I russi sono matti, Paolo Nori.

72189_0020_cover@001.inddSettembre, quest’anno, è coinciso con l’uscita di un nuovo Nori, I russi sono matti, edito da UTET, ed è stata piacevole la consapevolezza che tra le mani avrei avuto questo nuovo libretto, dal sottotitolo “Corso sintetico di letteratura russa 1820-1991”, a tenermi compagnia nelle ultime sere estive. Paolo Nori è uno scrittore e traduttore emiliano con uno stile di scrittura molto personale impossibile da non riconoscere. Il suo modo di scrivere disteso e dissigillato produce costruzioni conversative ed accoglienti, senza substrati nascosti che devono per forza essere indagati dal lettore nel tentativo di carpire dal testo quel che scrivendo vuole essere comunicato. Nel caso de I russi sono matti, s’intuisce ancor di più il tono colloquiale con il quale approccia al lettore, senza appesantirlo con della semplice, alle volte noiosa, nozionistica. Laureato in Lingua e Letteratura Russa, in veste di traduttore, ha tradotto molteplici autori russi come: Daniil Charms, Lermontov, Gogol’, Puškin, Tolstoj, maturando nel corso degli anni una conoscenza sempre più intima con le loro “inerzie secolari”. Uno dei motivi principali che porteranno Nori ad appassionarsi alla letteratura russa sarà perché “uno dei pregi della letteratura russa è che è la letteratura che fa star più male di tutte le altre”, cosa che comprende si da quando, quindicenne, leggendo Delitto e castigo per la prima volta si rese conto che “faceva più male” e quel “per il male” ce lo confessa apertamente. Non avremo quindi tra le mani un saggio algido di informazioni rigorosamente cronologiche o semplici episodi riguardanti la letteratura, avremo piuttosto una corposa interpretazione personale della stessa con al suo interno molti spunti riflessivi riguardanti la funzione artistica dello scrivere e dell’arte in genere, la censura, la capacità di liberazione di un uomo attraverso la comunicazione, la teoria dello straniamento e la differenza sostanziale tra lingua comune e lingua poetica e di come la prima abbia un effetto anestetico sulle percezioni, i cambiamenti naturali nel corso dei secoli ecc ecc. L’intento di Nori, inoltre, è quello di partire ed andar dietro alla letteratura russa, anziché fossilizzarsi sulle correnti letterarie, tentando di “allungare una mano” verso “l’inabbracciabilità” con tre tematiche fondanti: Il potere, L’amore ed Il byt. Sarà tutto supportato, inoltre, da aneddoti, curiosità sui vari scrittori, sul loro modo di vivere e di scrivere in un sistema politico complesso, sulle loro esperienze di vita che, spesso, sfociavano nei loro romanzi (come, ad esempio, la condanna a morte che Dostoevskij dovette affrontare e che narrerà poi ne L’idiota), in un equilibrato bilanciamento tra l’informazione e la formazione che Nori stesso si ritrova a ricevere anche come uomo grazie a tutto ciò che in quarant’anni ha letto ed assimilato.

Quello che più risalta, in lettura, oltre alla bravura di Nori di non sovraccaricare con concetti basilari, è l’esperienza che converge con la crescita di un uomo che per anni coltiva la sua dedizione e la sua passione. In un certo punto del libro, viene affrontato anche il concetto di spoiler, tramite il romanzo di Anna Karenina, e quanto in alcuni casi sia, secondo me, un condizionamento mentale piuttosto strutturato. Quando Nori racconta delle sue quattro riletture di Anna Karenina e di come ad ogni rilettura, per quanto già sapesse, la sua esperienza di lettore veniva comunque accresciuta apprezzando come se fosse la prima volta punti svariati del romanzo, ci racconta anche che tutto ciò era possibile perché alcune esperienze del suo privato si riflettevano nel romanzo ed il romanzo, quindi, pareva parlasse proprio di quel determinato tormento in quel determinato momento della sua vita. Non soltanto scrivere e descrivere le cose come se le si vedesse la prima volta, dunque, ma anche rileggere può far sì che l’avere dentro la pancia una “piccola macchina per lo stupore” che si aziona sia possibile e non sia soltanto una rimasticatura del conosciuto. Il libro non è più un mero strumento dal quale attingere ma ci viene mostrato come esperienza diretta che potenzia le nostre, di esperienze, e che ci permette uno sbalordimento continuo nel sapere. Lo scrittore, in sostanza, in una sorta di incanto, mette a nudo nuovamente il visibile, e non soltanto l’invisibile, in modo che venga alla luce anche sotto la coltre abitudinaria del giorno dopo giorno che ci rende ciechi. Tutte quelle minuzie che smettono di sembrare importanti perché fanno parte di movimenti routinari nel nostro quotidiano si riaffermano ai nostri occhi. La letteratura russa, pertanto, riesce a cogliere perfettamente la sacralità poetica dell’insignificante. A tal proposito, per darci appieno un’idea di tali insignificanze importanti, Nori inserisce all’interno del libro degli “elenchi di sacralità feriali” che spiegano in modo molto naturale e con l’aiuto di altre penne come, appunto, il mondo decida di palesarsi arbitrariamente a noi, quando ci dimentichiamo della sua esistenza, nelle cose apparentemente più trascurabili e marginali, rianimando la meraviglia. Le tre tematiche fondanti, così come ci vengono proposte, non sono nettamente slegate tra loro, anzi, i capitoli brevi che le compongono si armonizzano comunicativamente senza brusche interruzioni. Nel Potere: l’individualità di un singolo uomo, grazie alla vitalità dell’arte e all’ostinazione, rende possibile il cambiamento. Nell’Amore: la non teatralità dei rapporti quotidiani, del sentimento terreno e tangibile che si palesa trattenendosi però nell’umiltà del voler bene (si pensi all’amore tra Raskòl’nikov e Sònečka, mai enunciato dalla foga ma vivo nei gesti e nella comunione) rende possibile la compassione. Nel Byt: il visibile che tutti i giorni ignoriamo è reso di nuovo, e con più forza, visibile dalle parole che lo raccontano senza troppi artefatti, per quel che è.

Nessuna alterigia traspare dalle parole di Nori a seguito dei suoi studi e delle sue esperienze, comunica con noi nel pieno rispetto nei confronti di tutto ciò che da appassionato conosce e ci racconta. Consente, come lo stesso Šklovskij, che cita, afferma, che l’arte riattivi “una facoltà che abbiamo tutti, uno sguardo che c’è, dentro di noi, ma che salta fuori solo quando incontra una causa scatenante”, il tutto con un senso dell’umorismo singolare che un russo tra tanti, Nabokov, definirebbe “un uccellino che si contenta di una briciola”. Infine, tenete ben pronti carta e penna perché, man mano che si andrà avanti nella lettura, la voglia di appuntarsi ogni titolo citato per poi rinchiudersi in un bunker e leggerli tutti in un’unica full immersion sarà irresistibile.

(Nori può essere letto anche attraverso il suo blog che è: www.paolonori.it)

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