Anaïs Nin, Diario, volume quarto, 1944/1947.

7Arrivata al termine della lettura del quarto volume, prendo ancor più coscienza di quanto Anaïs abbia contribuito, negli anni ormai più adulti della sua vita, a dar corpo all’irrealtà, che di per sé è un paradosso, ma che smette di esserlo se scaturisce dalla sua penna. Una penna votata alla scandaglio continuo, irrefrenabile ed imprescindibile della vita, una vita personale, sua e dei suoi amici, nella sua più vasta forma di significato. L’Anaïs fulgida che si è palesata a noi nei volumi precedenti, nella sua crescita e nella sua espansione giovanile, si arresta nel clima cupo di New York e ha un brusco scontro con una realtà pressoché politica, sterile, coazionale e slavata che la allontana a poco a poco, frammentando i suoi rapporti, da tutti coloro i quali la circondano, persone per lo più drastiche, asservite ad un momento storico scevro di umanità o che, per meglio dire, va via via perdendone senza scrupolo alcuno. Non è rassegnazione quella che emerge bensì una spaccatura, profonda, frastagliata da mancati slanci affettivi e genuini per la singolarità a favore di una parossistica sete di concretezza globale, senza che questa venga però supportata ed ampliata da sentimenti quali l’amore, la condivisione, la tenerezza, l’astrazione necessaria per non soccombere nei giorni sempre più opprimenti che via via scorrono e segnano rughe granitiche su visi sempre più privi di lucentezza. “L’eroina di questo libro è la malattia che fa delle nostre vite un dramma di coalizione invece che di libertà”, queste esatte parole, che descrivono adeguatamente il momento, Anaïs le scrive dopo aver letto una prima stesura del un libro di un conoscente, riguardo la sua visione limitata dell’interezza che contrasterebbe la bruttezza sempre più dilagante se solo non venisse tranciata dal pregiudizio.

Le uniche due cose che le lasciano integra la vitalità sono la scrittura ed i giovani. La sua scrittura diviene più fondale, si adagia nell’esplicazione della nevrosi giornaliera che intacca l’essere umano e tutto ciò che non vive appieno come naturale conseguenza di egoismi, ansie, paure, negatività (l’aggressività umana non curata insita nelle due atomiche esplose, che sconvolsero per giorni e giorni i loro animi, ad esempio, ne era una prova lampante). Cerca di usare meno descrizioni realistiche possibili che deviino dalla chiarezza dell’emozione messa a nudo e tende a non tralasciare l’occlusione che ne deriva, spiegandola, o piuttosto dipanandola, con l’aiuto del processo mentale psicanalitico, schermata dalla convinzione che soltanto conoscendo tali muri apparentemente insormontabili si potesse poi ritornare alla vita senza perderne la gradevolezza. Dalla mole dei suoi manoscritti, inoltre, estrapola materiale che le servirà per dare corpo ad un romanzo dalla forma più strutturata, con al centro della narrazione la donna e la sua presa di coscienza in ogni ambito, cercando di non comprimere la fluidità del pensiero e delle considerazioni in schemi prestabiliti che servirebbero, d’altronde, soltanto a ricreare un mero e predeterminato personaggio con tutta la caratterizzazione che lo distingue all’interno di un contesto preciso o a contatto con altri personaggi più o meno plasmati; “la mia unica forza è la forza della pienezza, del sentimento totale. È questo che mi spinge a scrivere”. Al contempo, la sua principale fonte di calore erano i giovani artisti, poco più che adolescenti, di cui si circondava. Fu spesso messo in discussione il suo rapporto con giovanissimi ragazzi agli albori delle loro passioni, in molti vi vedevano soltanto un rimasuglio di gioventù alla quale Anaïs si aggrappava per l’incosciente desiderio di sentirsi ancora fresca, al netto delle sue possibilità, ma niente più di questo poneva in essere l’errore continuo in cui i suoi amici più adulti incappavano, peccando di superficialità. Dalle lettere trascritte nel diario, si deduce distintamente quanto il suo pubblico più fanciullesco, grazie all’elevatissimo coefficiente di identificazione emozionale che gli scritti di Anaïs delineano ancora oggi, venisse a lei per amore della comprensione impressa su carta e che si riversava come un torrente placido nei loro giorni contorti da turbamenti inesplicabili. Pittori, musicisti, scrittori in erba, ballerini, attori, registi, quanto più le sue giornate venivano scandite dalla sensibilità, dalla mobilità e dalla spontaneità di questi ragazzi, tanto più quel languore che la spossava trovava lenimento. Resiste come può, dunque, nella freddezza americana, descrivendo a piena penna come la creazione che è insita in lei la tenga viva in un mondo sempre più ostile ed impersonale, creando concretamente un suo mondo nel quale vivere ed invitare tutti quei futuri uomini e donne con cui aveva affinità per far sì che si aprissero con maggiore forza all’avventura che la vita stessa rappresentava. Più tempo vi trascorreva insieme meno lo riteneva perduto, nulla di tutto ciò che la legava a loro affiorava dalla circoscritta protezione materna, ne traeva lei stessa una linfa vitale pulita, fluente. Non si stava nascondendo, con loro, anzi, apprezzava quel loro non essersi ancora formati costrizioni, difese, il loro essere “trasparenti”, quella stessa trasparenza che da sempre l’affascinava nelle cose e a cui si aggrappava, senza illudersi che l’avrebbe distratta da problemi più profondi.

