Marie la strabica, Georges Simenon.

copertina marie la strabicaUn libro che in copertina abbia uno scatto autoriale, in questo caso di Saul Leiter, fotografo americano, e che rappresenti la prima opera a portata di portafogli di un autore famosissimo ma che non si è mai ancora letto, è un libro che va preso e portato a casa imprescindibilmente. L’idea stessa di avere in libreria questo genere di minute preziosità vale sempre la pena di un acquisto, prescindendo dal fine ultimo dell’apprezzamento verso la storia che si andrà poi a leggere. Se mi sia, a tal proposito, piaciuto o meno c’è da considerare che, vista la mole di scritti prodotti da Simenon e visti gli autori a cui sono più avvezza, probabilmente partire da una simile freddezza con uno dei suoi romanzi duri, completamente scevro di grazia estetica, non sia stato per me l’avvicinamento più auspicabile che potessi desiderare. È possibilissimo, dunque, che non abbia elementi a sufficienza sul suo approccio alla scrittura per potervi affondare come vorrei con pareri personali; tuttavia, un libro è un libro, in generale esiste in sé e per sé e non ha sovente bisogno di echi per essere una singola innocenza che sporcare è ammissibile.

Marie la strabica è un romanzo diviso in due momenti diversi, ognuno dei quali fissato con la stessa portante e scheletrica concisione di espressività. Come dicevo prima, il mancato fattore di armonia estetica fa stridere ancor di più la trama, che è sì piuttosto lineare ma che per l’inclemente ingenerosità di prosa si compatta in un grumo di psicologie affrontabili solo per sommi capi e celate dal non detto, forza motrice che terrà in superficie le due protagoniste per tutta l’opera. Il non detto è quella via laterale che viene decisa e percorsa non per elusione o fuga bensì per permettere che il lettore possa infierire, perlopiù con personali spiegazioni o intuizioni. Il non detto può originare ed espandersi in rappresentazione di uno spazio che non ha definizioni, né precise né approssimate. Nel non detto, la comprensione generale viene slogata e rimpolpata frammento per frammento e permette l’idealistica sensazione dell’essere internamente alle cose, alle parole, ai gesti, annullando l’estraneità. Quando una storia si insinua nell’inaffermato, tende a una multiformità di genere che affascina particolarmente il lettore e la sua brama di decodificazioni psicologiche: una traduzione di intenti, in pratica, che fa sentire chi legge parte di, parte del, parte nel, fino a dare un’illusiva possibilità di tracciamento coattivo, reagendo attraverso l’incontro col non detto dello scrittore. Si diventa una sorta di co-autori a nostra volta, confidenti e confidati di ciò che, verosimilmente, è soltanto un’induzione alla riflessività, l’azzardo di una reattività movente e non più dormiente nel solo assorbimento lessicale. La percezione ultima sarà quella di essere protagonisti assieme ai personaggi con le nostre esecuzioni e le nostre sentenze. E cos’è tutto ciò se non un’ennesima interpretazione personale, ripiegata su fallaci plausibilità?

