Lezioni di Letteratura, Vladimir Nabokov.

1Un ripensamento dopo l’altro, per giorni mi sono ripetuta che scrivere di Nabokov dovesse essere, in un certo qual modo, uno sfregio alla sua cultura letteraria e al suo linguaggio scritturale e non perché sia impossibile, non perché Nabokov sia Nabokov quindi intoccabile, non perché non si possa essere all’altezza ma perché, nel momento in cui anziché lo scrittore a noi si palesa l’insegnante e le sue “indagini poliziesche sul mistero delle strutture letterarie”, prende forma l’uomo, o meglio il lettore, che è stato. Ce lo si figura molto bene, leggendolo al di fuori delle vesti di narratore, nella sua fisicità carnosa, in maniche di camicia e nei suoi occhiali arrotondati mentre annienta l’avversione per la Austen e ne cambia le prospettive verso la scrittrice che è stata, leggendola su consiglio di un amico; nel nostro comune immaginario finiscono così per scontrarsi sia la stigmate del suo Lolita, che lo ha per tempo ingiustamente bollato come scrittore, sia la lucentezza del lettore attento ai dettagli, che così bene sa imprimerli nello spazio che occupano, che l’ha contraddistinto. Al che, inevitabilmente, vien da chiedersi quanto di proprio si possa di fatto apportare laddove egli stesso sia già riuscito così magistralmente nella sua accuratezza ed è quel qualcosa che, per quanto si abbia uno slancio post-lettura nel voler esporre le proprie considerazioni, fa tendere più alla riflessione e non all’atto stesso dello scriverne. Paradossalmente, apportare considerazioni su uno scrittore, che al tempo stesso è parte della sua opera ma distante da essa, è un risultato molto più naturale che non si invischia nella personalità del lettore che espone le proprie idee e la sua personalissima percezione delle opere, consigli compresi.

Lezioni di letteratura è una trasposizione scritta dal valore, a parer mio, inestimabile così come inestimabile diventa ogni scrittore, ogni artista, che si palesa umanamente nelle proprie capacità. Quelle che sono state delle vere e proprie lezioni tenute alla Cornell University e al Wellesley College dal 1941 in poi, rispettivamente “Letteratura 311-312 «Maestri della narrativa europea»” e “Letteratura 325-326 «Letteratura russa in traduzione inglese»”, diventano un vero e proprio libro addensato dal lavoro eccellente del curatore che, come si legge nel saggio introduttivo, guidato dalla moglie di Nabokov, Véra, e dal figlio, Dmitri, rimpolpa tutto il materiale sino a dargli respiro, orditura e un’ampia estensione. La completezza del lavoro curatorale non si impone, si percepisce ma non sovrasta, non altera quella che è la primaria impronta di Nabokov negli appunti, anzi, rispecchia e rispetta a grandi linee quello che deve essere stato il linguaggio esplicativo a viva voce di Nabokov in veste di professore. La sua figura è la stessa che avrebbe una guida moderata alle opere in un museo, che non si frappone tra l’esposizione e il flusso artistico che lo spettatore ne ricava, resta un implemento che ha una sua sostanza, che fa risplendere gli appunti, ma che non snatura il carattere distintivo, originario e lineare delle lezioni (di circa 50 minuti l’una, realmente). Un pratico esempio, sono le numerose citazioni che sono state trascritte per facilitare e rendere ancor più scorrevole la lettura nel caso in cui non siano precedentemente lette le opere di cui si discute, non facendo parte di quei fortunati studenti che negli anni ’50 avevano a disposizione dispense apposite o i libri stessi aperti dinanzi con indicazioni su dove andare ad estrapolare.

Esaustive e complete sono soprattutto le spiegazioni dello stesso Nabokov, docente che non pecca di superiorità o superbia e che non si mette in mostra onniscientemente grazie alle sue competenze verso alunni inconsapevoli e che, a sua volta, non sovrasta lo scrittore di cui parla ma lo innalza nelle sue forme artistiche senza tralasciare le sue particolarità o le sue manchevolezze. Che si siano letti o meno i romanzi di cui spiega le dinamiche, il tono è colloquiale, aperto, per nulla vanesio, dotato di quel certo distacco necessario che implica una giusta distinzione tra professore e studenti; inoltre, la curiosità verso le opere viene stimolata a più riprese grazie all’attenzione esemplificativa ed esauriente di Nabokov. È così che dovrebbe essere un professore degno di nota: compiuto e persuasivo ma mai egoriferito pur asserendo le proprie opinioni. Lezioni di letteratura non è un’opera meramente illuminante, quanto più un vero e proprio accompagnamento negli svolgimenti delle opere relazionate, affrontate nelle loro “tessiture” e lette venerando “la spina dorsale e il suo fremito (non mi stancherò mai di ripetere che non serve a nulla leggere un libro se non lo si legge con la schiena)” con una motivazione ben precisa quale “Sentiamoci fieri di essere dei vertebrati, perché siamo vertebrati che hanno ricevuto sul capo il magico tocco di una fiamma divina. Il cervello non è che il proseguimento della spina dorsale: lo stoppino percorre di fatto tutta la lunghezza della candela. Se non siamo in grado di gustare quel brivido, di gustare la letteratura, allora lasciamo perdere tutto e dedichiamoci ai fumetti, alla televisione e ai club del libro”. I romanzi non vengono frammentati analiticamente, quindi, bensì vengono rinfrescati nei loro punti salienti ed artistici di trama che daranno le sfumature necessarie per godere dei tratti stilistici dei loro romanzieri e degli intrecci tensivi delle storie senza scadere nel criticismo asettico.

