra non essere altro che un grido disperato, lanciato verso l’immagine della verginità inaccessibile, un grido avvolto e come incastonato in un cantico di bestemmie. Io sono escluso dalla purezza perché voglio possedere chi è pura. Io non posso desiderare la purezza ma nello stesso tempo io sono impuro perché voglio godere della purezza che non può essere goduta”. (De Sade mon prochain, Parigi 1947). La purezza di Justine, inaccessibile, diviene uno strumento tramite il suo corpo per arrivare ad essa senza però mai davvero afferrarla. L’aspetto in sé della Virtù e della Sventura non viene erotizzato, non viene sessualizzato, non parliamo di un libro meramente erotico sotto ogni aspetto, le vicende descritte non hanno una terminologia volgare o rozza, Justine è un’ode nera, graffiata dal sadismo che non viene scisso dallo scrittore ma viene usato come espediente per l’esaltazione personale che tanto ha marchiato il Marchese, al candore irraggiungibile dell’assenza di colpa. L’erotismo a cui siamo abituati, quello sensoriale, liquido, arricchente, qui si spoglia di ogni rotondità e diventa un erotismo salato, violento, grondante possessività e avulso dal minimo scrupolo. Le tematiche che porta in essere sono diverse, tematiche quali la religione, la morale, il rispetto, la supremazia maschile che detiene il potere su ogni altro essere, ancora oggi tristemente attuali, potrebbero addirittura sensibilizzare ad una lettura più critica perché mostrate senza pudori o sofismi. De Sade ed i suoi manoscritti non sono altro che la cartilagine dell’Eros, un Eros però spoglio di sensi, un Eros macchinoso e non condiviso. La stessa Justine, nel libro, più d’una volta, presa dallo sconforto rinnega dolorante quel Dio che tanto le sembra lontano, ritrovandolo poi nella forza d’animo ancestrale, nella giovinezza, nella scaltrezza che la terranno in vita, sino all’ultimo. Un lunghissimo monologo, un racconto continuo rivestito di rudezza e ruvidezza d’intenti che nel suo nucleo protegge il calore dell’interezza personale, dell’affidamento, dei nobili sentimenti, dell’attaccamento viscerale alla vita e la capacità di adattamento che terranno viva Justine. Ogni sua rinascita dai patimenti, ogni tentativo di salvezza, De Sade, la racchiude definendola «una sgualdrina a fin di bene e libertina per virtù», frase che commuoverà il suo interlocutore, ormai deciso a redimersi.

Leggere De Sade significa anche annoiarsi, una noia plumbea di dettagli, pesante, dettata dal sadismo rabbioso che lasciava affluire tutto il godimento che traeva dall’enunciazione che la morte immaginata di ogni essere umano, con non poca sofferenza, gli infondeva. In un certo qual modo, forse distorto, la sua non era che purissima devozione. Devozione che nasceva dal suo stato di prigioniero, impossibilitato a rendere reali le sue ossessioni, che trovavano quindi terreno fertile su carta per espandersi impotenti ed esasperate. Leggere De Sade è essere consapevoli che fascinazione e repulsione saranno sempre sul piede di guerra, uno scontro sfiancante di attrazione sensuale e criticismo renderà ogni parola più densa di quel che appare. Se resistere o meno, non spetta che al lettore.

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