Paradiso perduto, Henry Miller.

photo_2019-09-22_01-20-06Riuscite ad immaginare la vostra vita senza il simbolismo? Riuscite, seppur a fatica, a distaccarvi dai continui simbolismi che dalla nascita ci vengono inoculati nella mente? La vita stessa, può esistere senza contenere simbolismi? È praticamente impossibile pensare di alienarsi, non essere parte di, prendere parte a, senza l’ideale di un simbolismo. Le religioni, prima di ogni altra cosa, rappresentano il simbolismo e si reggono sui simbolismi, e sono il primo approccio, crescendo, al quale veniamo indirizzati. Al di là dell’eventuale santità, però, ci sono simbolismi che non nascono come tali, lo diventano. L’essere umano può, attraverso le sue azioni, divenire un simbolismo tramite un atto simbolico di cui non si rende affatto conto nel momento ma che, nel lungo periodo, verrà a reclamare il suo stesso esserlo stato, dando adito ad un processo di sdebitamento inconscio in chi quell’atto simbolico l’ha ricevuto. Il fulcro di Paradiso perduto sta tutto qui: nell’attuazione istintiva del simbolico con una postuma capitolazione senza avvisaglie.

Nel ’36, Anaïs Nin fa conoscere ad Henry Conrad Moricand, per un impulso di sopravvivenza, nella speranza di distanziarsi da quel fardello d’uomo tetro e capace di incupire gli altri più di quanto dall’apparenza si potesse dedurre. L’idea fu quella di avvicinare due persone molto diverse tra loro con la prospettiva che potessero in qualche modo equilibrarsi a vicenda. Pian piano, tra i due, nasce una sorta di confidenza, Henry infaticabile ascoltatore, scrittore alle prime armi con una tendenza a sfaldarsi in qualsiasi direzione, Moricand più saggio di quanto la vita stessa gli permettesse di essere, tra stenti ed auto-affossamenti, studioso di astrologia ed occultismo. Sin da subito, l’impressione che Miller ebbe di Moricand fu quella di un uomo che vivesse interamente nel passato, per meglio dire “di uno stoico che si trascini dietro la propria tomba”, di un uomo, quindi, che per quanto tentasse di essere onesto ed imparziale, di fatto, aveva in sé un germe ben piantato di slealtà. Henry cercò di non dare troppo peso a questa sensazione, si concentrò piuttosto sulla seconda impressione che ebbe, quella di un essere sospettosamente intelligente. Al contempo, Moricand non aveva granché percezione di Henry, non conosceva i suoi scritti, l’unica cosa che subito attirò la sua attenzione era che fosse del Capricorno, al punto da tracciargli un quadro astrale, appendendoselo in camera, come faceva generalmente con ogni quadro, compreso il suo, che metteva su carta. Questa analogia bastò a far continuare, per qualche anno, la loro amicizia, se così la si può definire. Di lì a breve, la guerra li avrebbe separati ma, prima che succedesse, Moricand si presentò, un giorno, con un dono per Henry, preso durante una passeggiata lungo la Senna: un libro, un libro donato come se fosse la cosa più spontanea e colma di ammirazione che avesse mai fatto. Il libro era Seraphita, di Balzac, e divenne uno di quei libri divinatori ed illuminanti che nel tempo restarono intoccati per Henry. Eccolo, l’atto che diviene simbolismo, che lega colui che lo riceve allo sdebitamento inconscio verso il simbolo stesso. Per Miller, inconsapevolmente, quel gesto, quel libro, divenne una futura condanna.

