Giorni pieni di violenza.

Lo sappiamo, è forse l’unica cosa che sappiamo: i nostri giorni sono colmi di violenza. Ore brutali, messe in fila, formano anni brutali. Tutto lascia credere che la nostra vita si esaurirà tra rumori molesti, vetri infranti e congressi insieme corrotti e apocalittici. L’Italia non è più il paese della «brava gente», e non è detto che sia male. Svilupperemo l’industria dell’uccisione del turista, e chissà che un giorno il governatore dell’Illinois non venga scelto in una tranquilla riunione dialettale, sull’Aspromonte. La violenza è interessante, almeno quanto, una volta, il grande amore. Ce n’è tanta, che serve a fare film, giornali, romanzi e libri di memorie. Può diventare letteratura, arte, bricolage.
M’è accaduto di leggere, contigui, due libri che trattano di violenza: due libri assai diversi, e che inducono a diversissime considerazioni. Il primo è La violenza illustrata, di Nanni Balestrini; il secondo, L’Autobiografia di un picchiatore fascista, di Giulio Salierno, pubblicati a distanza di pochi giorni dall’editore dalla grafica più pacata e gelida, Einaudi. Fa piacere leggere due libri sanguinolenti in una edizione così delicatamente fredda.
La violenza illustrata di Balestrini è formata, come si sa, da una serie di estratti di giornali, mescolati fra di loro, e all’interno delle singole citazioni. Ne nascono blocchi di prosa che vengono nuovamente scomposti e ricomposti, mescolati a nuove citazioni, a loro volta manipolate. Le citazioni hanno a che fare con la violenza o con sentimenti incompatibili con la violenza e che mescolati ad essa la fanno risuonare in modo esasperato e selvatico.
I temi della violenza sono tipici: dalle stragi del Vietnam – indirettamente illustrate attraverso la domestica deposizione della madre di William Calley – alla guerriglia urbana, il massacro della Cagol, un assalto alla banca e il tentato linciaggio di uno dei rapinatori. Costruito con accanito artificio, il libro di Balestrini risulta talora stranamente comunicativo. Ma quello che comunica non è violenza: è letteratura. Sia chiaro, non è un termine negativo. Vorrei usarlo al di fuori dei criteri di valore. Non so se sia sempre grande letteratura, ma dove funziona, funziona come tale. Riescono i pezzi di bravura, come la rapina alla banca, una sorta di film impazzito.
Si dice che il merito di Balestrini si accosti a certe scomposizioni e ricomposizioni pittoriche di Andy Warhol. Da professore di provincia, penso a Petrarca, e alle sue sestine, a quel mescolarsi calcolato dei vocaboli chiave, i quali, proprio come nella Violenza illustrata, tornano tutti nella strofa finale. Come Valéry, Balestrini rispetta anche i refusi. Eco ha detto che Balestrini è scrittore, anche se cerca di rendersi anonimo dietro le citazioni rubate e seviziate; io direi che proprio perché anonimo, Balestrini è letterato, un termine che contrapposto a scrittore sembra meno romantico.
Il libro di Balestrini dimostra che, come sempre, la letteratura è onnivora; trasforma tutto in se stessa, ed il suo cannibalismo della storia non è accompagnato da traccia alcuna di compunzione. Per quanto sia grande la violenza con cui la si vuol fabbricare, essa resta di una violenza immobile che consuma qualsiasi aggressione. Di un assassinio fa un capitello: alla peggio, un fregio. Penso agli elisabettiani, a quei sapienti e popolari cultori della strage.
È tuttavia interessante osservare quale tipo di violenza adopera Balestrini. È una violenza in movimento non, ad esempio, la violenza immobile delle istituzioni. È fortemente visiva. Non è, né può essere, psicologizzata. È anonima. Ama la precisione descrittiva, l’esattezza cronometrica dell’aggressione concordata. Dove traspare una «idea della violenza» attraverso contrapposte citazioni, essa tende ad essere la «realtà» dei realisti; infine, la violenza ha lo splendore allucinatorio di una rivelazione utopica. (…)

“IV, INTRICARE E DISTRICARE STORIE”, “2. TRA STORIA E CRONACA, LA LETTERATURA”, Concupiscenza libraria, Giorgio Manganelli.

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