Tutti i racconti, Franz Kafka.

1Con le narrazioni odierne, si tende ormai verso una ricerca spasmodica di letture compiute, che siano esse romanzi o racconti. C’è una continua pretesa verso storie che abbiano ogni sorta di elemento che le faccia apparire omogenee, ammorbidite, soddisfacenti nel momento in cui chiudendo il libro si ha tutto in ordine sotto agli occhi e nella mente. Questo anestetico effetto dilagante, questa didascalicità narrativa, ci tiene lontani da un elemento fondamentale, che in lettura dovrebbe essere imprescindibile, e quell’elemento è l’incompiutezza, che smuove poi l’immaginazione. L’incompiutezza, nelle storie, non necessariamente le rende incolori nel loro nocciolo intuitivo, spesso, anzi, fa sì che persino un racconto breve o un abbozzo spedito e vivace con personaggi stringati, possa concedere cunei immaginifici altrettanto soddisfacenti. Non è affatto semplice, inoltre, per uno scrittore, destreggiarsi con la precisione chirurgica di scritti meno dilatati, che contengano quel che è giusto per non apparire né scarni né soffocati. Ci vuole un chiara dimestichezza, o per meglio dire una chiara messa in discussione delle proprie capacità, con molto allenamento nelle costruzioni, per portare un racconto o un racconto breve nella schiera delle letture gradevoli e che, nel tempo, non sbiadiscano dalla memoria.

L’iniziazione attraverso i racconti, laddove vi siano pubblicazioni e nel caso in cui ci si trovi dinanzi ad autori altrettanto prolifici in prosa, è sempre l’ideale per arginare lo scoglio della fama e della presunta difficoltà (come spesso accade, ad esempio, con i russi) createsi negli anni. Nel caso specifico, leggere i racconti di Kafka aiuta a comprendere quanto Franz fosse un autore incontentabile; riscriveva di continuo e in varie forme i suoi manoscritti, che altrettanto spesso restavano incompleti, ed è per questo che il tentativo di Max Brod, in Tutti i racconti, di rimarginare le ferite lasciate aperte da Kafka è stato piuttosto arduo. Non vada mai dimenticato, oltretutto, che è solo grazie a Brod se ancor’oggi possiamo godere degli scritti di Kafka, avendo reciso quella promessa di eliminarne ogni memoria dopo la sua morte. In Lezioni di letteratura, prima di addentrarsi ne La Metamorfosi di Kafka, Nabokov scrive: “Possiamo smontare la storia, capire come i vari pezzi si incastrano l’uno nell’altro, come le varie parti della struttura si armonizzano fra loro; ma è necessario che abbiate dentro di voi una cellula, un gene, un germe che vibri in reazione a sensazioni che non sapete definire né potete ignorare. Bellezza più compassione – questo è il concetto che maggiormente si avvicina a definire l’arte. Dove c’è bellezza c’è compassione, per il semplice motivo che la bellezza è destinata a perire: la bellezza muore sempre, la forma muore con il contenuto, il mondo muore con l’individuo.” L’impressione iniziale dei racconti non è, appunto, di completezza: vi è, nei mezzi toni sfuggenti delle atmosfere, una temerarietà scarna di dettagli che lascia però risplendere i tratti caratteriali asciutti dei protagonisti, creando un perfetto contrasto assieme alle molteplici gradazioni emotive dei personaggi. L’accenno di Nabokov alla compassione, che si infiltra nella e dalla bellezza, in Kafka è peculiare, quasi diventa un’unione accalorata e mai incerta nell’evolversi delle storie. Parliamo di storie spesso allegoriche, di storie che hanno in sé sì umanità ma che se ne servono tramite molteplici forme diverse di vita. Non sarà, quindi, inusuale ritrovarsi a leggere storie con soggetti animali personificati che hanno una coscienza tale da pensare, capire e riflettere come essere umani. La Metamorfosi, appunto, tra gli esempi più riconosciuti ma in tal senso vanno citati anche racconti come La tana o Indagini di un cane. Non sarà inusuale leggere Il ponte e ritrovare quella compassione di cui parla Nabokov per un’intelaiatura solitaria che attende da tempo un passo d’uomo che lo calchi e che appena accade, nella felicità, prova dolore per passi troppo violenti che in una malriposta fiducia lo faranno precipitare. Kafka riesce con costruzioni apparentemente svelte e brevi ad unire l’esistenzialismo all’aspetto psicologico, e non soltanto perché gli aspetti interiori  si riflettono nella sua scrittura, piuttosto è tutto ciò che circonda l’uomo ad essere parte integrante dell’uomo stesso senza tralasciare così la condivisione inconscia. L’afflizione, la malinconia, il dolore, sono tutti elementi che non escono mai fuori dalla realtà che trapianta su carta, tant’è che la predominanza realistica dei suoi scritti intercede nelle emozioni con l’intento preciso di non vanificare l’irrealismo di alcuni personaggi. È per questo che leggere di un cane anziano  che riflette sulla vita o sulla sua giovinezza non lascia intuire che non possa realmente esistere, anzi, l’umanità che lo contraddistingue è così percettibile che diventa possibile anche l’immedesimazione.

