“Quando ero piccolissimo” 1973, Molto difficile da dire, Ettore Sottsass.

Quando ero piccolissimo, un bambino di cinque o sei anni, certo non ero un bambino prodigio, ma facevo disegni con case, con vasi e fiori, con carri di zingari, con giostre e cimiteri (forse perché era appena finita la prima guerra mondiale) e poi, quando sono stato un po’ più grande, ho costruito barche a vela, belle e affilate, ricavate col temperino dalle cortecce tenere dei pini del Monte Bondone, e ho anche costruito un piroscafo a vapore, che affondò subito, di legno e lamiera con la caldaia-giocattolo del mio compagno di scuola, ricco, figlio del padrone del Grand Hotel della città, e insieme a Giorgio e Paolo Graffer abbiamo costruito teleferiche lunghe fino a duecento metri che andavano dalle case sull’Adige fino alla cima rocciosa del Doss Trent, dato che avevamo trovato un deposito di gomitoli di spago di carta abbandonato in cantina dagli austriaci in fuga (o forse rubato dal nonno Graffer), e poi abbiamo anche costruito un mulino straordinario che faceva andare un meccanismo con martello nel ruscello del bosco, tra lamponi e tele di ragni immensi illuminate dalla polvere del sole, e poi, quando sono stato ancora più grande, avevo otto o nove anni, ho costruito barometri e cannocchiali di legno nella bottega di mio zio Max falegname per misurare il passaggio delle stelle, ma naturalmente né il barometro né il cannocchiale hanno mai funzionato malgrado i disegni che facevo, di un’astronomia come la immaginavo io e così via…
Mi è sempre sembrata la cosa più naturale disegnare e fare cose; qualunque cosa servisse per giocare, da solo o con qualcuno, qualunque cosa servisse a me o agli altri per misurare l’aria, lo spazio, il tempo, i giorni e le notti, qualunque cosa mi facesse svegliare, tremando, la mattina, con l’idea fissa che ci fosse qualcosa da fare o che forse c’era soltanto da correre giù nel bosco pesante di rugiada, di silenzio, di odore di funghi, a guardare se quella cosa che avevo, che avevamo fatto, funzionava ancora, se avevamo fatto bene a farla, ora che la guardavo col sangue raffreddato dalla notte, non so se mi spiego.
Mi è sempre sembrata la cosa più naturale passare i giorni così a cercare, come potevo, di sciogliermi nel pianeta che ci porta in giro, dentro e fuori le stagioni, insieme agli altri, facendo cose, chinati insieme sulla terra o scrutando me stesso negli occhi degli altri quando consegnavo nelle loro mani, come se l’avessi trovata bighellonando, una cosa che invece avevo fatto da solo.
Però anche se appoggiavo nelle mani degli altri le cose che avevo fatto, in realtà non mi pare di aver mai fatto grandi differenze tra disegnare una cosa, costruirla e usarla, e neanche tra fare le cose da solo o con gli altri. Se mi veniva in mente di fare una barca, ero io che la disegnavo, ero io che la costruivo, ero io il capitano che la guidava nell’Oceano Pacifico, che la difendevo da atolli mortali, che la accostavo a spiagge di corallo; quando eravamo insieme, se ci veniva in mente di fare una teleferica, eravamo noi a disegnarla, noi a farla e noi, «il popolo», che la usava. E neanche facendo le cose avevamo in mente di consegnare modelli a chicchessia, non avevamo alcuna presunzione, alcun senso di potere che ci venisse dalla conoscenza di quello che forse eravamo capaci di fare. Non mi sentivo e non ci sentivamo designer, né artisti, né artigiani, né ingegneri per un pubblico: non cercavamo né consumatori, né osservatori, né cercavamo consensi, né dissensi che non si trovassero tutti dentro noi stessi.
Tutto quello che facevamo si esauriva nell’atto di farlo, nella voglia di farlo, e tutto quello che veniva fatto, alla fine, stava dentro all’unica sfera straordinaria della vita. Il design era la vita stessa, era il giorno dall’alba al tramonto, era l’attesa notturna, era la consapevolezza del mondo che ci circondava, delle materie, delle luci, delle distanze, dei pesi, delle resistenze, delle fragilità, dell’uso e del consumo, della nascita e della morte.
Che altro? Era anche, a questo punto, la consapevolezza dell’esistenza del nostro gruppo di ragazzi come tribù completa e pulsante.
Adesso sono diventato così grande che qui davanti, sul petto, sono pieno di peli bianchi. Non faccio più le barche lievi di corteccia, non faccio più teleferiche con le scatole delle scarpe della famiglia e con le bobine della macchina per cucire sottratte alla madre chinata sugli strappi delle camicie; adesso, qualche volta, forse come allora, faccio grandi ceramiche, o mobili monumentali come tombe, o altri oggetti come strumenti per viaggi più misteriosi e certo più difficili dentro al mare della consapevolezza, alla ricerca di un sadhana privato e pubblico, la cui bianca spiaggia, ahimè, ancora non appare all’orizzonte.
