La spiaggia, Cesare Pavese.

11Pavese, per me, è stato un frutto colto tardivamente, col sopraggiungere dei trent’anni, complice un pomeriggio in cui, sorpresa dall’intensità di un suo verso letto in rete, mi sono chiesta sul momento per quale motivo non avessi ancora letto nulla di suo. Pensandoci, non avevo motivazioni reali; semplicemente, nel tempo, mi sono dedicata ad altri autori e non mi era mai successo di sentirmi attratta, finché non ho letto quella frase, finché non ho sentito quella frase. Forse, quel temuto numero pari, che ha più l’aria di una condanna che quella di una crescita, richiedeva uno scoprimento da parte mia, una scelta nuova, e che andasse bene o male aveva ben poca incidenza. Inizia più o meno così la conoscenza, con quattro suoi libri usati presi senza troppo pensare ad un ordine di pubblicazione o lettura specifico. Il primo letto è stato La bella estate, nonostante fosse gennaio, e come primo avvicinamento fu un repentino meravigliarsi di quanto non percepissi Pavese, anche nelle descrizioni più usuali, vittima dell’abuso fotografico descrittivo; c’era piuttosto una continua placida armonizzazione tra ambienti e personaggi. Come primo confronto fu perfetto, fondamenta solide furono gettate, non restava che continuare ad innalzare bianche mura, stanza dopo stanza. Tra le altre cose, si è creata in me questa sorta di convinzione: che Pavese vada, chirurgicamente, letto d’estate, e non per alcuni suoi rimandi alla stagione, ma perché leggere Pavese è epidermicità, è socchiudere gli occhi per il troppo sole, col sudore addosso, appoggiati di spalle ad un muro di calce bianca bollente poco dopo mezzogiorno, quando il sole inizia a colare a picco e le persone, impigrite dal pranzo, si concedono sonni alleggeriti del buio notturno, e nessun’altro periodo dell’anno è epidermico tanto quanto l’estate. La spiaggia, per arrivare allo snodo principale del post, l’ho scelto come seconda lettura perché mi sembrava avere un senso di coerenza tematica che non ho potuto ignorare.

Siamo agli inizi degli anni ’40 quando Pavese scrive La spiaggia, che è d’impatto tra le sue scritture narrativamente più lineari, facente parte di un filone di scrittura molto meno pregno degli affondi umani dei suoi ultimi romanzi. Ha un’ampiezza ed una ricerca antropica e solidale sostenuta da una ritmica lentezza, senza conflitti e senza collisioni. È un romanzo breve che racconta tranquillamente di una vacanza. Minute sfaccettature ci porteranno a leggere di un’amicizia ritrovata, di una coppia di sposi che vive un momento di crisi senza ritorsioni particolari, di alcuni personaggi secondari che ruotano attorno alla storia e che, a loro modo, ne prendono parte senza stravolgerla. Doro e Clelia sono una giovane coppia di sposi e dopo appena qualche anno dal matrimonio la loro conoscenza è così profonda da allontanarli. Inizia a farsi strada un educato silenzio, la cognizione di Clelia riguardo il cambiamento di Doro, che non è più lo stesso dei loro inizi, la perdita di contatto di Doro, che tace e cerca di ritrovarsi nei suoi luoghi d’origine, lì dove da ragazzo, col suo amico, passavano notti intere a parlare senza soccombere all’inutilità dei loro discorsi irreali, con molti nervi e molta gioventù. C’è, poi, “il professore”, a cui Pavese non da nome, quasi a non volersi perdere in convenevoli, amico di Doro da sempre, che fa sia da spettatore sia da voce narrante e partecipativa a quella monotonia rivierasca fatta di scogli, di bagni, di sole, di quiete, di inedia. La particolarità di Pavese del non dare un nome proprio a chi racconta non solo non rende meno realistico il racconto ma lascia un millimetrico margine romantico che permette al lettore il capriccio di trasporre un po’ dell’uomo che Pavese era in quell’amicizia descritta con Doro, che fa da paravento ai suoi amori.

Pavese non esagera mai nel linguaggio, i suoi personaggi non hanno fragore, non crea echi linguistici assordanti. In un sottotono di noia e di routine, i suoi personaggi hanno una naturalità assorta ed integrata negli spazi in cui la loro vita si immerge. La naturalezza dei silenzi, delle parole taciute a fronte di quelle rivelate, la centralità delle descrizioni ambientali che sagomano il loro stesso farne parte e la mancanza del tormento creano un’atmosfera antica, anarchica, quasi scolorita, che è la stessa dei borghi nativi ai quali si torna cresciuti, ritrovandoli inalterati. Leggere Pavese è sentirsi attratti dalla noia, dalla pacatezza, dal chiarore della riflessione, che va al di là della comprensione e che schiara le tristezze. Fermarsi a tutto questo, però, è perdere l’incanto delle inquietudini sottostanti, insinuate nei comportamenti apparentemente tranquilli dei protagonisti. L’aspetto espressionistico ha una valenza importante, senza dubbio, ma le introversioni dei caratteri che si dilatano, delle loro paure, delle loro intransigenze, formano un lastricato di marmo su cui camminare senza attenzione è pericoloso. La cosa più importante, in Pavese, è l’equilibrio, è il tono su tono sui cui gli incastri psicologici e quelli interattivi dei suoi personaggi si sgrovigliano. Sul momento, ci si ritrova risucchiati nel niente che accade e se si è abituati a storie in cui accade il tutto ci si sente quasi privati di essenza, di consistenza, ma se ci ferma un attimo e ci si scherma gli occhi dal bagliore accecante del sole che si riversa inclemente in ogni anfratto, accade la magia: accadono gli odori, i mutamenti, gli umori, gli innamoramenti, le decisioni, le incomprensioni, le notti stagliate dalla luna, le responsabilità, le malinconie: l’esistenza.

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