Un amore, Dino Buzzati.

4Immaginate di stare seduti su una sedia scomoda, che a sua volta poggia su un piano inclinato; che questo piano inclinato subisca le oscillazioni inverosimili di una mareggiata che stenta a retrocedere e a calmarsi e che, cosa ancor più seccante, questa mareggiata sia il frutto umorale e inquieto di uno scombussolamento sentimentale, di fatto, quindi, incontrollabile; infine, immaginate anche che il tutto avvenga con una moltitudine di gente attorno, che non oscilla e che non sa che si può oscillare così paurosamente in preda ai peggior turbamenti, e che dopo un primo moto di compatimento smette di dar peso a tanto rimestio, ignorandolo con un’alzata di spalle, perché voi che siete seduti e proprio non sapete come fare a smettere di dondolare, voi che ormai siete convinti che non si possa addirittura più concepire un’esistenza senza dondolare, potreste, a lor parere, semplicemente alzarvi e riprendere in mano l’equilibrio della vostra vita, cosa talmente disattesa nella vostra impossibilità di compierla che per tutti coloro i quali stanno a guardare diventa una suprema ed ostinata deficienza che non smuoverebbe pietà neanche a pregarla. È così che, a grandi linee, si sentirà Antonio Dorigo, il protagonista di Un amore. È così che la sua esistenza gemerà e si contorcerà, assieme al suo cuore, in preda a tumulti lancinanti di cui non potrà fare a meno, in preda ad una sindrome di Stendhal che lo annienterà e che sovverrà quasi immediatamente alla vista di una ragazza squillo dal naso particolarmente petulante e dal suo viso “dal colore di marmo” nel risveglio mattutino.

In un’intervista del 1963, poco dopo la pubblicazione di Un amore, Buzzati stesso precisò: «Solo alcuni sanno cosa sia l’amore. Se no, ce ne accorgeremmo. Quando arrivano queste cose, uno non può controllarsi, e l’amore si rivela, si manifesta. Non dico che non ce ne siano, di amori, ma sono pochi. Se uno ama una donna, è logico che voglia vincere a tutti i costi, magari mentendosi come fa Antonio Dorigo.» Buzzati ce lo mostra magnificamente quel mentirsi, in uno stile spontaneo che lo porta a rimettersi in gioco come scrittore, fino a quel momento pressoché introverso, spalancando la sua esperienza, i suoi stati d’animo più autentici, che non portano banalmente ad una presunta autobiografia quanto più ad un disvelamento dei suoi umori, di se stesso in relazione al dolore, alla rabbia, all’ossessione di un innamorato che per la prima volta vive l’innamoramento senza rendersene conto con un nervosismo, una trepidazione ed una pena immane, incalcolabile. Ha quasi 50 anni, Antonio, è un architetto di una certa fama con una vita tranquilla fatta, per lo più, di amicizie, famiglia, vacanze. Rispecchia in pieno, quindi, quello che si definisce un uomo “borghese, intelligente, corrotto, ricco e fortunato”. Quello che Antonio non ha, differentemente da come accade con i suoi amici, però, è una confidenza aperta verso il genere femminile. Sa benissimo, sin da quando è ragazzo, che quando una conoscenza lo porta a stretto contatto con una donna, prima di essere naturale nei suoi confronti deve trascorrere un arco temporale considerevole e che, nel frattempo, apparirà del tutto straniante, distante, dando materialmente l’idea dello sforzo che immette nell’approccio, per essere più affabile. Si concede, così, di tanto in tanto, delle visite dalla Sig.ra Ermelina, gestrice discreta di una casa di appuntamenti. Visite del genere, nonostante gli scrupoli morali un poco addolciti dalla spregiudicatezza di queste ragazze che a lui sembrano piuttosto uscite da fiabe, hanno il potere di azzerare le sue tempistiche e di concedergli qualche ora di contatto umano senza che prima intercorra una lunghissima trafila fatta di incastri, intenti e tentennamenti. A Dorigo sembra quasi incredibile quanto l’attesa stessa di un appuntamento del genere possa sconvolgere il suo corpo, in allerta sin da ore prima che avvenga, quanto possa aprirlo, fremente e ansioso di scoprire come sarà la ragazza che a breve potrà stringere tra le braccia senza che questa ne provi repulsione, che si concederà a lui consapevole che quel darsi avverrà coscientemente da entrambi le parti. Fu così che “una mattina qualsiasi di una giornata qualsiasi” Dorigo telefonerà all’Ermelina per un appuntamento al pomeriggio e, senza saperlo, senza immaginarlo, senza presupporlo, senza alcuna difesa in atto, dall’alto dell’ottavo piano nel suo ufficio, che è apparentemente uguale a centinaia di altri uffici, pregusta, con il risvegliarsi dei sensi e del corpo, il momento di quel nuovo incontro condiviso, caldo e nudo che segnerà l’inizio della fine della sua tranquillità. Sullo sfondo, una Milano anni ’60, grigiastra e febbrile di lavoro di giorno e magmatica ed accogliente di notte, risuonante di tutti gli ansimi provenienti da finestre chiuse di palazzi svettanti e da locali infossati in seminterrati nascosti.