Ma questo mi succede raramente: è un affare personale, una storia tra me e la mia vita, che raramente mi è concesso di curare. Invece, adesso che sono vecchio, mi concedono di disegnare macchine elettroniche e altre macchine di ferro, con le luci fosforescenti scattanti e con suoni che nessuno sa se sono cinici o ironici; adesso mi concedono soltanto di disegnare mobili che si dovrebbero vendere, mobili – dicono – e altre cose che vendano «a prezzi bassi» – dicono – così se ne vendono di più – per la società – dicono – e adesso disegno cose di questo genere. Adesso mi pagano per disegnarle. Poco, ma mi pagano. Adesso mi cercano e aspettano da me modelli – come si dice – idee e soluzioni che poi vanno a finire chissà dove.
Adesso sembra che tutto sia cambiato. Sembrano cambiate le cose che faccio (da solo o con i compagni) e sembra anche cambiato il modo di farle perché, addio Pianeta azzurro, addio stagioni melodiose, addio sassi, polveri, foglie, stagni e libellule, addio giorni bollenti, cani morti sul ciglio della strada, ombre nel bosco come draghi preistorici, addio Pianeta: oramai le cose che faccio mi sembra di farle seduto in un bunker di umida luce artificiale e aria condizionata, seduto a questo tavolo di laminato bianco, seduto dentro a questa sedia di plastica d’argento, comandante di una cosmonave che viaggia a migliaia di chilometri all’ora, schiacciato contro questo sedile – immobile nel cielo. Ormai le cose le devo pensare da uno spazio artificiale, senza luogo né tempo; uno spazio soltanto di parole, di telefonate, di riunioni, di orari, di politica, di attese, di fallimenti. Ormai sono un professionista, acrobata, attore, funambolo per un pubblico che invento, che descrivo a me stesso, un pubblico lontano, col quale non ho contatti, dei cui discorsi, battimani e disapprovazioni mi giungono echi soffocati, di cui leggo sui giornali le guerre, le catastrofi, le carestie, i suicidi, le fughe, la miseria, o i riposi ansiosi sulle spiagge affollate, dentro stadi fumosi, che ne so: come posso sapere chi sono quelli che aspettano cose da me? Quelli che useranno le mie barche di corteccia e le mie teleferiche di spago di carta e i miei cannocchiali di legno che non funzionano?
Mi hanno fatto diventare un «artista»: se no, non mi pagano. Qualcuno, per prendermi in giro o perché gli pare di crederci, mi chiama anche «Maestro». Qualcuno guarda i miei capelli lunghi e mi dice: «Come la invidio, lei se li può permettere, lei è un artista». E poi tutti, ormai, si aspettano spiegazioni, soluzioni, salti mortali, vogliono sentire suonare i campanelli del mio berretto mentre loro stanno lì a guardare immobili, pettinati dal «barbiere», vestiti dal «sarto», educati dalla «scuola», arricchiti dalla «produzione», fatti degni dal «lavoro», seduti su piccoli, grandi troni conquistati, o anche sulle sedie di cucina, perché gli è stato spiegato che loro artisti non lo sono; gli è stato detto che loro non possono permettersi di portare capelli lunghi, né di inventare i propri vestiti, né di costruire i propri mobili, né di comporre le proprie canzoni, né di scrivere le proprie poesie, né di giocare coi propri bambini e neanche, alla fine, di sapere bene dove si trovano, neanche di sapere dov’è il bosco, neanche dove sono i sassi, la polvere, le foglie, gli stagni, le primavere, le estati, l’autunno. Dov’è la vita e dov’è la morte.
A me, questo meccanismo strano nel quale sono stato cacciato piacerebbe romperlo. Mi piacerebbe romperlo per me e per gli altri, per me e con gli altri. Mi piacerebbe non dovermi assumere il ruolo dell’artista soltanto perché così sono pagato, e mi piacerebbe che agli altri non venisse neanche in mente che c’è qualcuno che è un artista e perciò lo si paga. Mi piacerebbe che artisti lo fossimo tutti o nessuno, come lo eravamo quando facevamo disegni, barche, navi, mulini, teleferiche e cannocchiali. Mi piacerebbe pensare che l’antico stato felice che ho conosciuto si possa in qualche modo ritrovare: quello stato felice nel quale il «design» o l’arte – la cosiddetta arte – voglio dire era la consapevolezza di appartenenza al Pianeta e alla storia pulsante della gente che sta con noi.
Non so se mi spiego. Mi piacerebbe anche che in questo viaggio perpetuo alla ricerca della sadhana comune quelli più fortunati e più belli, quelli più profumati e con gli occhi più felici fossero compagni e non maestri, non preti, non predicatori a quelli che forse fatti meno fortunati dai destini – se ci sono, se veramente ci sono. E mi piacerebbe che non si parlasse più di fortunati e sfortunati, né di migliori e peggiori, né di artisti o no, ma si parlasse delle cose da fare insieme, di quelle cose che tutti siamo capaci di fare – non c’è dubbio – come eravamo capaci di farle, insieme in quegli anni lontani.
Ecco tutto.
Mi piacerebbe trovare un posto dove provare, insieme, a fare cose con le mani e con le macchine, in qualunque modo, non come boy-scout e neanche come artigiani e neanche come operai e ancora meno come artisti, ma come uomini con braccia, gambe, mani, piedi, peli, sesso, saliva, occhi e respiro, e farle, non certo per noi e neanche per darle agli altri, ma per provare come si fa a fare cose, cioè provare a farle, provare come può essere che ognuno può dare cose, altre cose, con mani e macchine – che ne so – eccetera eccetera. Si potrà provare?
I miei amici dicono che si può provare.

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