Stralcio / 3.

È bene prendere atto, semplicemente, di cose che non cambieranno più, senza deplorare i fatti o anche solo giudicare. Così m’è parso evidente di non essere mai stato un vero lettore. Da bambino la lettura mi sembrava una professione che avrei abbracciato, nel futuro, quando avessi avuto di fronte tutte le professioni, una dopo l’altra. Per essere sincero, non avevo un’idea precisa di quando ciò potesse accadere. Ero convinto che me ne sarei accorto dal rovesciamento, in certo qual modo, della vita, che sarebbe arrivata solo dall’esterno, mentre prima veniva dall’interno. Mi figuravo che allora sarebbe stata limpida e univoca e inequivocabile. Per niente semplice, anzi esigente, difficile, complicata, ma sempre evidente. La mancanza di confini propria dell’infanzia, e la sua mancanza di rapporti, l’impossibilità di abbracciarla con lo sguardo, sarebbero stati superati. Come, non potevo prevederlo. In fondo, tutto continuava a crescere chiudendosi da ogni parte, e più guardavo fuori, più erano le cose che mi si agitavano nell’intimo: sa il cielo da dove venivano. Ma forse crescevano fino a un limite estremo, poi si schiantavano. Era facile notare che gli adulti se ne preoccupavano molto poco; andavano, venivano, giudicavano, trattavano, e se incontravano difficoltà, era per circostanze esterne.
All’inizio di tali trasformazioni ponevo anche la lettura. Allora si sarebbero trattati i libri come amici, ci sarebbe stato un tempo per loro, un tempo particolare che sarebbe trascorso in modo regolare e piacevole, nella precisa misura che conveniva. Alcuni libri, naturalmente, mi sarebbero stati più vicini e non è detto che sarei stato sicuro di non perdere a volte mezz’ora sopra di loro, mancando a un appuntamento: una passeggiata, l’inizio di uno spettacolo teatrale o una lettera urgente. Ma trovarmi i capelli spioventi, scomposti, come se ci avessi dormito sopra, che le orecchie mi bruciassero e le mani mi diventassero fredde come metallo, che una lunga candela finisse di ardere vicino a me fino all’interno del candeliere, questo, grazie a Dio, pensavo fosse assolutamente da escludere.
Riferisco queste manifestazioni perché le notai piuttosto evidenti su di me durante le vacanze di Ulsgaard in cui mi gettai all’improvviso nella lettura. Si vide subito che non sapevo leggere. Avevo cominciato, è vero, prima del tempo che m’ero assegnato. Ma l’anno a Sorö, in mezzo a tanti altri, quasi coetanei, mi aveva reso diffidente verso quei calcoli. M’erano capitate esperienze improvvise, inattese, ed era evidente che tali esperienze mi trattavano da adulto. Esperienze a grandezza naturale, che mi gravavano addosso con tutto il loro peso. Ma nella misura in cui capivo la loro realtà, mi si aprivano anche gli occhi sulla realtà infinita della mia infanzia. Sapevo che non sarebbe cessata, come l’altra non era cominciata. Mi dicevo che ognuno, naturalmente, poteva fare suddivisioni, ma che erano inventate. E mi resi conto che ero troppo maldestro per escogitarne a mio uso. Se provavo, la vita mi lasciava intendere di non saperne nulla. Ma se insistevo che la mia infanzia era passata, in quel momento svaniva anche ogni futuro, e mi ritrovavo appena con lo spazio che ha un soldato di piombo per stare dritto.