Una robustezza di prosa tra le più belle, un incedere mutevole e traballante che si snoda in flussi di coscienza impulsivi e irrazionali, intrisi di una fretta dolorosa di comprensione che non arriva mai quando dovrebbe, sempre al di là della portata di un uomo che via via si accartoccia sempre più, tracimante di sensazioni e allo stesso momento sbiancato, inaridito, riarso di vitalità. La mancata fermezza di Antonio, l’ininterrotto lavorio mentale, le sue ansie, le sue paranoie, le sue insicurezze, l’inesistente solidità, l’essere soltanto un nucleo ribollente che si sforma, che non ha più contorni ma solo palpito, vibrazione, pulsioni, impazienza, incrostature di incertezza ed incompiutezza, l’essere in completa balia di un corpo tenero, di un “orgoglio popolaresco”, di un profilo spaurito e giovane, di un paio di occhi inafferrabili che hanno un nome buffo, Laide, tutto sarà percepito con una disperata esigenza che divelle e scarnifica. La contraddizione necessaria, però, sta nel fatto che Un amore non è una lettura spensierata, è umanamente improbabile che da lettori non si avverta antipatia, disagio, fastidio, esasperazione, irritazione, indignazione verso Antonio e verso Laide, ambedue realistici al punto da leggerli nel loro scorrere sentendosi propensi ad una condanna sfrenata per i loro modi di agire, di assorbire i comportamenti l’uno dell’altro, di soffocarsi a vicenda, di usarsi per il proprio egoismo, intenzionalmente e non.

Si sta seduti su quella sedia scomoda anche da lettori, non si potrà evitare la fisicità con la quale sentiremo il respiro affrettarsi nei flussi scevri da punteggiature o il brusco arrestarsi per un punto ghiacciato e terminale di un pensiero che scolora nella routine; non si potrà evitare di sentirsi inzuppati di tutti i dettagli sparati senza avvisaglie, che ritroveremo dinanzi ai nostri occhi, ripetuti più lentamente, nel paragrafo successivo, messi a fuoco, riempiti, ammirati con un tono di rilassatezza più strutturato; non si potrà evitare di sentirsi superiori nel leggere tanto disfacimento umano inespresso da parte di un uomo di colpo tornato indietro in un tempo non vissuto e che vive triplicato nell’incessante corsa di un presente che non comprende, di uno scatto in avanti di vita che non intuisce; non si potrà evitare di ergersi a giudici nei confronti della giovinezza sprezzante di cui Antonio s’innamora e che lo attanaglia ma che appartiene, di fatto, a una ragazzina ingannata dall’indifferenza con cui si scherma; non si potrà evitare di godere del dolore intimo e scoperto come un nervo di un amore tenace e angosciato, palesato rozzamente al nostro sguardo; non si eviterà, in ultimo, di sentirsi parte del loro stesso mondo, di ricordare che ogni cosa appare risolvibile soltanto dall’esterno e che gli unici elementi esterni, qui, siamo noi che leggiamo, pertanto incapaci, per pudore o per timore, di dire Sì, non poteva andare che così.

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