Un ragazzo in particolare, Leonard, che è ovviamente uno pseudonimo, incarnò l’accoglienza che la contraddistingueva. Arrivò da lei, in tipografia, dopo uno scambio di lettere di ammirazione (differentemente dalle continue acide critiche da parte degli editori e dei critici) per il suo The Winter of Artice e La campana di vetro. Da subito, Anaïs lo prende a cuore, facendolo integrare nelle sue amicizie, due mesi prima dell’arruolamento obbligatorio. Venne ospitato da due suoi amici, una coppia, che lo alloggiò nella loro stanza per gli ospiti e, da quel momento, complici sensibilità ed estroversione, entrò a far parte del loro gruppo. Leggeva i loro libri, apprezzava il loro senso di umiltà che da misconosciuti gli permetteva di aiutare altri scrittori sconosciuti, partecipava alle loro serate, alle loro conversazioni, apprendette cosa significasse comunione, condivisione, apertura. In quei due mesi, Leonard è un sboccio continuo, una continua sorpresa. In quella manciata di settimane, Leonard riuscì a trovare una famiglia spirituale che lo accolse senza remore facendolo così sentire parte di un nucleo caldo, non costretto così come la sua famiglia lo costringeva, con la loro imposizione sociale e culturale.

In contrapposizione all’anticonformismo di Leonard, invece, ci fu il potere societario prettamente maschile, patriarcale, distruttivo ed anti-creazionista di Edmund Wilson, un editore già affermato che ebbe per i lavori più emozionali della Nin critiche ben poco favorevoli, rappresentando così la dissacrazione che si sprigiona laddove l’Uomo non riesce egualitariamente a comprendere, e domare, la Donna nella sua personalità acquisita e mostrata. Una trincea grigia che Anaïs abbandonò prima che fosse troppo tardi, troncando la loro amicizia, reduce dal rapporto malandato con il padre, rifratto in questo scambio poco proficuo ed armonico con Wilson che quasi la rese, ancora una volta ed inutilmente, ribelle.