Tale scoperta mi isolò, naturalmente, ancora di più. Mi occupò nell’intimo, riempiendomi d’una specie di allegrezza definitiva che prendevo per tristezza, di tanto sorpassava la mia età. Mi inquietava anche, mi pare, considerato che nulla era previsto per una scadenza determinata, il fatto che potessi mancare in qualche cosa. E quando tornai a Ulsgaard e vidi tutti quei libri, mi ci buttai sopra; di furia, quasi con cattiva coscienza. Presentii allora, in certo qual modo, quello che in seguito ho provato tanto spesso: che non abbiamo il diritto di aprire un libro, se non ci siamo obbligati a leggerli tutti. Ad ogni riga intaccavo il mondo. Prima dei libri era intatto, forse lo sarebbe stato di nuovo dopo. Ma, lettore inesperto, quale ero, come potevo appropriarmeli tutti? Anche in quella modesta biblioteca erano allineati in numero sterminato, e facevano blocco. Caparbio e disperato mi buttavo da un libro all’altro, aprendomi il cammino attraverso le pagine, come uno che ha da compiere un lavoro sproporzionato alle sue forze. Lessi allora Schiller e Baggesen, Öhlenschläger e Schack-Staffeldt, quanto trovai di Walter Scott e di Calderón. Mi capitarono in mano opere che avrei dovuto avere già letto, altre, invece, la cui lettura era molto prematura. Quasi nessuna era adatta alla mia condizione di allora. E tuttavia leggevo.
Negli anni successivi potevo svegliarmi, a volte, di notte, e le stelle erano al loro posto così reali, seguivano il loro corso con tale evidenza, che io non riuscivo a darmi ragione di come si potesse perdere tanta quantità di mondo. Lo stesso dovevo provare quando alzavo il capo dai libri per guardare fuori, dove era l’estate, dove Abelone chiamava. Fu cosa del tutto inattesa che lei dovesse chiamare e che io neppure rispondessi. Ciò avveniva nella nostra stagione più felice. Ma, una volta afferrato, mi tenevo convulsamente stretto ai libri, sottraendomi, supponente e cocciuto, alle nostre feste quotidiane. Inabile com’ero a profittare delle molte occasioni, spesso poco appariscenti, d’una felicità naturale, accettavo non malvolentieri dal dissidio crescente la promessa di conciliazioni future, tanto più deliziose quanto più differite.
Del resto, quel sonno sui libri un giorno finì improvviso com’era cominciato: allora andammo in collera sul serio. Abelone non mi risparmiava sarcasmi né sussiego, e quando la incontravo sotto la pergola, fingeva di leggere. Una domenica mattina il libro le stava chiuso vicino, ma lei sembrava occupata più del necessario dai chicchi di ribes che con una forchetta staccava attenta dai piccoli grappoli.
Doveva essere una di quelle ore mattutine nuove e riposanti come ce ne sono in luglio, in cui si manifesta dappertutto come una gioia irriflessa. Da milioni di minimi, insopprimibili movimenti, si forma, a mosaico, l’esistenza più convinta; le cose vibrano sciolte nell’aria, compenetrate le une alle altre, e la loro freschezza schiarisce l’ombra e dà al sole una luce lieve, spirituale. Allora nel giardino non ci sono più elementi essenziali; tutto è dappertutto, e bisognerebbe essere in tutto, per non perdere nulla.
Nei piccoli gesti di Abelone, tuttavia, ancora una volta era il tutto. Che invenzione felice fare proprio quello, nel modo preciso in cui lei lo faceva. Le sue mani, chiare nell’ombra, lavoravano d’intesa, l’una per l’altra, con tanta leggerezza, e davanti alla forchetta i chicchi rotondi saltavano con vivacità nel cestello coperto di pampini rugiadosi, dove già altri si ammucchiavano, rossi e biondi, brillanti, con i granelli intatti nella polpa asprigna. In quel momento avrei desiderato solo guardare, ma considerato che probabilmente sarei stato allontanato, anche per darmi un’aria disinvolta, presi il libro, sedetti all’altro lato del tavolo e, senza tanto sfogliarlo, mi immersi in una pagina qualsiasi.
«Potresti, almeno, leggere a voce alta, topo di biblioteca» disse Abelone dopo un po’. Le parole non suonavano più così ostili da un pezzo, e visto che, a mio avviso, era tempo davvero di riconciliarci, lessi ad alta voce, senza smettere, fino al capoverso e ancora più avanti, fino alla prima soprascritta: «A Bettine».
«No, le risposte no» mi interruppe Abelone e, come stanca, posò a un tratto la piccola forchetta. Subito dopo rise, per la faccia con cui la guardavo.
«Santo cielo, Malte, come hai letto male».
