Ombre giapponesi, Lafcadio Hearn.

11Ombre giapponesi non è un libro qualunque sul Giappone, non è lo stereotipo giapponese a cui noi occidentali siamo abituati bensì un calmo palpito riconoscente intriso di esistenza. L’impalpabile confine tra realtà ed irrealtà, magistralmente ritratto, fa sì che la lettura diventi un’esperienza di condivisione, una comunicazione aperta tra lettore e scrittore che, avvalendosi del privilegio della conoscenza diretta di isole e terre intoccate dall’espansione umana, ci concede uno sguardo meno rifratto, più empirico, accompagnandoci con ogni sua descrizione verso una comprensione più concreta e meno dispersa dall’assuefazione stordente dei luoghi comuni nipponici protrattisi negl’anni.

Lafcadio Hearn porta in essere una comunanza di influssi esterni dovuti alla sua nomade e per lo più solitaria vita, che sfoceranno in una continua ricerca di stabilità. Padre irlandese e madre greca, sin da bambino si sposta spesso, da Dublino all’Ohio, da New Orleans alle Indie, fino ad arrivare da adulto in Giappone, prima a Tokyo, poi a Matsue, luogo che avvertì come patria e in cui sposò una ragazza discendente da una famiglia di samurai locali fino ad essere naturalizzato giapponese cambiando il suo nome in Koizumi Yakumo. La sua abilità scritturale, miscelata alla sincerità con la quale riportava tramite storie e leggende la preindustrializzazione giapponese, lo consacrarono alla letteratura in modo definitivo, riconoscendo nel suo tratto giornalistico e nella sua delicata proprietà di linguaggio non strettamente speculativa una sintesi perfetta per descrivere l’esotismo orientale.

Un libro aperto, accogliente, senza sofismi di sorta o grandi rivelazioni taciute o sottaciute, Ombre giapponesi è accessibile come accessibili sono le sponde salate di un’isola eterna che il tempo modella. Non impartisce lezioni di vita, non vuole convincere della superiorità d’animo millenarista giapponese enfatizzandola allo stremo, non storicizza fino ad impoverire l’alone soffuso dell’incanto, non si scherma dietro le non spiegazioni ad effetto, al contrario, si avvicina umanamente al sentimento più tenue o profondo e lo sbriglia, lasciando la mente libera di credere che due fantasmi innamorati possano vivere ed amarsi senza troppi impedimenti sotto l’occhio di dèi spietati e al tempo stesso benevoli a seconda del rispetto che gli viene mostrato. Nulla ha il sapore stantio del conosciuto, pur essendo un riverbero di millenni impressi su carta, e questo è soltanto grazie al preziosissimo talento innato dell’uso della parola di Hearn, che crea e distrugge se stessa a seconda di chi la usa, a favore di una partecipazione emotiva che dà forma all’indefinibile. Che si sia o meno avvezzi a tali letture, che si abbia o meno confidenza con uomini-folletti, preti maledetti, fantasmi, morti senza requie, gelosie, karma indissolubili di vite passate e future, samurai, templi, riti, amuleti, storie di lealtà, leggende, fanciulle di incredibili bellezze, apparenze irrealistiche ma probabili, è un libro che si concede sia ad un primo approccio che ad un approfondimento eventuale, complice anche la riedizione Adelphi con note esplicative e minuziose ed uno scritto del curatore Ottavio Fatica che lo rende un vero e proprio gioiellino cartaceo.

Hofmannsthal, alla notizia della sua morte, nel 1904, scrisse, riguardo alcuni suoi capitoli o articoli e alla forma della scrittura di Hearn: “Se non sbaglio, questa è filosofia. Eppure non ci lascia freddi, non ci trascina nel deserto dei concetti. Forse allora è religione. Però non è minacciosa, non vuole essere l’unica al mondo e non grava sullo spirito. Lo chiamerei un messaggio, il benevolo messaggio di un’anima ad altre anime, un giornalismo al di fuori dei giornali, un’opera d’arte senza presunzione e artificio, un sapere privo di peso e pieno di vita, lettere, scritte ad amici sconosciuti.”
Concedetevi, infine, di essere tra i suoi tanti sconosciuti amici e lasciate che vi racconti le sue storie.

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