Anaïs Nin, Diario, volume quinto, 1947/1955.

8Il quinto volume è una svolta cruciale nell’intero percorso di vita che rappresenta il Diario. Per come ci viene presentato, le annate che percorre s’involucrano, sul finire, nei suoi primi venticinque anni, dandoci così un primo sguardo d’insieme molto più corposo sulle varie fasi di crescita ed espansione, come donna e come scrittrice, di Anaïs. Guardando a ritroso, ritroviamo la liquidità di quella giovane ragazza che si aprì nella sua languida Parigi, che divenne un faro per scrittori agli albori come Miller, Artaud, che ebbe le sue prime esperienze con la psicoanalisi; o, ancora, l’avventura che accolse, con le tutte le sue scoperte, vagolando per il Marocco, per poi finire in America da Otto Rank, sperimentando più da vicino la psicoanalisi sui pazienti, che l’allontanò momentaneamente dalla sua scrittura, e che dovette abbandonare per non lasciarsi completamente risucchiare; la drastica crescita che portò con sé la guerra, la fine della “vita romantica” parigina che racchiudeva tutte le sue conoscenze di allora, il suo secondo esilio americano forzato; la faticosa lotta giornaliera che dovette affrontare per scendere a patti con quell’America sterile, fredda, dura, impietosa che le dava dimora e, infine, la fuga verso il Messico per lenire il dolore di quell’imprigionatura americana che la stava strangolando. Trame, tematiche, sviluppo, crescita, tutto inizia ad avere una struttura significativa tale da poter iniziare, oltre il goderne, un eventuale lavoro di ricerca antropologica sociale.

L’avevamo lasciata, al termine del quarto volume, ad Acapulco, in Messico, ed è qui che la ritroveremo all’origine del quinto. La ritroviamo in un momento estatico d’osservazione integrale, la bellezza vivida e linfatica di Acapulco l’avvolge, la rasserena, la rinvigorisce. Le sue descrizioni sono come sempre dense ma, oltre alla densità, sono presenti stati d’animo più aperti e meno sofferenti. La mitezza dell’aria rilassava i corpi, le menti, le conoscenze e, soprattutto, quel nuovo territorio da scoprire che non portava nessun segno di America addosso, ancora così inesplorato e vergine, attenuava i ricordi dolorosi della cupezza newyorkese. Le giornate di Anaïs erano scandite da balli, feste, spiagge, musiche, rumori, gente semplice e sorridente, cibo fresco dai colori cangianti, dal sole che sembrava scaldare ancor più che altrove, da villaggi sperduti tra le mangrovie, da acque marine sinuose sui corpi, dallo spagnolo che sin da bambina l’aveva accolta, in cui si riconosceva. I tropici la rimisero in contatto con la sua intimità femminile, per un periodo anche aggiornare il diario non servì, per quanta vitalità l’assorbiva. La sua personale protesta per essere stata privata di ogni piacere e riposo per anni e di avere quindi diritto ad un periodo senza alcun fardello angoscioso si compì nella decisione inaspettata, per lei stessa e per i suoi amici, non volendo più sentirsi ancorata in nessun luogo, di acquistare una casa proprio lì, ad Acapulco, in cima ad una roccia che affacciava sul mare e che avrebbe rappresentato, nonostante il suo imminente rientro, “il posto della gioia e della salute”. Il rientro a New York fu brutale. Su qualsiasi cosa si posasse il suo sguardo o il suo udito, l’unica cosa a trasparire era la rabbia, una rabbia cieca si riversava da ogni contatto, da ogni essere umano disumanizzato, da ogni sguardo, da ogni attività svolta a ritmi così veloci da impedire qualsiasi momento di comunione. La sola cosa che la rincuorasse era quella minuscola casetta comprata, lì a strapiombo sul mare, e la sensazione che sarebbe potuta ritornare: “I mesi in Messico erano stati come un lungo sogno, ma che effetto profondo avevano avuto su di me. Avevano allentato catene, sciolto veleni, paure, dubbi, guarito tutte le ferite. Guardare negli occhi scuri e senza fondo dei messicani e leggervi calore, umanità, emozione, venir rassicurati della loro esistenza, udire la dolcezza e la tenerezza delle loro voci ed essere rassicurati della loro esistenza, vedere gli innamorati, come in Francia, sciolti nell’estasi, ed essere rassicurati dell’esistenza dell’amore, vedere gente che poteva ballare, cantare, nuotare, ridere a dispetto della povertà, ed essere rassicurati dell’esistenza di vita e gioia. Vedere e udire la gioia.