Dovetti ammettere di non avere prestato attenzione neppure un attimo a quanto leggevo. «Leggevo solo perché tu m’interrompessi» confessai facendomi rosso e sfogliando le pagine all’indietro, fino al titolo del libro. Solo allora seppi che libro era. «E perché non le risposte?» chiesi curioso.
Fu come se Abelone non m’avesse sentito. Sedeva immobile nel suo abito chiaro, quasi dentro l’avesse invasa tutto il buio che aveva negli occhi.
«Dammi» disse ad un tratto come incollerita; e toltomi il libro di mano, lo aprì alla pagina che voleva. Poi lesse una delle lettere di Bettine.
Non so cosa ne capii, ma fu come se mi promettessero solennemente che un giorno avrei capito. E mentre la sua voce si alzava, diventando alla fine quasi uguale a quella che le conoscevo nel canto, provai vergogna d’essermi figurato la nostra riconciliazione in modo così banale. Perché compresi che si trattava di quella. Ma avveniva in grande, lontano, molto sopra di me, dove io non arrivavo.

Quella promessa continua ad adempiersi, quel libro, non so quando, è finito tra i miei libri, tra quei pochi da cui non mi separo. Anche per me, ora, si apre sui passi che cerco, e, nel leggerli, è incerto se penso a Bettine o a Abelone. No, Bettine è diventata in me più reale; Abelone, quella che ho conosciuto, la preparava soltanto, e ora m’è sbocciata in Bettine, come nel suo essere proprio e involontario. Perché la strana Bettine con tutte le sue lettere ha creato spazio, la forma più ampia. Fino dal principio si è tanto diffusa nel Tutto, quasi avesse oltrepassato la morte. È penetrata, si è distesa per tutta l’ampiezza dell’Essere, ne è diventata parte, e quello che accadeva a lei, apparteneva dall’eternità alla natura; nella natura si riconosceva e da essa si separava quasi dolorosamente; indovinava se stessa a poco a poco, come risalendo a tradizioni, si evocava come uno spirito e si affrontava.
Un momento fa ancora eri, Bettine: ti vedo. La terra è ancora calda di te, gli uccelli lasciano ancora spazio alla tua voce. La rugiada è un’altra, ma le stelle sono ancora le stelle delle tue notti. Il mondo non è tutto tuo? Quante volte non l’hai incendiato con il tuo amore, non l’hai veduto fiammeggiare e incenerire, per sostituirlo segretamente con un altro, mentre tutti dormivano. Ti sentivi così in armonia con Dio, nel chiedergli ogni mattina una nuova terra, perché vi avessero posto tutti quelli che lui aveva creato. Ti sembrava meschino risparmiarla e ripararla: la consumavi e tendevi le mani per avere sempre più mondo. Perché il tuo amore era all’altezza di tutto.
Come è possibile che tutti non parlino ancora del tuo amore? Che cosa, da allora, è avvenuto che fosse più meraviglioso? Che altro può occuparli? Tu stessa conoscevi il valore del tuo amore, lo gridasti al tuo più grande poeta perché lo rendesse umano; era infatti ancora un elemento. Ma il poeta, scrivendoti, ne ha dissuaso gli uomini. Tutti hanno letto quelle risposte e credono più ad esse, perché trovano il poeta più intelligibile della natura. Ma un giorno, forse, si vedrà che qui fu il limite della sua grandezza. Quell’amante gli venne imposta, e lui non la resse. Cosa vuol dire, che non abbia potuto corrispondere? Un amore simile non ha bisogno d’essere corrisposto, ha in sé l’appello e la risposta; si esaudisce da sé. Ma il poeta avrebbe dovuto umiliarsi davanti ad esso in tutta la sua imponenza, e scrivere con due mani quello che esso dettava, come Giovanni a Pathmos, in ginocchio. Non c’era alternativa di fronte a quella voce «che adempiva all’ufficio degli angeli»; che era venuta per avvolgerlo e rapirlo nell’eterno. Era il carro della sua ardente ascensione. Era l’oscuro mito preparato alla sua morte, che egli lasciò vuoto.

Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge.

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