Marie e Silvye, sono due ragazze di provincia accomunate da un’amicizia di lunga data, che sono sempre vissute vicine ed hanno frequentato le stesse scuole. La loro estrazione sociale, però, è sensibilmente diversa, il loro carattere è agli antipodi, così come la loro fisicità, ed il loro spirito esistenziale verte su aspirazioni difformi; eppure, sembrano avere, sin dalle prime pagine, un attaccamento solido, ma tormentoso. Tra tutti questi elementi, quello fisico plasma molto più degli altri il loro legame. Sylvie è una bellissima, sfacciata e cinica giovane donna, con un seno magnifico che le dà piacere guardare ed “afferrarlo a piene mani”, consapevole che l’avere una pronunciata bellezza, perché no, potrà riservarle un futuro più roseo e meno claudicante. Agisce, parla, seduce sfaccettata tra l’ambizione di poter essere più di quel che è e la prontezza mentale di volerlo diventare sacrificando ciò che sarà necessario, affetti compresi. Marie, inversamente, non ha un’avvenenza altrettanto pronunciata, è schiva, silenziosa, timorosa, con addosso il peso dello strabismo che sin da bambina la fa sentire un uccellaccio di mala sorte. Nei confronti di Sylvie nutre quasi un’adorazione indagante, è l’unica che percepisce chiaramente i pensieri dell’altra prima ancora che questi vengano palesati, che intuisce ben più di quel che Sylvie nasconde dietro la sua bellezza sporgente. La osserva spesso, ne osserva il corpo, i modi di fare e sa spaginare senza alcuna fatica il lavorìo intellettivo dell’amica filtrando ogni suo gesto col suo sguardo mobile. Sin da subito, la storia si apre su loro due, che lavorano come cameriere stagionali in una modesta pensione francese e che hanno il sogno della grande Parigi, della partenza, del tranciamento delle origini a favore di tutte le opportunità che la città può riservare. Le loro giornate, intanto, sono scandite austeramente dalle incombenze varie che il lavoro comporta e dal via vai dei pensionanti in vacanza. L’occhio, appunto, e non soltanto metaforico, che per buona parte del romanzo ci condurrà nella loro conoscenza è quello sbilenco di Marie, voce narrante e spettatrice al contempo. Verso il termine della stagione, però, una fatale tragedia si abbatterà, una notte, sulla loro coscienza, la pensione si animerà nella morte di un giovane ragazzo e questa morte, coscientemente spettrale, farà sì che le due stringano ancor di più i legacci del loro legame. Una tragica fatalità, spinta dalla bramosia di attenzioni di Sylvie, cambia la rotta del loro legame di gioco-forza. Marie inquisisce con i suoi silenzi prolungati e quei suoi occhi vigili; Sylvie scaglia strali verso quello sguardo “con una punta d’insofferenza, come si guarda qualcuno che si ostina a non capire e ogni volta ti ferisce inutilmente”. Lo speculare bisogno l’una dell’altra, parrebbe nascere da due bisogni simili: Marie, vive attraverso Sylvie esperienze che non conosce, chiusa nel suo bozzolo di moralità; Sylvie attraverso Marie, invece, pur sentendosi scoperta ed inquieta nell’essere scrutata così a fondo, avverte su sé la presenza costante di un essere umano che quasi le dà il benestare di esistere, con le sue attenzioni. La stagione termina, e il sogno di partire si avvera. Si ritroveranno insieme in una Parigi ombrata nelle descrizioni, piena di sottintesi e che tra loro immetterà distanze silenti. Marie, dal suo bozzolo, troverà lavoro in un piccolo ristorante, dove col passare del tempo si sentirà amata e benvoluta. Sylvie, viceversa, si imbolla in un’introversione taciturna alla ricerca di un lavoro che possa innalzare il suo momentaneo status di semplice cameriera, tenterà colloqui ed il suo corpo avrà, ancora una volta, un ruolo preponderante nella riuscita di una vita che le sembra sempre più asettica. La città che si inframezza tra loro, però, le inclinazioni naturali molto diverse, le esperienze da una parte inesistenti e dall’altra ricercate, le separano, prima mentalmente, poi fisicamente e contrariamente a quanto si possa pensare, sarà Marie a lasciare Sylvie sola nella sua ricerca corporea di miglioramento. I decenni passeranno e, alla fine, sarà Sylvie ad aver bisogno di Marie, al punto da ricercarla con indosso il suo migliore e bisognoso sdegno.

La trama conta poco, in Simenon, è tutto intrico psicologico che si frastaglia nei desideri d’autodistruzione dei personaggi. Non ha bisogno di caratterizzare più dello stretto necessario i tempi, i luoghi, le situazioni perché non sono questi a formare i loro caratteri futuri e le loro scelte. La caratterizzazione esiste soltanto nella costrizione che germina dalla fatalità interna, dall’io che non ha nessuna spinta nel cambiare lo stato delle cose, spinta che è puro sforzo ma che difficilmente riesce ad essere liberatoria nel corpo a corpo della psiche che non raggiunge mai la fisicità di ciò che desidera, e pur raggiungendola questa non è mai appagante, è sempre viva nella repressione della solitudine. Il non detto diventa personale, si forgia nell’incontro mancato con l’amore, con lo sviluppo del sé e con la rovina della propria umanità, e Marie e Sylvie non avranno altro tra loro che una dipendenza solitaria senza luce che si riallaccia, costruita sulla misera fame di mancanze affettive.

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