Il senso della frase, Andrea G. Pinketts.

9788807813368_quarta.jpg.444x698_q100_upscaleSiete seduti in un cinema, fuori un freddo permaloso annienta le facoltà mentali, non importa che film stia per verniciare lo schermo, è vitale scaldarsi e lasciare che il corpo riprenda tepore e sensibilità, tra poltroncine lise non prive del fascino sgraziato dell’usura. Lo schermo si anima, lo sgranato della pellicola gracchia nelle pupille, la magica atmosfera del possibile diventa tangibile e il resto scompare nel nero attorno al vostro corpo. Quello che i vostri occhi stanno per affrontare è un pulp noir unto ed aggravato da personaggi così arrogantemente normali da produrre un’attrazione fortissima per il mondo saturo di parassite pigrizie a cui appartengono. Voi non potete certo sospettarlo, l’inizio è un labile paravento di ciò che verrà in seguito, ma qualcosa vi aggancia, lo sentite tirare dal centro dello stomaco, e da lì in poi sarete completamente assuefatti dalla “zaffata nauseabonda della combustione letteraria”, come direbbe Nabokov, immessa in una trama veloce, in uno scatto continuo di anomalie private e spogliate del senso delle cose ma non del senso della frase. Ritornate, adesso, nella comoda poltrona su cui leggere vi piace particolarmente, quella poltrona che conosce così bene la forma del vostro corpo tanto da non aver bisogno di compromessi, quella che vi accoglie e vi fa sentire al sicuro, per quel poco che vale sentirsi al sicuro nella frenesia generale cui chiunque sottostà, in un modo o nell’altro. La notte o la sera vi avvolgono, fanno da pacieri con la frenesia e vi tendono una mano oscurante e morbida per calmare il brusio del giorno: un patto sempre ben accetto, breve ma consolatorio. In mano avete Pinketts con il suo Il senso della frase, con quella sua copertina rossa ed una ben poco confortante ghigliottina in bianco e nero con una faccia al centro dallo sguardo insolente e diffidente. Vi sta nel grembo e non sapete che tra poco, appena gli occhi cominceranno a bagnarsi della scrittura imparata vivendo, come scrisse la Pivano, che Pinketts vi scaglierà in faccia, sarete catapultati nello scenario cinematografico di poc’anzi, spettatori improvvisati di un’altrettanta improvvisata sopravvivenza. Il senso della frase gode di una particolare ed assente inquadratura, i termini unici sono sempre o troppo puntuali o troppo inconsistenti nel loro significato originario perché aderiscano a queste duecentoquarantotto pagine di nevrotico imbottigliamento personale; c’è bisogno di metafore per darne un’idea, che sarà comunque troppo mitigata per concretizzarsi al di fuori della lettura, perché Il senso della frase è una placenta squarciata senza avvisaglie nella noia cittadina, là dove risiede la noncuranza del prossimo, il grigiore slavato dell’umanità carente, l’inestinguibile morte dell’umana decenza non pervenuta, intoccata da qualsiasi pignola premura etica o moralista ed i personaggi, che gravitano intorno a situazioni fuori dall’ordinario nel dedalo di strade di una Milano cinerea alle soglie del duemila, sapranno eccellere, insofferenti e sin da subito, in tanta amoralità.

