Oblomov, Ivan Aleksandrovič Gončarov.

41giozVQg7LParlare di un libro come Oblomov è un’impervia stravaganza perché essendo un classico russo piuttosto conosciuto scadere nel detto e ridetto è, per certi versi, addirittura comprensibile. Malgrado ciò, leggerlo porta con sé un’investitura di sentimenti ed emozioni così vasta che, a dispetto di quanto appena detto, parlarne per tentare di incastonare, perlomeno genericamente, i personalissimi effetti che sortisce l’averlo letto è irrinunciabile. Sono arrivata ad Oblomov in seguito alla lettura dell’ultimo Nori, I russi sono matti, in cui viene citato, e mai curiosità è stata ripagata così bene come in questo caso. Mi sono, così, ritrovata conquistata da una storia che ha origine in una canzonatura, scritta in pochi e magistrali salti temporali ben diluiti e contestualizzati e che, sopra ogni cosa, porta alla luce non tanto un protagonista in quanto tale bensì l’espressione umana della conformazione spirituale attraverso l’infantile bene oppressorio e mal gestito che genera un’indolenza adulta non priva di fascinazione. Per parere puramente soggettivo, aggiungo inoltre che una nota d’importanza non da poco proviene altresì dall’età in cui si legge Oblomov, se letto in un’età consapevolmente più strutturata ha riverberi più profondi, pazienti, riconoscibili, tollerabili e, osando, giustificabili.

Oblomov non è soltanto il titolo del romanzo, è il nome proprio del protagonista ed anche l’inizio di un atteggiamento divenuto poi cultura: l’Oblomovismo. Il nostro protagonista, “l’eroe immortale della pigrizia”, è un giovane e provinciale proprietario terriero che l’autore, Gončarov, sin dalle primissime pagine inocula e presenta nel suo naturale status d’indolenza e fiacchezza. Attorno a lui, nella stanza ove vive, addosso a lui, nell’ampia veste che lo copre, dentro di lui, nell’animo annebbiato dall’inerzia, tutto sembra essere un riflessante della sua indole apatica. Egli vive in una stanza ammobiliata senza personalità, dove su ogni cosa, persino nel calamaio ormai secco, si posa uno strato di polvere e fili argentati di ragnatele formano festoni grigi e senza tempo di inoperosità; la sua veste da camera lo avvolge, per quanto non abbia più lo splendore di un tempo, nel suo morbido tessuto di comodità e di intransigenza nei riguardi del buoncostume e delle mode, coprendolo come un sudario di buone abitudini ormai palesemente dismesse; dentro lui un animo placido, nel quale ogni vago presentimento, fremito, preoccupazione o scontro si perde nella mollezza dei suoi occhi appannati dall’immobilità. Oblomov vive perpendicolarmente, nel vero senso del termine, al piano del suo letto e a quello del suo divano, sui quali, da sdraiato, sogni e non radi risentimenti verso se stesso prendono una vita che, paradossalmente, egli non vive col corpo, se non in momentanei ed accesi turbamenti, che raggrinziscono le linee della sua fronte e terminano in uno scolorirsi del pensiero non trattenuto, in un niente di fatto. Oblomov non è solo, ha con sé il suo servo Zachàr, un uomo tanto semplice quanto burbero e maldestro, che sin da bambino lo accompagna e lo aiuta e che è, in definitiva, l’unico filo teso rimasto tra sé e la sua vita familiare precedente, in quel di Oblòmovka, dove dall’infanzia l’uomo che oggi sospira appena s’è formato, e che ormai vive nei suoi sogni di pace e nel suo ricordo intatto di fanciullo. Il rapporto tra Oblomov e Zachàr non è tanto un rapporto tra servo e padrone, non sempre almeno, con gli anni è divenuto piuttosto un matrimonio nel quale l’abitudine fa sia il buono sia il cattivo gioco: “Vivendo sempre insieme, si erano venuti a noia reciprocamente. Una intimità quotidiana non è mai innocua né per l’uno né per l’altro: è necessaria, dall’una e dall’altra parte, molta esperienza di vita, molta logica e cordialità, per potere, godendo solo delle qualità positive, non offendere e non essere offeso dalle reciproche manchevolezze”. Di esperienze di vita i due sono ancor più manchevoli delle loro cordialità e della logica: Oblomov scaglia su Zachàr la sua colpevole inadempienza e i suoi puntigli di ‘padrone’; Zachàr, riversa su Oblomov la sue rimostranze abitudinarie come una moglie farebbe con l’insopportabile marito che è da sempre al suo fianco. Le invettive padronali e la strenua difesa servile sono, nei loro giorni, quel qualcosa che guai se non ci fosse, si tengono in vita (ma si infossano anche), se così si può dire, rendono vicendevolmente la presenza dell’uno e dell’altro non evanescente. Oltre a Zachàr, vi è qualche amico, descritto nelle più impeccabili parole dall’autore, ancora affezionato che di tanto in tanto cerca di stanare Oblomov dalla sua dimora proponendo passeggiate, cene, pranzi, tutta una discreta mondanità alla quale Oblomov si sottrae con ogni sorta di negatività presunta, una volta è l’umidità, un’altra è la sera già calata, tant’è che una delle espressioni più belle, significative e caratterialmente distintive è detta da Alekseev ad Oblomov ad un suo ennesimo invito rifiutato: “Nel cielo non c’è una nuvoletta e voi fantasticate di pioggia”. Nulla può spiegare altrettanto bene di questa frase quel che Oblomov ora rappresenta nella e con la sua inedia. C’è stato un tempo, però, e non lo si crederebbe a dirlo, che quest’uomo ormai appiattito ebbe delle albe più piacevoli. Nei primi anni del suo soggiorno a Pietroburgo non era l’apatia a farsi carico del suo corpo, anzi, una genesi umana cresceva nel suo animo e lo preparava alla vita, alle incombenze lavorative, al quel tran-tran che ogni essere umano, chi più chi meno, sopporta e supporta convinto così di non appassire nella routine continua e bestiale. Animato più d’adesso dal fuoco vitale, i suoi occhi avevano uno sguardo più vivido, speranzoso, forte, proiettato al futuro. Anche i suoi primi, timidi ed acerbi amori l’avevano toccato con morbidezze e passionali sguardi da parte delle giovani donne con cui aveva modo di incontrarsi, pur fuggendone impaurito e mai del tutto innamorato. Tutto sembrava essere un inizio, partecipava alla vita così come la vita partecipava negli altri, se non fosse che a poco a poco, così come i suoi amori non si trasformavano in romanzi restando novelle, egli si rinchiudeva aspettando invano l’amore con la sua “passione patetica”, che via via con gli anni aveva cessato di attendere ed ora, nella sua anima pura e vergine, disperava. Nel terrore delle cose che sfuggivano alla conoscenza e all’abitudine di ogni giorno, pian piano, con non pochi nervosismi “egli aveva con un gesto della mano gettato via da sé tutte le speranze giovanili che lo avevano ingannato o che egli aveva ingannate, tutti i teneri, tristi, luminosi ricordi, che a qualcuno fanno battere il cuore anche nella vecchiaia”.

