Racconto / 2.

Dal Giappone un amico ricchissimo mi ha portato una straordinaria novità: un piccolo televisore, di aspetto dimesso, dotato di una virtù prodigiosa: se qualcuno, anche lontanissimo, parla di noi, l’apparecchio ce lo fa vedere e udire. Se di noi nessuno si occupa, lo schermo resta buio.
Devo dire che il primo entusiasmo si è completamente raffreddato quando, nell’intimità della casa, mi sono accinto a fare la prova. La maldicenza, si sa, è uno sport così facile e diffuso (qualcuno lo ritiene una delle poche consolazioni in questa valle di lacrime). Né io certo mi illudevo che pure gli amici, se il discorso mi toccava, rinunciassero a qualche maligna frecciata. Comunque sono cose che è meglio non sapere. Perché amareggiarci inutilmente?
Ma l’apparecchio era lì, a mia completa disposizione, col suo meraviglioso segreto. E l’orologio segnava le nove e mezzo di sera, l’ora in cui, al termine del pasto, gli amici si lasciano andare a confidenze e cattiverie. Per di più quel giorno era comparso un mio articolo, a cui tenevo molto, ma piuttosto azzardato. Sì, era probabile che in più di un luogo si stesse dicendo peste e corna di me. Ditemi un po’ voi, tuttavia, come era possibile resistere. Se non altro, le amare rivelazioni mi sarebbero servite di regola. Così rimuginando, stetti in forse una mezz’ora. Quindi, accesi.
Lo schermo per qualche minuto restò inerte. Poi si udì una voce, con spiccato accento emiliano, ben presto seguita dall’immagine. Vidi due signori sui cinquant’anni, di cui uno con barbetta, che fumavano seduti non si capiva bene se in un salotto privato o nell’angolo di un circolo. Uno teneva sulle ginocchia, come se avesse appena finito di leggerlo, il giornale contenente il mio articolo. E diceva: «Non sono d’accordo. Io l’ho trovato spiritoso. E poi dice cose che tutti pensano e nessuno ha di solito il coraggio di dire». L’altro tentennò il capo: «Può darsi che tu abbia anche ragione. Pero a me, quello stile, sarà moderno finché vuoi…». E i due, che prima non avevo mai visto, disparvero, segno che avevano cambiato argomento.
Quasi immediatamente lo schermo si riaccese. Riconobbi il ristorante letterario che anch’io frequento spesso. Era il solito tavolo, al quale sedevano tre colleghi proprio del mio giornale. Mi salì il batticuore. “Come minimo,” pensai “adesso questi mi squartano vivo.” «Vedi?» diceva il più anziano, mio vecchio amico. «Per me, è un esempio tipico di quello che si deve intendere per buon giornalismo moderno. Del resto, chi non ha difetti? Perché sempre parlar male?» «E chi parlava male?» ribatté il più giovane, noto per le sue battute corrosive. «Solo che il lettore medio, il lettore di un quotidiano, a queste finezze non arriva…» «Sia come sia» commentò il terzo. «Leggere dei pezzi simili, e lo dice un vecchio del mestiere, è sempre una soddisfazione.»
Ora, come mai quei cari amici fossero venuti a sapere che io possedevo il diabolico televisore, così da potersi regolare di conseguenza, rimarrà per me un assoluto mistero.

“Il televisore sapiente”, “Invenzioni”, Le notti difficili, Dino Buzzati.

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