Il senso della frase è un romanzo diviso in due macrosezioni: “Gli errori” e “Gli orrori”; il suo perno, Lazzaro Santandrea, è un ventinovenne narcisista che vive perlopiù alla giornata, tra sbronze e casting e che, da maturissimo sedicenne quale si sente, per non accontentarsi delle settimane enigmatiche che diventano mesi e anni, decide arbitrariamente di anticipare di un mese il suo trentesimo compleanno per non dichiararsi battuto dal tempo che trascorre senza che un piano prestabilito per il proprio futuro sia stato, prima ancora che attuato, pensato. Sarà proprio alla triste festicciola che organizza anticipatamente che il lettore conoscerà sommariamente, sin da subito, i suoi a dir poco singolari amici: Pogo il dritto, taxista e migliore amico di Lazzaro, un monomaniaco più informato della settimana enigmistica, maestro in cultura generale e possessore di un’acuminata memoria per le cose più disparate, che fa su e giù da Milano a Cattolica senza tregua col suo taxi ed è in grado di innamorarsi di luoghi e bar fino a renderli un’ossessione per sé e per chi lo circonda; Enrico Cargne, possente sentenziatore con un tasso alcolico nel sangue perennemente oltre il limite, detto anche Carne per la sua insaziabile fame;  Antonello Caroli, in ultimo, che è un attore che non recita, frustrato al punto da vivere nel continuo bagliore di un’occasione lavorativa, pur autoconvintosi nel frattempo di averla chiusa con la recitazione e che si porta dentro una giovanile “piaga d’autunno” inconfessata che lo logora. Attorno a loro quattro s’impernano personaggi secondari inconsueti ma inseriti talmente bene nella narrazione che potrebbero far parte del quotidiano di chiunque. Una ninfomane col bisogno di soffocare il suo egocentrismo uterino, una cugina bipolare, un barista taciturno che quando decide di parlare, finalmente, regala “motivi in più”, una madre delle più semplici, un padre dal passato ombrato dalle sue perversioni, una pornostar “sontuosamente indecente”, una giovane ragazza vestita da Babbo Natale, un poliziotto gay, una psicanalista affascinata, killer in pattini a rotelle, Babbi Natale pistoleri ecc ecc; personaggi che Pinketts sgrana come un rosario animalesco di faune irrisolte, sino a rendere le loro caratteristiche esistenzialiste. Tra tutti loro, però, spicca una ragazza: Nicky, una bugiarda patologica col naso a becco che dice d’essere la figlia di Joan Collins e che persino Lazzaro non ha ben capito se sia mai stata reale, o se lo è ancora, sin dal tempo in cui gli capitò sott’occhio tra un drink e l’altro in uno dei bar che più frequentava. Le sue bugie hanno sempre avuto su di lui l’effetto di un elisir di scaltrezza mentale e sfacciataggine giovanile, al punto da restare, al momento della sua scomparsa, aloni sempiterni di una presenza ardua da dimenticare. In un mondo dove l’unica certezza è la morte, oltre al senso della frase, un alone bugiardo senza un corpo iscritto in un necrologio non ha nessun fondamento logico di fine incontrovertibile ed è nel momento esatto nel quale un’altra giovane Nicky, che non è la sua Nicky ma che della sua Nicky indossa le identiche bugie salmodiate, entra in scena che le giornate di Lazzaro, i suoi pensieri, le sue congetture e le sue ricerche lo trasformano in un moderno Don Chisciotte contro i mulini a vento dell’inconcepibile e dell’indecifrabile. Infangato nell’assunto che “Due bugie convincenti e convinte valgono più di una inaccettabile verità”, Lazzaro si avvita anima e corpo su questa nuova impenitente Nicky apparsa dal nulla, completamente obnubilato e risoluto nel capire chi sia e che fine abbia fatto la vera Nicky, in una ricerca che lo porterà ben oltre un’inaccettabile verità dal quale sottrarsi sarà impensabile perché “La fine non finisce mai. Si prolunga, si dilata, e cambiando forma ti illude di essere un nuovo inizio”.

In questo vorticante “claustrofobico limbo di incertezze da cui affiorare attonitamente incolpevole” veniamo svegliati dal “sonno dell’ingiusto” da verità paranoiche in corsa contro il tempo, o per meglio dire incontro al tempo, mentre ci si vanno a schiantare. Una controtendenza umana viene messa in scena in una città che andando di fretta non si cura dell’affaticamento generale verso l’accettazione mossa dai fili invisibili del risentimento, dei rimpianti e dei dolori. Lazzaro sarà il nostro Saltimbanco linguisticamente voluttuoso e armato di tabasco attraverso e all’interno delle sue stesse odissee, con la nonchalance invidiabile del bravo ragazzo che accarezza scheletri negli armadi altrui per prendere sonno, alla notte. E a cos’altro serve un’ossessione, alla quale ci si vota facendola sposare con la personale stranezza, se non per riempire un vuoto strangolatore? Nicky per Lazzaro è l’imbastitura vivida di un appiglio che assieme al senso della frase regola i conti con la vita e la sensibilizza al senso dell’esistenza. La vita, però, non vuole essere sensibilizzata da Lazzaro Santandrea, non ammette che si prenda la briga di rimettere la sua già precaria, minuscola ed ordinaria imbarcazione ancorata al pontile del karma, e quando Lazzaro se ne rende conto, oltre ad essere ormai troppo tardi, capisce che il senso della frase che l’aveva sempre aiutato come la fortuna con gli audaci che però non perdona gli idioti era soltanto una tragicommedia ostinata della gioventù che non voleva calmarsi. Il suo continuo effluvio di parole, di giochi di parole sardonici e sveglissimi, quella volontà propria di lingua e di pensiero frana nell’incontrastata dissacrazione iperrealistica del giorno a venire. Il mulino a vento della verità, “quella vera, quella che puzza perché non si lava con gli eufemismi, quella brutta perché non si ritocca né si abbellisce con la chirurgia estetica del ricordo, (…) la verità pelosa, la verità arrapata”, avrà “l’aspetto un po’ puttanesco eppure di classe di una bella menzogna” stagliata in faccia con la forza inestinguibile di un Dio annoiato che lo riporterà a cercare il senso della tenerezza e della comprensione in una bionda silfide che lo attende. “Le parole erano i miei unici proiettili” ma Lazzaro, adesso, tace e porta addosso tristezze e colpe inespiabili.

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