Incroci, Tullio Pericoli.

1Un titolo come “Incroci” ha un riverbero notevole, ci s’immagina strade, diramazioni, bivi, scelte, soste e congiunge, in una sola ed essenziale parola, “la relazione quasi amorosa” nei confronti del “Paesaggio”, nel suo senso più onnicomprensivo, che nei disegni di Pericoli ha avuto ampio spazio nel corso della sua carriera, ed il paesaggio personale ed intimo che scaturisce dal percorrere crocevia individuali di crescita. Pericoli nasce come pittore e disegnatore ma la sua scrittura è essa stessa una ramificazione della sua arte primitiva che si tramuta in arte contemplativa attraverso i ricordi. I brevi capitoli che compongono questo libretto, o per meglio dire questa estrazione fisica del proprio tragitto, sono autentici disegni scritti. Scrivere disegnando per Pericoli è un atto naturale, elabora con tratti puliti una schiera gestuale di insegnamenti e di incontri, appunto, che andranno poi ad adagiarsi negli antri celati della sua mente e che formeranno la pavimentazione su cui verranno poi erette le mura del suo futuro linguaggio artistico. Ogni breve scritto, dunque, nel suo nucleo, da vita a un insieme di accadimenti formativi dai toni delicati, emotivi ed affettivi, nel pieno assolvimento di quel “Pensare per immagini” che Calvino descrisse nella Lezione sulla Visibilità. Ad essere sincera, per essere il mio primo ‘incontro’ con la sfera pubblica di Pericoli, non mi aspettavo, in un libricino così sobrio, così tanta quiete descrittiva privata ed allo stesso tempo uno schiudersi così foriero di sogni acerbi che divengono avvenimenti, speranze, amicizie, lavoro, studio, confronto e metaforiche consapevolezze reali, non evanescenti così come i sogni che restano tali vorrebbero. A voler essere ancora più sincera, potremmo addirittura dire che, leggendo, l’acutizzazione della positività che si respira all’interno delle pagine è innescata dal contrasto netto con le simili ed altrettanto ipotetiche occasioni e possibilità che, al contrario, in quest’epoca scheletrica a noi concessa, rantolano faticosamente sotto il peso dell’incomunicabilità. Quello che ne vien fuori prepotente è un’ubriachezza nel leggere dell’attuazione possibilistica del fortuito, del fortunato, in decenni forse meno trancianti.

Pericoli ha appena 24 anni, sono gli anni ‘60, e dalla provincia arriva alla volta di Roma per mostrare i suoi disegni nientepopodimeno che a Zavattini, sceneggiatore e scrittore neorealista tra i più importanti e proficui che l’Italia abbia avuto, e sa che snudarsi davanti a lui tramite i suoi disegni vuol dire veder compiere o meno il suo destino; accade tutto in una manciata di pagine appena, Cesare di anni ne aveva suppergiù una sessantina ed era uno di quegli artisti a cui “Non si poteva dire di no”, uno di quegli artisti che posando i suoi occhi rotondi sui tratti di un ragazzo, che al tempo studiava legge senza sentirsi però appagato, dà il la ad un processo iniziatico nella vita di un giovane diamante grezzo quale era Pericoli che, col tempo, ingentilirà e smusserà la sua vocazione perché “Quel che comincia ora sarà per sempre”. Un’iniziazione tale, sfiderei chiunque a non sognarla, a non desiderarla, a non volerla poi impressa nel proprio bagaglio interiore ed è davvero confortante pensare che una persona abbia guardato un uomo in sboccio, gli abbia porto un paio di lettere e l’abbia indirizzato, l’abbia iniziato, come dicevo, l’abbia riconosciuto prima che lo riconoscesse la fama, il lavoro, le altrui genti, così come è altrettanto bello pensare allo stato d’animo di quell’allora ragazzo e al cuore che di certo gli sbalzava dal petto per l’atroce aspettativa; eppure, un rivolo di amarezza, nonostante la bellezza, si staglia in contrapposizione all’incapacità odierna di guardare, di riconoscere, di iniziare se stessi e gli altri, chicchessia, nella difficoltà d’intesa che contraddistingue la sovraesposizione.

La sua vita, da quel che egli stesso racconta, è stata di certo una vita piena, una vita costellata di nomi che ancora oggi sono ben presenti nelle nostre memorie, nelle nostre librerie, nelle mostre, nei lavori portati a compimento che ammiriamo e leggiamo, molti dei quali direzionali prima ancora che produttivi. In questo vorticare di nomi da perderci la testa, ci si addentra senza la sensazione di essere degli estranei, anzi, ogni attento modellamento di visi, parole, colori, posti, si trasforma in una passeggiata con un conoscente che ha quella voglia inusuale di dischiudere la propria segretezza per condividerla sotto forma di piccole storie, di momenti passati che restano fermi nello spazio temporale inalterato del sopravvissuto. Avviene un affascinante sortilegio, si guarda tramite gli occhi dell’uomo che si racconta e attraverso una fessura appena percepibile di una porta socchiusa, sappiamo che all’interno c’è Buzzati, intento in chissà cosa nel suo ufficio; o ancora, scendendo una scala ad alzando gli occhi dal basso, ci appare Montale in tutta la sua mole contornata dal nero del cappotto; vedremo i Beatles scendere da un treno, come incorniciati in un’istantanea, in una sera in cui lo slancio nel rischio non spaventò; immagineremo Borges dietro una finestra illuminata di una palazzo in Porta Venezia, a Milano; in sintesi, senza far traboccare ulteriori preziosi dettagli, ci ritroveremo in schermaglie di cause ed effetti prima del loro diventare atti, lì dove risiede impercettibilmente l’esperienza, nel pieno fermento culturale di quegli anni.

Incroci è un libro particolarmente umano tant’è che uno degli insegnamenti più significativi, appreso a lezione da un professore di Greco, Giuseppe Loggi, fa sì che Pericoli sin da giovane si renda conto che “non poter capire” quel che veniva spiegato in fondo non era così mortificante. Gli permise, questa sorta di alibi indotto, di far suo l’abbandono della mente sconfinando all’esterno di un pensare solitamente meno sviluppato. Ed è uno spunto importante anche per chi, da lettore, si volesse avvicinare alle sue storie pur non conoscendo le origini di chi ne prende parte perché non capire non necessariamente vuol dire irraggiungibilità, piuttosto può rivelarsi un’alternativa di apprendimento e ragionamento, con conseguenti scavi informativi, meno convenzionale di quelle a cui ci abitua la normale interattività. Ad un certo punto, quel che abbiamo tra le mani non sono più storie, non sono più nomi, non è più neanche un libro, tra le mani abbiamo un pacato e fluente eloquio impressionista, fatto di ciottoli ormai rasi delle intemperie del salto all’indietro nelle cose terminate.

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