“Colpo d’oppio” 1980, “Il mestiere dello scrittore”, L’abbandono, Pier Vittorio Tondelli.

La mia letteratura è emotiva, le mie storie sono emotive; l’unico spazio che ha il testo per durare è quello emozionale; se dopo due pagine il lettore non avverte il crescendo e si chiede: “Che cazzo sto a leggere?”, quello che capisce niente mica è lui, cari miei, è lo scrittore. Dopo due righe, il lettore deve essere schiavizzato, incapace di liberarsi dalla pagina; deve trovarsi coinvolto fino al parossismo, deve sudare e prendere cazzotti, e ridere, e guaire, e provare estremo godimento. Questa è letteratura.
“La letteratura emotiva è una letteratura di potenza.” Questo lo diceva un grande sballato di centocinquant’anni fa, Thomas de Quincey, che soleva distinguere in literature of knowledge e literature of power: la prima, la “letteratura di conoscenza”, che insegna; la seconda, la “letteratura di potenza”, che commuove.
E sembra che aggiungesse che il più piccolo e insignificante scrittore che commuove è superiore al più grande scrittore che insegna, perché questo col passare del tempo diventa vecchio e si spegne, mentre l’altro esiste finché dura la lingua. È vero. Il nodo è tutto qui. La letteratura emotiva è quella più intimamente connessa alla lingua; la letteratura emotiva esprime le intensità intime ed emozionali del linguaggio; la letteratura emotiva è “scrittura emotiva”.
Tutto ciò lo conosce anche un altro sfigato che oggi tutti leggono, e che chiacchierano, però io non lo so se lo prendono bene: Céline.
Grande genio, Louis-Ferdinand Céline; la sua è vera letteratura di potenza; è lui che dice: “Imbarco tutto!… Faccio tutto sul mio treno! Con me!… Il mio metro emotivo prende su tutto! I miei libri prendono su tutto!” Ma anche qui il treno funziona se scivola sui binari del linguaggio emotivo: qual è allora il “linguaggio emotivo”, quello che abbiamo chiamato appena un attimo fa “scrittura emotiva”? Be’, sentite sempre Céline: “Il linguaggio era a terra; sono io che ho restituito l’emozione al linguaggio scritto!… È come le dico!… Mica uno sgobbo da niente, le assicuro! La trovata, la magia! Che adesso qualsiasi imbecille può commuovere per iscritto!… Ma ritrovare l’emozione del ‘linguaggio parlato’ attraverso lo scritto! Scusate se è poco!…” Capito?
La scrittura emotiva altro non è che il “sound del linguaggio parlato”, definizione quest’ultima di un tale Anonimo Lombardo del 1955 che, nella sua lungimiranza genialoide, già un quarto di secolo fa scriveva: “Il lavoro più giusto e più difficile che si possa fare oggi con la nostra lingua è proprio quello di inventare sulla pagina il sound del linguaggio parlato.”
La scrittura emotiva è dunque sound, codice sonoro; è catena fonica; ma non è così, per esempio, la trascrizione di una registrazione al magnetofono di un qualsiasi cicaleccio. Si sente che non c’è niente di vivo, dopo. Lo sa l’Anonimo e, in teoria, lo sa pure James Baldwin, che pressappoco dice che la tecnica letteraria di un “linguaggio reale” prevede sempre l’assunto che i personaggi parlino nel libro come parlerebbero nella realtà, se ne fossero capaci; ma poi, se questo avviene (cioè se la gente parla nel romanzo come nella realtà), è proprio perché lui – Baldwin – dice: “Non sono un registratore.”
Per fare chiaro comunque accettiamo questa suprema didascalia del professor Gianni Celati: “Il parlato (ci costituisce) in quanto discorso scritto che finge i modi del discorso orale o raccontato.”
Una sigaretta e ricapitoliamo: literature of power, “letteratura di potenza”, letteratura che commuove, letteratura legata al linguaggio, unica letteratura che dura, la scrittura emotiva, la scrittura parlata, il sound del linguaggio parlato, l’emozione del linguaggio parlato… “L’unica strada”, dice il Lombardo, “che va dentro al racconto.” Infatti, il testo diventa una questione di ritmo, si capisce subito: finché c’è swing dura, non finisce. Per questo il racconto è il miglior tempo della narrazione emotiva, la quale finisce quando è ora di finire: non una battuta in più, non una riga. Dura dieci, trenta, cinquanta, ottanta pagine – di più è molto difficile: bisognerebbe essere geni – e poi il lettore si fiacca; invece il lettore deve essere sempre tenuto sotto shock, deve bere il racconto tutto intero e d’un fiato; se si arresta è come un Manhattan che, se si lascia lì dieci secondi, svapora e non sa più di un cazzo.
Il racconto, dunque, non il romanzo. Il romanzo è morto; il romanzo monolitico rompe il cazzo; il romanzo monologico è farsi pippe per ore intere e non venire mai, accidenti! Non c’è più tempo per dedicare giorni e giorni alla letteratura, bisogna che il testo sia digeribile in poco tempo: mezz’ora, un’ora, sull’autobus, in metrò, in barca, al caffè, un racconto e via!
Questa è la letteratura emotiva, questa è la scrittura emotiva: sorseggiatene due parole e non vi lascerà fino alla fine! È un ritmo, un crescendo, una discesa agli inferi, una rampata in vetta; è sempre un movimento; la scrittura emotiva si beve all’istante: un, due, tre… oplà!
“Il romanzo di forza” non conosce mezze misure. La scrittura emotiva è spigolosa, è forte, è densa, si tocca con il corpo, ci si fa all’amore, entra dentro, ti prende, ti penetra, ti suona, canta: eccola la forza della letteratura.
Tutto l’interesse è portato sui personaggi: i personaggi sono intensità emotive, sono cortocircuiti di sound; i personaggi vivono nel racconto, lo parlano: il racconto emotivo non esiste senza i personaggi, perché i personaggi sono la produzione del discorso emotivo; i personaggi sono derive discorsive nella corrente fluxus del linguaggio; i personaggi sono rapsodie di un parlato che si muove; i personaggi sono azioni ritmiche; in sostanza, i personaggi sono i sax mobili e vagabondi della scrittura emotiva.
È così che il romanzo emotivo riporta il testo nel territorio della spettacolarizzazione, della fabulazione e dell’avventura, dove tutto è raccontabile, cantabile e riassumibile come in un film. Qualsiasi testo emotivo si può raccontare e intrecciare. Il testo emotivo è così destinato a una circolarità di lettura, a una trasmissibilità orale. Il testo emotivo è l’unico testo che si può parlare. L’unico che si può cantare e ballare. L’unico che si può dolcemente cullare nella propria gola e fischiettare nel proprio cervello. Il testo emotivo fotte l’inconsolabile solitudine di essere al mondo.

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