Una scrittura femminile azzurro pallido, Franz Werfel.

14Se dovessi descrivere, in poche parole, la lettura di Una scrittura femminile azzurro pallido direi, semplicemente, che è un esercizio alla pazienza per via del suo essere un breve e fastidioso concentrato di vile conservatorismo borghese. Mi rendo conto che esordire con tale premessa non sia propriamente idilliaco, parlando di letture, che non verte sullo scatenare grandi curiosità, ma saremmo in errore se considerassimo un libro controverso, dai toni personali processuali, brutto o inconcludente. Un bravo scrittore, o quantomeno uno scrittore conscio delle sue abilità narrative, saprà intessere anche storie, appunto, opinabili e discutibili negativamente, che suscitino emozioni contrastanti e che disturbino la comodità di letture più accondiscendenti che si tende a ricercare per evadere la sensazione di “perdita di tempo” che scaturisce da libri meno preconfezionati. Con una storia come quella che Werfel mette alla nostra portata, l’estrinsecazione di un uomo, di “un’anima bella, che i fatti imbarazzanti non vuole mai chiamarli col proprio nome e cognome”, è delineata perfettamente con essenzialità ma senza escludere, in contrasto, un’elargizione traboccante di rifiniture ipocondriache, paranoiche ed egoistiche del protagonista.

Vienna, anni ’30. Il capodivisione al Ministero per il Culto e l’Istruzione, Leonida, nome opprimente non meno che eroico, ha da poco festeggiato il suo cinquantesimo anno di vita. In un ottobre che sembra aprile, al suo risveglio, come accade ogni giorno, contempla la vista dalla sua fastosa dimora e si compiace della posizione raggiunta e del suo essere parte integrante di quell’ambiente elitario del quale fa parte, addirittura proviene, anche la moglie, Amelie, sposata da vent’anni or sono; si congratula mentalmente con se stesso, con quel suo sorriso ambiguo, entusiasta e beffardo, per il successo coltivato nel tempo e che ora lo fa sentire un uomo sicuro, indistruttibilmente persuaso di essere “un pupillo degli dèi”, dal fisico ancora avvenente e con una routine fatta di lavoro per lo più remissivo, senza troppo infragilire quell’aura di estrema arrendevolezza compiacente che, ad un occhio più attento, apparirebbe di certo come la migliore debolezza caratteriale ben dissimulata che, di fatto, è. Prima di recarsi al lavoro, Leonida, ancora nel pieno di tutte le sue pompose sicurezze, s’affaccenda placido con alcune lettere di auguri ricevute per il suo compleanno, se non fosse che tra queste ne risalta una in particolare, scritta a mano, in un inchiostro azzurro pallido, con una scrittura femminile dai “caratteri grandi, un poco ripidi e severi”. Una crepatura così fulminante, così inaspettata, questa lettera, che, oltre a gelare le mani di Leon, gli fa avvertire distintamente come lo stratificato pavimento di soggiogature decennali messe in atto, da arrivista quale è sempre stato, si sia, di colpo, trasformato in una pavimento budinoso e tremolante che stenta a rimettersi in asse e che fa metaforicamente perdere ogni fissità costruita col passare del tempo. La lettera in sé, chiunque la leggesse, non fa scorgere nulla di particolarmente sibillino atto a scuotere la vita tranquilla di uno statale, è una lettera come tante che, in tono formale, richiede la gentilezza, la protezione, o per meglio dire la raccomandazione, di un giovane ragazzo di origini ebree che ha bisogno di un inserimento scolastico a breve termine, visto il periodo politicamente non proprio roseo. Lettere di tale calibratura a Leonida non sono estranee, anzi, eppure qualcosa lo fa colare a picco nei suoi pensieri che arrovellandosi percepiscono tutt’altro che una banale richiesta protettiva; quel qualcosa è il repentino riconoscimento di quella calligrafia intransigente che da molto tempo non aveva più scorto. Provando a figurarsi la vita cadenzata di un cinquantenne risolto, compiuto e soddisfatto di sé, una sola cosa può stranirlo tanto da renderlo inquieto ed impaurito, e cosa altro può essere se non il riconoscere la grafia di un amore antico e dismesso che chiede riparo per un giovane ragazzo che ha più o meno l’età che si porta addosso quella relazione che, da quindici anni, sarebbe dovuta essere soltanto “la tomba interrata che nessuno riesce più a localizzare?”. Leonida, pur di mantenere lo specchio della sua esistenza perfettamente deterso ha fatto in modo, creandosi un’illusione purissima di moralità, di dimenticare ogni cosa che nel suo passato di ragazzo miserabile, figlio di un professore di ginnasio senza né arte né parte, e poi nella sua giovinezza stentorea, prima che un fortuito suicidio di un compagno di università gli corredasse l’eredità di un frac che avrebbe fatto la sua fortuna di lì a breve, al punto da ritrovarsi, adesso, con l’indicibile e perentoria responsabilità di un ipotetico figlio intuito tra le righe che in quanto proprio sangue non può essere ignorato, differentemente dall’amore per quella ragazza ebrea, Vera, che se fosse continuato avrebbe portato più grattacapi che gioie. La vita, però, quanto meno ce lo si aspetta, torna a reclamare quei rimorsi seppelliti di cui ci si libera per non dover rinunciare agli agi di una realtà più benestante e conformata, con i riguardi sociali e privati che comporta l’essere una personalità pubblica autorevole.

Comincia così, in uno stile narrativo asciutto e con piccoli rastrellamenti di sentimentalismo, ora affidato al protagonista, ora affidato ad una voce narrante usata come espediente di schiettezza e veridicità, con punte di sarcasmo interposte, una discesa umana (e disumana) nel nucleo bollente dei propri errori, delle proprie mancanze, delle proprie decisioni affrettate e sbrigative, insabbiate senza scrupoli, e non per pentimento bensì per insofferenza verso quel rigurgito temporale tornato per ledere la patinatura bucolica e laccata di un’esistenza votata alle sole apparenze, il processo individuale ed auto-assolutivo di un uomo disturbato nella sua quiete e per questo terribilmente irritato e tormentato, dubbioso se continuare nel far finta di nulla o se perdere ricchezza ed agiatezza per quel suo incidente di percorso chiamato probabile progenie, confessandosi alla moglie.

Non ci si aspetti dunque un rincrescimento sincero, qualora si voglia leggere questo spaccato di vita dal punto di vista prettamente maschile; si può tentare, però, visto il finale dai riflessi amari, di allenare il pregiudizio e la prerogativa giudicante umana a non prendere il sopravvento, per quanto sia la naturale conseguenza che una tale trama fa emergere. Il preconcetto crollerà, in buona parte, sotto il peso di un uomo, di un padre abortito, che non avrà mai più indietro la pace vissuta, nell’impossibilità di dare un volto, un corpo, una consistenza qualsiasi alla sua presa di coscienza tardiva da cui, ormai, non potrà più risorgere a cuor leggero.

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