Un inizio simile ha tutti i presupposti per indurre il lettore nel credere che si tratti semplicemente della storia di un uomo che tenta, mal si ritrova nel tentativo e si lascia quindi andare ma è proprio qui che, con l’avanzare delle pagine, ci si rende conto di quanto questa sia solo una pallida interpretazione dell’intero libro: le ragioni per cui tal uomo smette i panni di essere vivente sono radicate nel fondo delle sue origini, mai del tutto comprese, che hanno gettato le basi del suo immobilismo prima ancora che vi si potesse porre rimedio. In questi frattempi, dalle sue origini sorge anche l’unica, sincera, benevola fonte di amicizia che porta il nome di Stolz, suo amico più intimo, caro al cuore di Oblomov come e più di un familiare, che si adopererà in ogni modo, nel rispetto e nel bene che prova per il suo amico, affinché risorga dalle sue ceneri. Una domanda, più delle altre, almeno per me, spicca spontanea, ad un certo punto: è realmente possibile salvare qualcuno? Salvarlo dalle sue strutture e dai suoi costrutti, sforzandosi nello sradicarlo e iniziarlo alla vita, all’azione, al temperamento ed essere certi che nuovi sentimenti, abitudini, resistano nella sua anima brumosa sino ad attecchirvi durevolmente, senza che ve ne sia un’esplicita o silenziosa richiesta? Mentre leggevo mi ritornava alla mente un passo di Lettere a Milena, in cui Kafka scrive: “Se uno salva l’altro dall’affogare, compie beninteso una grandissima azione, ma se in seguito dona al salvato anche un abbonamento a lezioni di nuoto, a che serve? Perché cerca, questo salvatore, di alleggerirsi il compito, perché non vuol continuare a salvare l’altro ancora con la sua esistenza, con la sua esistenza sempre pronta, perché vuol scaricare il compito sulle spalle di maestri di nuoto?” e non saprei dire in quale esatto punto ogni mia convinzione abbia iniziato a sembrarmi meno netta, marcata ed evidente, mi sono del tutto sentita scoperta nel dover far fronte ad una enorme umanità che mi arrivava senza che alcun fastidio, pregiudizio o paletto si mettessero tra me lettore ed il protagonista, con la sua esistenza frammentaria. Un personaggio del genere, un così alto muro di gomma di inerzia, sulle prime è complesso da accogliere perché, da esterni, si tende a voler risolvere, a pensare fatalmente di risolvere, tutto ciò che lo angustia per spronare un qualsiasi passo in avanti e non è semplice scontrarsi idealmente con quella sensazione fredda di apparente ingratitudine che ne consegue quando si capisce che quel passo in avanti non si materializzerà mai, ed anche l’ostinazione, di cui sottilmente parlava Kafka, che appare subito dopo, laddove si provi affetto autentico, ha in sé sempre un granello di illusiva speranza che sistematicamente viene infranta e lascia ammutoliti. Tuttavia, al termine della lettura, nelle traversie dei giorni, al pomeriggio, alla sera, negli orari di chiusura, nel rimescolarsi altrui alla fine delle giornate, quando la strada per casa diventa traffico, stanchezza, imbroglio, torna alla mente questo giovane uomo che “ha qualcosa di più prezioso dell’intelligenza: un cuore onesto e fedele. Questa è la ricchezza naturale che ha portata intatta attraverso la vita. Egli non ha resistito agli urti, si è raffreddato, s’è infine addormentato, annientato, disilluso, dopo aver perduta la forza di vivere, ma non ha perduto né l’onestà né la fedeltà. (…) Il suo cuore non è corruttibile; ci si può fidare sempre. (…) Non ho incontrato mai un cuore più puro, più luminoso e più semplice: molti ho amato, ma nessuno così fedelmente e ardentemente come Oblomov. Dopo averlo conosciuto non si può cessare d’amarlo.” Resterà un ricordo amaro, se non fosse bello, se non fosse triste, ed intoccato, che muoverà una clemenza, un’umanità ed una pietà così pulite da avvertire un groppo in gola ed un attaccamento che all’inizio sembrano impensabili. È questo il tocco magico del libro: l’umanità che solo un russo può sfiorare senza mai svilirla o sprecarla. Come scrisse Erasmo da Rotterdam, nel suo Elogio alla follia: “Le grandi cose basta averle volute”.

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