Terminata la guerra, fino al ’47 di Moricand non si ebbero più notizie, Henry pensava addirittura ad una sua eventuale morte, salvo poi, un giorno, ricevere una lettera da una principessa italiana che intercedeva su richiesta di Conrad, laddove avesse mai scoperto il nuovo indirizzo di Miller. Henry fu sollevato di saperlo vivo, gli rispose immediatamente e senza pensarci gli chiese se ci fosse qualcosa di cui avesse bisogno o che potesse fare per attenuare le sue fatiche. Le numerose risposte supplichevoli e disperate di Moricand non si fecero attendere, risposte dettagliatissime sul suo stato indigente in Svizzera, sull’impossibilità di fare alcunché per migliorarlo, su quanto la guerra lo avesse debilitato e via dicendo. Henry, che si era appena trasferito nella sua nuova casa a Big Sur, in California, avvertiva quella disperazione come qualcosa da alleviare e l’unica idea, non potendosi permettere di mantenerlo economicamente a distanza, che gli venne in mente fu quella di ospitarlo in casa propria e di condividere quel poco che avevano senza remore. La moglie non fu entusiasta dell’idea, in primo luogo perché Moricand non era certo una persona capace di rendere interessante una convivenza, in secondo luogo perché non capiva cosa Henry gli dovesse al punto da metterselo dentro casa; Henry non seppe spiegarlo: “Cosa dovevo a Moricand? Nulla. E tutto. Chi era stato a mettermi in mano Seraphita? Mi sforzai di spiegarle la situazione. Rinunciai a metà strada. Compresi l’assurdità del tentativo di formulare una simile spiegazione. Nient’altro che un libro! Era da pazzi tirare in ballo un argomento simile.” Il viaggio venne organizzato e Moricand arrivò. Inizialmente fu colpito dalla “Terra dell’abbondanza”, dall’oceano, dalla pace che sembrava regnare ovunque, dalla piccola e modesta dimora di Miller, si sentì confortato e non ci volle molto per ambientarsi nel piccolo studiolo che gli era stato riservato. Quello che, però, avvenne in seguito mise a durissima prova la generosità di Henry fino al punto da renderlo insofferente. La differenza sostanziale tra Miller e Moricand era una: Henry aveva sempre avuto una capacità altissima di adattamento, Conrad invece restava, ovunque andasse, ancorato ai suoi capricci senza mai considerare che il mondo intero non era la sua Francia e che soprattutto l’America non era un contenitore ricolmo per ogni sua maniacale esigenza; ad esempio, non comprendeva come una terra con così vaste possibilità non avesse un determinato tipo di sigarette, di medicinale, di carta da lettere, tutte inezie che nonostante tutto Henry tentava di cercare ma che, ovviamente, non erano disponibili dall’altra parte del mondo. Il clima in casa, in breve, divenne insostenibile, più passavano i giorni più Moricand diveniva lugubre, funereo e che Henry cercasse di farlo ragionare mostrandogli l’effettivo “Paradiso” che avevano attorno non serviva a nulla. Due furono le motivazioni scatenanti che portarono ad una asfissia conviviale, la prima è che Moricand soffriva di quella che oggi chiameremmo dermatite psicosomatica, che rappresentava in pieno quel suo voler impietosire allo stremo gli altri senza però fare nulla che potesse farlo star meglio, come ad esempio seguire i consigli di un medico, cosa che Henry gli mise a disposizione; la seconda, che venne manifestata una sera a cena, è che Moricand, nel suo periodo parigino, abusò di una bambina, con il consenso della madre della stessa. Henry non volle neanche approfondire se quel che stava raccontando avesse un che di veritiero o meno, da padre amorevole con la sua Val, decise che si sarebbe sbarazzato immediatamente di quell’uomo parassita che già fin troppo li aveva oppressi e soffocati con la sua continua pressione mortuaria, infida e disturbante. La separazione, nel ’48, avvenne con numerosi problemi e rimostranze da parte di Moricand che, infine, si dimostrò più ingrato di quanto lo stesso Miller avrebbe mai potuto sperare.

Paradiso perduto, è un orpello di narrativa purissima, intriso di considerazioni, anche piuttosto banali, che se scritte però da Miller, diventano magistrali. La banalità viene percepita come tale in quanto chiunque può farsene padrone, nei propri discorsi, perdendo quindi senso e profondità a favore del continuo abuso ma questo non prescinde che non contenga, in un substrato più nascosto, un fondo di veridicità ben presente. Inoltre, la capacità descrittiva e ritrattistica di Miller fa sì che il racconto di uno spaccato di vita riesca ad essere pregno di quel grottesco che tanto lo ha rincorso nella sua esistenza.

Come scriveva il buon Roth: “Non c’è mai niente che mantenga quel che promette”, neanche un atto simbolico come fu per Miller quel Balzac.

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