Stoner, John Williams.

1L’inizio è incertezza. L’inizio si attorciglia nelle probabilità. L’inizio si dilata, e chi inizia sa che l’espansione può perdurare o perire nel breve lasso di tempo di un’idea che diventa entità o fatalità. L’inizio è germinazione, è indebitamento, è speranza nel tentativo, è irrequietezza, è trepida apprensione. Su un promontorio intralciato da potenzialità e rischi, l’inizio è lo strapiombo e lo strapiombo, figlio del rischio, dal basso osserva l’idea generarsi sino alla cristallizzazione, e trattiene un afflato fieramente ghignante di imminente apertura d’ali, di schianto, di ribellione drammatizzata che la caduta permetterà di accogliere, senza lievità, nel rumore lancinante di parole che ruzzolano su pietre dritte sino a cadere nel blu ovattato del fondale: graffiate, salate, minerali.

L’inizio è sincerità. L’inizio è immaginazione che si veste di realtà e realizzazione. L’inizio è il corpo primigenio del pensiero. L’inizio è la partitura che consente alle supposizioni di smettere di ristagnare. L’inizio è dare e darsi; avere e aversi; giocare e giocarsi. L’inizio è la prima impronta sulla Luna, la prima manciata di sale che si scopre ad arrestare lo scivolìo sulla neve, la primissima abrasione del carboncino su un foglio ruvido. Un distacco intimo dalla propria creatività sta per compiere la magia degli intenti per divenire creazione: dall’iniziale opalescenza di una vita soltanto presunta, si compie il colore emotivo al quale il coraggio si vota.

William Stoner è la probabilità. È l’espansione. È l’idea. È il germe. È l’arrischio. È lo strapiombo. È l’apertura d’ali, lo schianto, la ribellione drammatizzata. È parole durevoli su pietre acuminate, è mineralità antropologica. È sincerità, è realtà, è l’impronta, è l’abrasione, è il dolore del foglio che smette le sue vesti virginali. È distacco. È intimità. È il blu fondale ed emotivo della più sincera franchezza delle migliori intenzioni. È il coraggio addolorato dalla solitudine. Stoner è: “un’epifania di ciò che le parole possono far conoscere e che però non si può esprimere con le parole.”

Sono state queste le primissime e acerbe parole, appuntate a notte fonda, sgorgate dal primo post-lettura di Stoner e voglio trascriverle qui, senza correzioni o rifacimenti, per ricordare quel preciso momento in cui attorno a me non avvertivo che il brusio languente dell’accadimento. Perché qualcosa è accaduto, chiudendo il libro, qualcosa che soltanto prendendo in prestito alcune parole scritte da Miller, riguardo alla prima volta che lesse Dostoevskij, possono descrivere: “Se sia vero che l’orologio si arrestò nell’istante in cui alzai gli occhi dopo la prima profonda sorsata io non so più. Ma il mondo si arrestò per un attimo, questo lo so. Fu la prima occhiata dentro l’anima di un uomo”. Letto, dunque e finalmente, in una profonda sorsata pressoché ininterrotta, si è compiuto nel fiotto eccitato dalla consapevolezza di aver appena avuto tra le mani e negli occhi un libro tristemente strofinato da parole così pulite da far risplendere gli argenti del dolore nel più profondo rispetto che soltanto l’autenticità fa emergere. Tutto sta, per l’appunto e prim’ancora che nel resto, per me, nell’inizio. Difficilmente un libro inizia così come inizia Stoner, difficilmente si ha tanta trasparenza che spoglia le generalità della trama senza perdersi in una sola riga di troppo, in una sola descrizione di troppo, in un solo vagheggio di troppo, tutta la storia è lì, scoperchiata e nuda; l’intero libro, infatti, non si perde mai nell’esteriorità della storia che racconta, senza troppi indugi illustra lo sfondo sul quale poi i dettagli andranno a formare i vari chiaroscuri. All’autore bastano appena venti righe per evidenziare cosa ci aspetterà: la storia di un uomo, William Stoner, che ha il gusto tiepido di un’esistenza sfumata, senza grandi aspettative e senza particolari onori.