Anaïs è sola, terribilmente sola, con l’unico ed eterno conforto del suo diario dove ribolle il suo io più recondito. La tipografia fallita per l’incuria di Gonzalo, sollievo più che rimpianto; Henry Miller, trasferitosi ormai a Big Sur, risposato, le loro lettere già scarne, formali, dove si congratulano a vicenda per i loro lavori ma niente più di questo, dove nessun fuoco arde e nessuna passione pregressa è alimentata dalle loro parole, sempre più rare, una visita durante il suo viaggio a sud-ovest, in cui lo trova invischiato in un ambiente teso, poco naturale, sposato ad una ragazza introversa in sua presenza, visita che divenne la goccia che le fece chiudere definitivamente la loro storia, dismessa dall’affettuosità di un tempo a favore di una distaccata convenzionalità, “Non avrei dovuto andare a trovare Miller. Non appena si cessa di conoscere una persona intimamente, la sua conoscenza avviene dall’esterno, come se si stesse guardando dentro a una stanza da una finestra. Da oggi in avanti, vedrò Henry dal difuori, in quel modo che io chiamo non conoscere. Attraverso gli occhi di altri, attraverso la sua opera, o attraverso sua moglie. Altri Henry. Conoscere è intimità. L’intimità vuole fiducia e fede. E questo era finito.”; ed ancora, una relazione con il nipote del senatore Gore finita senza essere mai davvero nata per la loro lontananza umana; i suoi ragazzi ognuno alla loro vita, al loro lavoro. Una solitudine angosciante. La scrittura diventa così febbrile, si erge a roccaforte, il suo Ladders to fire prese vita e questo la portò ad affrontare una delle sue più grandi paure: comparire in pubblico. Iniziarono le prime conferenze universitarie, i primi veri confronti con il pubblico giudicante, imparò a schermarsi e a difendersi eludendo gli affronti e le critiche infruttuose, riuscendo a catalizzare l’attenzione di centinaia di persone ad ogni incontro con le sue letture, che vennero registrate come materiale da consultazione. Ne ricavò molta soddisfazione, nonostante tutti coloro che le erano vicini non riuscissero a comprendere a fondo la sua trascendenza scritturale dalla realtà, portati com’erano alla scrittura realista. La bambina che in lei era sempre in cerca di approvazione, questa volta, corse il rischio e vinse, non frenandola, rafforzando quella acuta sicurezza incondizionata che una percezione più sensoriale e sinfonica del mondo le aveva sempre dato.

La sua posizione da immigrata, le fornì una via fuga dalla stasi feroce di New York. Avrebbe dovuto lasciare l’America per poi ritornarvi per ottenere il visto da cittadina e così, anziché tornare in Europa, complici i discorsi di un ragazzo conosciuto per caso su quanto l’America fosse molto altro al di là delle grandi città, decise di dividere le spese con un amico per un viaggio ad ovest. Fu così che riprese le redini di se stessa, viaggiando a ritroso su terre brunite dal sole, sorprendendosi di quanto non ricordasse più il cielo spogliato dal grigiore, le nuvole assuefatte dal vento, le strade incontaminate, dritte ed infinite. Conobbe molti artisti, strada facendo, con cui intratteneva sporadicamente una corrispondenza scritta, trovandovi una grande familiarità. Tra i tanti che incontrò, vi era Jean Varda, che con il suo modo di fare artistico e votato ad una bellezza ricreata con le proprie mani, la conquistò; flirtarono, si amarono, si fusero magicamente in uno scambio continuo di idee, storie, sentimenti. Gli indiani la affascinarono con i loro colori cangianti, nei loro vestiti polverosi e con i loro visi interscambiabili. Il Gran Canyon la ammutolì, una sconfinata rivalsa della terra stessa sull’uomo si estese davanti ai suoi occhi lasciandola stupefatta, riempita di terranea vividezza. Descrisse tutto con quel suo tono aperto e rinfrancante, delineando ogni cosa, ogni accadimento, ogni conoscenza, ogni forma di diversità. Questo lungo viaggio la portò in Messico, infine, ad Acapulco, all’epoca ancora pressoché incontaminata, e lì si sentì tutt’uno con la gente, con il cibo, con la musica, con la natura, con il mare. Prese un bungalow situato nella folta vegetazione e lì vi distese ogni contrattura divenuta insostenibile, sentì dentro di lei che una nuova donna sarebbe nata di lì a poco.

Leggere Anaïs non è soltanto introspezione, comprensività, identificazione: leggerla è l’oscillio diffuso, lento, costante dell’ampiezza sensoriale, una sempiterna crescita autentica.

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