Non posso, in ultimo, non citare le parole che Paolo Villaggio affidò a Mario Sesti, in una delle ultime interviste prima della sua morte: “In Kafka c’è un’atmosfera molto particolare e anche un’angoscia mortale. La stessa che ho io ora. Kafka è il più importante angosciatore mondiale. Bisogna aver paura mentre lo leggi”. Ed accade davvero quella paura, perché, a differenza dell’immersione estraniante nei russi quando li si legge, Kafka in un margine di esistenza e dolore, con al centro svariate tonalità antropiche, suona una ballata di animi sofferenti, insoluti ed affannati che mette in luce le loro debolezze senza alcun timore e che permeano nella loro quintessenza in noi lettori, senza poter in alcun modo schermarci.

2 pensieri riguardo “Tutti i racconti, Franz Kafka.

  1. Personalmente credo che partire dal senso di perfezione, laddove si apprezzi un autore, sia soltanto momentaneamente soddisfacente perché, per l’uomo e per lo scrittore, l’aura di perfezione subisce molte oscillazioni. Se è vero che nel suo non detto ci sono esche, è altrettanto vero che non per tutti l’esca scatta, credo ci sia bisogno di da parte di chi legge di una apertura sempiterna per far sì che accada e non è detto che con Kafka questo si palesi, per via appunto dei suoi rifacimenti continui che persino per sé erano moto di insoddisfazione. Riguardo l’inquietudine sono d’accordo, l’unica sottigliezza che Franz permette è, però, la differenza tra lo stato di inquietezza, spesso più fisico, e lo stato angoscioso che sovviene dalla sensibilità, che è a sua volta un mondo più cerebrale ed emozionale. I suoi racconti, diciamo, sono allegorici al punto da risiedere in entrambi gli stati ma, grazie ai suoi personaggi personificati, si aziona in primis, e paradossalmente, lo stato più epidermico dell’angoscia, molto più espresso dello stato inquieto che si avverte, fisicamente, in un secondo momento.
    Si capisce, eccome, ed è molto bello!

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  2. non so. forse “incompiutezza” non trasmette appieno quel vago senso di perfezione che permea la scrittura dello zio Franz. anche il vuoto (il non detto) è adeguatamente compiuto nelle sue prose, ecco, se dovessi ricorrere ad una similitudine, ciò che pare “mancare” (l’incompiutezza abbozzata) altro non è che lo spazio vuoto sparso attorno all’esca ammiccante. i suoi racconti sono ingranaggi pronti a scattare, trappole inesorabili disseminate in campo aperto all’immaginazione. mmmm… ho reso l’idea? boh.
    in ogni caso, accanto a *compassione* e *paura/angoscia*, mi verrebbe da chiamare in causa soprattutto l’inquietudine: sottotraccia, lo zio Franz è troppo chirurgico per la compassione e troppo coraggioso per un sentimento plateale come la paura. “inquietudine” me lo dipinge con tinte più sfumate, capaci di essere nel contempo fragili eppure ostinate. sì sì, proprio così.
    ehm… si capisce che, sebbene lo chiami “zio”, gli voglio bene proprio come a un babbo?
    : )

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