William Stoner è un ragazzo della provincia di Booneville, cresciuto nel languore della terra coltivata dai suoi genitori, sin da quando ne ha memoria. Le sue giornate, da figlio unico, sono scandite dalle levate mattutine, dalla scuola, dall’aiutare il padre nelle coltivazioni, dagli animali di cui si prende cura, dalle stagioni che permettono al tempo di scorrere sulle cose. È un ragazzo taciturno, ma non privo di un certo sguardo, che si approccia alle giornate con la stessa e identica ciclicità con la quale queste si succedono. I suoi genitori sono persone umili, elementari, che a loro volta crescono in una vita fatta di duro lavoro e ben poco altro, in termini emotivi. Il loro incedere familiare non è fatto di molte parole o sentimenti condivisi, è la fatica fisica ed il silenzio a regnare, un silenzio che non sgranchisce l’animo né lo irrora, che annebbia e scolora anche la terra bruna in cui le loro mani si sporcano. John Williams, in un pugno di pagine e con una scrittura pulita e lineare, intesse così la vita familiare iniziatica di Stoner, vita che, per questo giovane uomo non ancora nato dalle sue esperienze, ha un’unica certezza: sentirsi estraneo. Una sera di primavera, suppergiù verso i suoi diciassette anni, però, il padre di Stoner, un uomo dalle dita “tozze e callose, nei cui tagli la terra era penetrata così a fondo che non si poteva più lavarla via”, affronta il figlio con l’unico discorso più lungo che William gli avesse mai sentito pronunciare, nonostante le esigue parole. Un discorso breve, quasi soltanto informativo, sulla frequentazione della facoltà d’agraria presso l’università di Columbia, con la speranza che una volta terminati i quattro anni di studi, Stoner potesse ritornare con il sapere necessario a non lasciar inaridire ancor più d’adesso le loro venti iarde di terreno via via sempre più infeconde. Stoner, che ha dalla sua un temperamento quieto di dovere filiale, pur trattenendo in sé un breve riserbo subitaneo, non si nega a tale decisione, anzi, accetta in cuor suo di affrontare quest’esperienza a fronte degli anni a venire, facendo la sua parte senza rimostranze. Ed è così che inizia la sua storia, quella che lo vedrà protagonista, con tutti gli avvicendamenti che ne faranno parte.

A questa prima occhiata, l’idea che si delinea di Stoner verte non tanto sul piano emozionale, che è ancora pressoché ombrato, bensì sul piano comportamentale. Leggiamo di un uomo che non deborda mai, ligio al dovere avvertito come abitudine, come se fosse la personificazione di un’alacre ape che con il suo piccolo contributo rende possibile l’esistenza della collettività familiare di cui fa parte. Sembra che nulla possa mutarlo o indolenzirlo o, addirittura, scuoterlo. La sua esistenza è fatta di quotidianità e lavoro senza che l’ideale intimo di crescita individuale attraverso l’esperienza, più o meno diretta, venga contemplato. Per chi affronta il nuovo giorno come se dal precedente fossero, eventualmente, cambiati solo gli agenti atmosferici, anche la decisione di frequentare un percorso di studi diventa un ulteriore tassello inserito nel mosaico dell’alveare familiare al quale dare il proprio apporto. Ma nulla resta immutato quando si compie un primo impacciato spostamento fisico e non soltanto simbolico. L’andare, più precisamente, muove i fili ordinari ed ordinati dell’esistenza sopita tra le assi di legno di una stanza spoglia e li trasforma in rigoglii di prospettiva.