Le opere di cui si occupa sono: Mansfield Park della Austen, Casa desolata di Dickens, Madame Bovary di Flaubert, Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mr Hyde di Stevenson, Dalla parte di Swann di Proust, La Metamorfosi di Kafka e l’Ulisse di Joyce. Personalmente, consiglierei una lettura vergine anteposta ad una eventuale rilettura in seguito, post-lettura delle opere succitate, assorbendo tutte le curiosità e le informazioni ben dettagliate per far sì che queste si palesino con più consapevolezza in un secondo momento. Sempre a mio avviso, bisognerebbe andare oltre anche la concettualità di spoiler eventuali, come se davvero fossimo suoi studenti ancora oggi, tenendo conto che è di classici che si parla e che un classico non perde mai fascino se letto godendo della sua interezza, ancor più se supportato dal senso generale più che integro ricavato dalle lezioni.

È stato davvero appagante sedersi e lasciarsi trasportare dal tono accogliente di Nabokov, leggere di come lui in primis si sia lasciato condurre dalle voci narranti nei vari percorsi, di come sia riuscito a dare corpo a Fanny, nei viali di Mansfield Park e nelle sue poesie; di come in Casa desolata abbia fatto rifulgere i giochi di parole di Dickens, la potenza evocativa delle immagini grazie a pennellate descrittive robuste come un rosso d’annata, le sue similitudini, le metafore liquide, vivide, i suoi tocchi personali di stile; o ancora, di come abbia dispiegato l’arte oscillante in Madame Bovary, arte che ha influenzato moltissimi scrittori nelle epoche, del “tono su tono” descrittivo di Flaubert che per una pagina impiegava giorni in modo che non ci fossero brusche interruzioni tra una scena e l’altra ma movimenti continui e morbidi, una solenne continuità imbevuta di caratteristiche che si potrebbero definire cliché ma che se descritti da lui e colti nel loro nucleo diventano magicamente ispirati; di come abbia intessuto l’ombrosa caratura della dualità di Jekyll ed Hyde, fulcro di angoscia, attrazione e distruzione intima dello stesso Jekyll, scevra dal giudizio universale, riempita soltanto dal giudizio di e per se stesso, per la sua umanità ormai perduta; della tranquilla eleganza risiedente nelle metafore di Proust, così dolcemente riportate in un racconto del racconto, prive di segmentazioni troppo personali onde evitare che si disperdano, della pacatezza con cui gestisce la temporalità compressa e compresa nello spazio e nelle varie fasi del ricordo, sino alla consapevolezza; nella trasposizione teatrale della Metamorfosi, strizzando l’occhio alla penna asciutta di Kafka che è riuscito a razionalizzare una trasformazione che, se applicata alla realtà, ci si rende conto non essere poi così fantastica, il tutto in atti che mettono a nudo un’oppressione annullante dell’individuo, che si trasforma sì in un carapace ma che trattiene una sensibilità che non tocca coloro i quali il carapace sanno soltanto indicarlo per sopprimerlo nell’indifferenza sino alla morte del debole incompreso e senza, per di più, sezionare lo scrittore nei suoi eventuali intenti o nelle sue intenzioni; in ultimo, snodando l’intricatissima rete di personaggi dell’Ulisse di Joyce, che si incastrano, si sfiorano, si allontanano, si scontrano e simbolicamente si sovrappongono nei temi ricorrenti e nella paradossale atemporalità di quell’unica giornata tratteggiata e racchiusa nel “passato irrimediabile”, nel “presente tragico e assurdo” e nel “futuro patetico”.

È chiaro, quindi, che Nabokov nelle sue Lezioni gioca con i risvolti delle più imponenti e più significative pagine della letteratura europea, profilandone i bordi senza inspessirli ampollosamente e lasciando affiorare, di tanto in tanto, un lieve tono canzonatorio che lo ingentilisce, pur restando fermo nella sua obiettività e nella sua calma. Pertanto, dà abilmente corpo alla citazione di Flaubert riportata nella sua personale introduzione alle Lezioni: «Comme l’on serait savant si l’on connaissait bien suelement cinq à six livres, Come saremmo colti se conoscessimo bene soltanto cinque o sei libri».

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