La famiglia Winshaw, Jonathan Coe.

7Tra le penne stilisticamente più solide e riconoscibili non si può non annoverare quella di Coe, contraddistinta da una tridimensionalità di caratterizzazione che rimpolpa un multi-genere letterario accortamente intrecciato fino a far collimare ogni rifinitura senza spaesare il lettore. La famiglia Winshaw è un romanzo, o per meglio dire un espediente, di critica anglosassone verosimigliante che ha similitudini più o meno consce con il criticismo dei postmodernisti americani che saettavano, a loro tempo, con i loro scritti su un sistema corrotto e malato, fatto da persone altrettanto corrotte ed altrettanto malate, capaci soltanto di rinfocolare la bassezza dei loro tornaconti a discapito della moltitudine popolare.

Sin dalle primissime pagine, tutti i componenti della famiglia Winshaw ci appaiono senza filtri per il manipolo di rampolli cospiratori ed arrivisti che sono, invischiati socialmente in ogni genere di affari poco leciti, con una fama a precederli per nulla rosea. Tutto inizia con una morte, la morte di Godfrey Winshaw, una morte che porterà una sequela di azioni e reazioni lunghe decenni e che comprenderanno un girotondo di interazioni tra i personaggi non indifferente. Con tali premesse tutto farebbe presupporre di avere in mano una saga familiare, di quelle che raccontano semanticamente vita, morte e miracoli di ogni consanguineo, ma ci si renderà conto presto che l’intero libro sarà ben più di questo. Non ci troviamo davanti ad un romanzo lineare nel senso stretto del termine, lineare lo diventa soltanto sul finire, quando ad uno sguardo d’insieme ci si accorge che tutto ha una calibratura d’intreccio essenziale e pulita; inizialmente, però, dovremo fare i conti con una lentezza di espressività da parte dei personaggi quasi votata al demordere, se non fosse che tra tutte le voci a cui la capitolazione dell’intero libro viene affidata c’è quella irresistibile di uno scrittore in crisi creativa, Michael Owen, che sin da subito, ignaro, farà da collante all’intera vicenda con la sua scrittura e la sua “luminosa legittimazione conferita alla solitudine”.

Paradossalmente, la soddisfazione più grande che credo si possa trarre da romanzi del genere è che ci vengono presentati personaggi con caratteristiche totalmente avulse da benemeriti o virtù, e non capita sovente di poter leggere un romanzo e di trovarci dentro ogni genere di raffigurazione emotiva negativa, fatto di persone infide ed approfittatrici, e se questo da un lato repelle, dall’altro attrae, attrae per l’incosciente lusinga egoistica di ognuno di far parte di quel famosissimo lato oscuro, di perdersi seguendo soltanto il proprio istinto o la propria personale divinazione, incongruenti nella realtà con l’essere persone perbene. Così come leggere De Sade è un atto rivoluzionario di ribellione soggettiva che si compiace nel sentirsi umanamente marcescenti, così leggere dell’intero parentado dei Winshaw fa avvertire un’attrattiva verso la mancata umanità esibita; al contempo, per fortuna, ci saranno personaggi secondari, non meno importanti, a far da contraltare alle loro abiezioni, ricordandoci quanto sia pericoloso ergersi senza scrupoli sui propri simili. Coe non solo critica lo società prepotentemente ma immette personaggi che porteranno conseguenze tali da non poter chiudere gli occhi dinanzi alla volgare attuazione dei loro istinti verso una società gestita e usata in modo accentratore ed individualista.

Così come accadde con La casa del sonno, La famiglia Winshaw gode appieno dello stesso coinvolgimento che la prosa accurata fa affiorare nel lettore. Farsi trasportare dallo schiudersi della trama, dai collegamenti, prevede sì concentrazione e buona memoria ma al netto della storia, non si percepiranno come investimenti faticosi, anzi, si avvertirà un’esaltazione tangibile nello scoprire l’intersecazione dei dettagli, la finezza con la quale vengono richiamati dai flashback, dai salti temporali, dalle diverse storie con sottilissimi fili conduttori in comune che Coe, in veste di scrittore abile, saprà tirare, allentare e poi tesare ancora, per far sì che l’attenzione non scemi anche nelle parti più criptiche. La percezione che si ha, a posteriori, è quella di un libro che vale la pena di essere letto, di un libro che sa coinvolgere, di un buon libro che non smette di esistere nel momento in cui si smette di leggere. Può darsi che non rientri semplicemente nei gusti di ognuno, può darsi che risulti più prosaico di quanto non si possa sopportare ma, obiettivamente, volendo essere quanto più chiari e distaccati possibile, va ammesso che il gusto personale, soddisfatto o meno da una lettura di qualsivoglia natura essa sia, non inficia la qualità di un prodotto se questi ne possiede. Un buon libro, dopotutto, non è quel libro che ci fa urlare al capolavoro letterale identificativo, che diventa virale, congestionato dalle lodi, dalla grandezza: un buon libro è quel libro che ci fa desiderare di prenderci ancora un po’ più tempo del solito per leggerlo, assorbirlo ed assaporarlo senza isterismi, senza perdere lucidità, attenzione ed analisi ed, infine, sentendoci accolti da pagine straniere che concederanno la gentilezza di non essere sbrigative, scortesi o distanti.

È una storia abbondante quella dei Winshaw, con una centralità narrante ben articolata, che racchiude personalità meschine e striscianti controbilanciate dalla nobiltà d’animo dei giusti che permea attraverso le righe, ed una lettura soddisfacente non ha bisogno di molto altro.

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