Tutto ciò che da qui in poi avverrà nella vita di Stoner, si presenterà non come occasioni sulle quali stare troppo a ragionare nel muoversi per coglierle o meno ma, perlopiù, in un continuo fluire di momenti che a poco a poco formeranno una geometria di incastri quasi inevitabili. Arrivato a Columbia, l’aspetto in sé degli edifici universitari lo stordisce, l’imponenza lo rallenta, lo sguardo che si posa sulle strutture ampie fa permeare un senso di schiusura che gli accarezza il corpo e le emozioni. Sulle prime, il corso di studi non lo affatica particolarmente, passato il primo anno sente di poter continuare senza troppi clangori e ha sempre l’obiettivo di ritornare a casa dai genitori per aiutarli in tutto ciò che serve. Continua a essere il ragazzo pacato ed un po’ fuori posto che è sempre stato, nel suo sopore giovanile, dà una mano ben disposto con le incombenze nella fattoria dei parenti dai quali è ospitato ed è piacevolmente sorpreso di imparare tramite le lezioni quel che la terra che ha sempre lavorato può essere ad là del suo scopo. Di sera, soprattutto, nella minuscola soffitta che gli è stata concessa come stanza per sé, s’imbeve di sapere, di nozioni, con una disposizione d’animo costruttiva. È soltanto all’inizio del semestre del secondo anno universitario che il suo “torpore mortale” viene scosso. Uno degli esami semestrali pro forma che dovrà dare è quello di letteratura inglese, col docente Archer Sloane. Esame per il quale verrà quasi rimandato due volte e che nonostante tutto non riesce ad affrontare. Finché un giorno, a lezione, nel nervosismo generale, Sloane è proprio a Stoner che si rivolge, dopo aver recitato un sonetto di Shakespeare, chiedendogliene il significato e recitandolo ancora una volta alla sua mancata risposta. Quel sonetto, uscito dalla voce tagliente di Sloane, per Stoner diventa concretezza e nutrimento. Attorno a sé, nella classe; sul suo corpo, al di sotto dei vestiti; vi si intrattiene una percezione dello spazio, della materia e del tempo, immerse di colpo in un lento defluire di respiri trattenuti. Il primo varco di consapevolezza personale si compie per Stoner, viene attraversato e da qui la conoscenza prende il ruolo educativo mancato dagli affetti. Diverrà un docente a sua volta e capirà finalmente che non è alla terra che deve se stesso, né all’abitudine o al servilismo dovuto di figlio, ma alla conoscenza. L’uomo che in quelle venti righe abbozzate vediamo compiersi sino alla sua morte, ha ben impresso che il futuro è “una certezza fulgida e immutabile. Ai suoi occhi non appariva come un flusso di eventi, mutazioni e potenzialità, ma come un territorio che attendeva solo di essere esplorato. Gli sembrava simile alla grande biblioteca dell’università, che poteva essere arricchita dalla costruzione di nuove ali, cui potevano aggiungersi nuovi libri o esserne tolti di vecchi, ma che manteneva essenzialmente invariata la sua vera natura”.

