La bella estate, Cesare Pavese.

10Il primo approccio con un nuovo scrittore è sempre una lama a doppio taglio, piacerà? Verremo conquistati? Dovremo desistere e metterci l’animo in pace oppure, dandoci ancora del tempo, riprovare in altri momenti? La scrittura, la sensibilità, la forza, l’aggressione che ne traspariranno saranno cruciali nelle prime pagine ed avremo quindi quel minuscolo dettaglio che ci convincerà a continuare oppure no? Tutti abbiamo bisogno di un movente, per essere assassinati o per assassinare, nessuno escluso, con i libri non è diverso. Molto farà lo stile dello scrittore, certo, ma sta tutto in quelle prime righe, se quelle scivoleranno sotto gli occhi senza affaticamenti, il più sarà fatto. La bella estate non ha disatteso l’inizio, lo ha preso a pieni palmi come acqua sorgiva e lo ha lasciato cascare a rivoli grossi e veloci.

Tre romanzi brevi, ognuno con la sua struttura ed il suo tempo che se anche venissero letti in periodi diversi non perderebbero smalto, dignitosamente resterebbero invariati, pronti a farsi carico dei fili tesi che tirerebbero nei riconoscimenti solitari del lettore riportato in un viaggio a ritroso verso congiunture remote o che l’accompagnerebbero strada facendo senza disturbare il passo verso una presa di coscienza giovanile. Il punto cardine, ben oliato, dei tre viaggi è, appunto, l’estate: la stagione dell’astrazione fisica del possibile. L’estate che accade in ogni rossore di ogni viso e che accadendo si impiglia nel concedere se stessi alle malinconie future. L’estate che soffia sul proprio corpo e sui primi amori e li riscalda. L’estate che fa ammutolire le speranze di un amore che non è il nostro ma che ci attrae. L’estate che elargisce le primordiali esperienze caotiche ed i successivi tumulti dell’animo. L’estate che imbolla la solitudine e la noia e fa sì che le cose taciute ingigantiscano fino ad esplodere in gesti incompresi. L’estate che preme le notti, gli odori, i desideri, i baci, le frenesie, le insonnie sulle scapole come condanne non capite. L’estate e la veemenza perversa delle sensazioni come la vividezza di un ramo che scatta al passarci sotto e graffia un braccio: non il ramo, non il movimento repentino sulla pelle, non il sibilo dell’aria ma lo scorticamento immediato, la lacerazione inattesa che per un attimo esalta; o come l’invivibile giovinezza che negli anni diverrà meno vischiosa ripensandoci: non la paura, non le difficoltà, non la trasmutazione ma il terreno estremamente fertile della crescita, accogliente, intaccato dalla percezione della lontananza, del non rivivibile; o, ancora, come l’impronta di una mano sulla schiena abbrunita: non la pressione, non il tocco ma il contorno sensorio dell’arto che resta invariato in quel ricordo che tra vent’anni verrà trafitto dal sole di un lento pomeriggio sospeso.

Prendete, adesso, queste minute differenze, mettetele assieme ad una scrittura simbolicamente empirista e con alcuni sprazzi di neopositivismo che le concretizzano ancor di più ed ecco che avrete La bella estate di Pavese: una robustezza accorgitiva continua che evapora dai dorsi delle colline, dai lavori in corso in un atelier da arredare, da un camino acceso che rifrae luce su di un corpo nudo che posa per un ritratto. L’intelligenza, infine, nel divellere l’estate dal luogo comune della stasi, presentandocene tre differenti tipologie, ognuna adattata all’età dei protagonisti, con una diversificazione contestuale abilissima, ne innalza ancor di più le descrizioni, i silenzi ed i pensieri solo apparentemente scarni dei personaggi.

La bella estate non è altro che lo stomaco capovolto di un innamorato che afferra le dissomiglianze tra infatuazione, brutalità, semplicità e che immagazzina l’adulto pragmatico e assertivo affamato di rivalsa e comprensione che andrà vagando nelle rievocazioni tra una manciata di anni, mesi, secoli.

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