I suoi ritmi, ad ogni modo, ripresero ad essere frenetici. Arrivarono inviti universitari per incontri con gli studenti, presentazioni organizzate per letture e firma copie, feste che portavano conoscenze altisonanti, come Chaplin; un soggiorno a Los Angeles, che trovò molto meno tossica di New York per via della vicinanza e delle influenze con l’Oriente, con il Messico, con ritmi più accesi ed un vago sentore surrealista grazie agli allestimenti dei cineasti in giro per la città, per le spiagge, gli Hollywood Boulevard popolati da artisti di ogni genere. LA, per un po’, le ricorderà Acapulco, riprenderà a scrivere, imparerà a guidare, avvertirà una libertà più tenue, calda. Anaïs non è più il fiume descrittivo in piena che era, più la realtà l’assorbe e più il diario rallenta. Conserva ancora quel nitore descrittivo che l’ha sempre contraddistinto ma inizia ad avere delle tempistiche di aggiornamento più ariose, stagionali, non lo percepiva più come una scappatoia giornaliera dal presente, come un’investigazione mentale e psicologica verso gli accadimenti: in quei momenti scriveva per comprendere, per cristallizzare visi, occhi, tocchi, idee altrui, produttività e tutto ciò che la invischiava nel presente, chiunque incontrasse, ogni palpito di vitalità, ogni scambio personale, come quello che ebbe con Cornelia Runyon, a San Francisco, una scultrice di viva pietra naturale che la colpì particolarmente. Il diario, però, aveva anche un risvolto non semplice da gestire: la sua pubblicazione. Per essere eventualmente pubblicato, Anaïs avrebbe dovuto rendere il suo diario un monologo interiore di associazioni libere che accompagnavano la vita di molti personaggi, pensare di pubblicarlo nella sua totalità di flusso interiore era impossibile vista la sua mole ed il doverlo calibrare a favore di editoria era un conflitto che la stancava oltre ogni dire. Nello stesso periodo, porta a compimento Una spia nella casa dell’amore, con la speranza che la sua pubblicazione potesse darle l’indipendenza economica necessaria per raggiungere quella maturità autosufficiente che le avrebbe permesso di sentirsi più sgombra dai favori, dai doveri, dalle richieste. Ancora una volta, però, l’America la respingeva, respingeva la sua scrittura considerata poco popolare, ed il sentirsi respinta le fece affrontare un nuovo percorso psicoanalitico con la dottoressa Bogner, che durò quattro anni, per risolvere il senso di sconfitta che le permeava attorno come una scure, al punto da farle persino considerare di abdicare nel suo intento di scrivere, di essere un’artista.

Il quinto volume rappresenta il movimento, il movimento tridimensionale del mondo che avanza, dell’individuo che cresce, dei nuovi posti che diventano posti conosciuti e viceversa. Non è mai stato semplice, per Anaïs, convivere con i suoi dualismi, i suoi affondi nella psiche, ma il movimento le era amico, la faceva galleggiare, non era più la fuga cercata per fuggire dalla realtà, era il presente vissuto senza che ne avesse timore, senza doverlo per forza imprimere ed immiserire. Stava muovendosi, continuamente, non stava più cercando, pensando, estraniandosi, stava immergendosi nel presente, stava permettendosi la fluidità. Il quinto volume è anche il volume, finora, più doloroso; un dolore carnale, non soltanto psicologico o sociale. Il dolore per la morte del padre, in una Cuba troppo lontana da lei; il dolore per la morte della madre, con cui passa incosciente gli ultimi istanti senza avvertire la fine della vita terrena di quella donna orgogliosa che tanto aveva allontanato; la diagnosi di un tumore, l’operazione che ne è seguita, il lento decorso post-operatorio che la sfianca; la consapevolezza di suo fratello Joaquin, che prova una sofferenza di figlio analoga alla sua, che però non è più un bambino che si possa consolare con un abbraccio; l’incendio e l’alluvione in Sierra Madre, che metteranno in pericolo più vite di quante si possano immaginare in momenti simili; lo zoccolo durissimo dell’ostracismo editoriale, che le arrivava filtrato anche attraverso i suoi stessi amici critici. Ogni strascico di dolore, nondimeno, aveva in sé il germe del “Nonostante tutto”. Nonostante tutto, Anaïs continua a viaggiare, immergendosi in territori nuovi, integri, in popoli poveri ma flessuosi nelle loro usanze primitive. Nonostante tutto, Anaïs risolve la sua rabbia, risolve la sua nevrosi, raggiunge un moto più o meno stabile di pace e ragionevolezza, prende così congedo dall’America “che uccide l’artista, la sua anima” e ritorna al Diario, consapevole di essere “nata moderna, contemporanea” e che il rifiuto dell’epoca verso i suoi scritti sarebbe valso in un futuro più umano, sarebbe stato compreso a tempo debito, quando la massiccia politicizzazione dell’intero Paese avrebbe arrestato la sua furia. Si lascia riscaldare dai suoi amici, dalla loro comprensione poetica del Diario, man mano che ne concedeva letture; dalle lettere di persone alle quali la sua scrittura arrivava sana e salva, senza impoverimenti; dalla gioia di aver ritrovato, in un viaggio, la sua Parigi ancora così intima, vissuta, imperfetta, con le sue ferite interne addolcite dall’usura umana che pervadeva ogni strada, ogni stanza d’albergo, ogni caffè, ogni libreria; persino l’esperienza con l’LSD le chiarisce quanto quelle emozioni alterate come orgasmi lei le avesse già vissute nei suoi libri, nelle sue descrizioni, nella sua vita, concedendole la sicurezza di non essere soltanto una turista del mondo delle immagini, col loro perpetuo volgersi alle spalle di chi le guarda soltanto scorrere.

Nelle sue stesse parole: “L’America, per me personalmente, è stata oppressiva e distruttiva. Ma oggi ne sono completamente libera. Non ho bisogno di andare in Francia, né da qualche altra parte. Non ho bisogno di essere pubblicata. Ho solo bisogno di continuare la mia vita personale, così bella e in piano sboccio, e di continuare la mia opera principale, che è il diario. Mi sono semplicemente dimenticata, per qualche anno, che cosa mi ero proposta di fare”, riecheggia un’avvisaglia di conclusione. Il sentore agrodolce di un tramonto, è nell’aria. Non manca molto per chiudere quella che è stata, ed è, e sarà, una vera e propria esperienza diretta di vita, traslata con le parole vivissime, scaltre, doloranti ed esaltate di una donna minuta che diventava oro al sole, liquida e generosa come una madre, voluttuosa ed erotica come una ninfa oscurata dal rimescolio di acque sconosciute, accesa e nevralgicamente curiosa come una bambina.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...