Se mi soffermo così a lungo sull’inizio, non è per screditare la generale storiografia di Stoner, ma è per far emergere ancor di più la genesi dell’uomo apparentemente indolente alla corrente dei mutamenti del suo percorso di vita. Caratterialmente, William non ha eccessi relazionali o comunicativi, la famiglia in cui è vissuto ha avuto un ruolo determinante nel suo essere così immobile, tutto è racchiuso nel loro rapporto disamorevole, spento, basilare; questo in Stoner si radica al punto da trasformarsi in slanci timidi verso gli altri e in slanci ancor meno vivaci nei suoi confronti. Se ci trovassimo dinanzi un docente, per meglio dire un uomo, simile stenteremmo anche noi, oggi, a renderci conto di quanto, invece, sia una persona che nella completa anarchia ha eretto in un modo un poco sbilenco il suo esistere in quanto individuo. I suoi primi amici universitari, Masters e Finch, i suoi colleghi, gli studenti, il distacco genitoriale quando smette agraria, Edith incontrata ad un ricevimento che poi sposerà e alla quale non saprà mai come avvicinarsi, il matrimonio che sin dalla prima notte è un fallimento e per il quale si colpevolizzerà in seguito per non riuscire a dare alla moglie tutto ciò di cui il loro rapporto aveva bisogno, l’insegnare senza riuscire a comunicare quel fuoco interno alle tante orecchie presenti ai suoi seminari, il rapporto mite con sua figlia, che diverrà gelido per il risentimento di Edith, anch’essa incapace di darsi senza rendersene conto, tutto è un continuo tentativo di avvicinamento che si schianta nell’incomunicabilità per non aver avuto nessun tipo di comunione umana precedente. Eppure, è gentile, è educato, ha modi accorti e sereni, ma questo non basta, non basta a stabilire un contatto meno frammentario col prossimo, non basta a non considerarsi “un personaggio al limite del ridicolo, per il quale nessuno mai avrebbe potuto nutrire un interesse particolare”. È palese che la sua dedizione allo studio, la sua curiosità negli studi, la sua propensione sempre più crescente alla materia che insegna, non è altro che una sublimazione compensativa: un ideale onirico di salvezza che spesso viene incorniciato negli sforzi altrui per tener fede alla proprie fatiche, alla tenacità, all’ostinazione, alla stanchezza che muove un certo tipo di rivalsa, in questo caso silente. Se esiste una sublimazione inconscia, molto più subdola, molto meno capita e cercata, che accade nell’ombra di non scelte, ancor prima che scegliere diventi effettivamente un modo di esistere, di darsi un corpo e dello spazio da armonizzare su e per se stessi, questa avviene anche per Stoner. Una sublimazione sorta dalla solitudine di un bambino cui è mancato ogni tipo di riferimento che facesse da incudine alla sua crescita martellante, riversata poi nell’introiezione. Ed è doloroso, tutto ciò, perché inizialmente non si può certo prevederlo, così come non si potrebbe prevederlo nella realtà, ma man mano che gli anni avanzano, dobbiamo fare i conti con uno Stoner sempre più affaticato, che per brevissimi tratti in salita è addirittura felice, con la sua Katherine che ama, ricambiato, o con il suo studio che rimette a nuovo con le sue stesse forze come se mettesse a nuovo se stesso, ad esempio, ma che inevitabilmente, poi, subisce tristi strappi irricucibili nel tentativo mancato dell’esternazione di calore pur avvertendone il tepore.

La lettura scorre con lo stesso ritmo cadenzato di un piano sequenza cinematografico, strutturata in una sinfonia di sintassi e di equilibri sottilissimi così minuti da non azzerarsi o ingraziarsi a vicenda, ogni cosa trova il suo posto: la tristezza, la sofferenza, l’amore, l’essere padre senza mai essere stato figlio, lo sforzo, l’impegno, il lavoro: tranne William. William non ha un posto. Non ha un posto nell’università, che ha come nemesi Lomax; non ha un posto in casa sua, che ha come nemesi Edith; non ha un posto nel rapporto con sua figlia, sfilacciato dalla nemesi dell’astio materno; non ha un posto nella sua famiglia d’origine, che ha come nemesi la lontananza emotiva; non ha un posto nel mondo, perché il suo mondo è soltanto Columbia, che lo sbiadisce sempre più; non ha un posto con Katherine, perché Katherine è soltanto un ologramma di pace temporaneo; non ha nulla che lo trattenga e non ha nulla che sappia come trattenere, non ha persino un nome, perché per tutti non è altro che Stoner. Tuttavia, trova un posto in noi, in chiunque si trovi tra le mani la sua semplice storia di vita, che ha un retrogusto di normalità senza sipari: su un palco di nuda empatia, andiamo in scena con lui, sino a rimanere gli unici spettatori e testimoni in sala nel vederlo morire nel suo ultimo atto di primaverile autunno, con il suo nome stampato su un libro, solo com’è vissuto, nel silenzio di un prato percorso da ragazzi che non ne avranno nessuna memoria.

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