Appunti / 1.

Leggendo il Diario della Nin e mi ha investita un languido senso di gratitudine per la fortuna di poter leggere di Miller, anziché leggere Miller e basta. Potrà sembrare sciocco, ma lo sguardo esterno di Anaïs rende Henry più umano. Resta sempre il caotico, affamato realista, crudo e crudele uomo dei Tropici, eppure, grazie a lei, si distingue una delicatezza soffusa che nel momento in cui affiora quasi stupisce. L’occhio esterno di lei lo umanizza, lo stempera, lo scontorna e gli dona una morbidezza che difficilmente si intravede negli scritti personali di uomo che esiste nei sobborghi, nelle periferie, nei bordelli, nella povertà. Si azzarda in me il pensiero che la creazione dell’uomo attraverso la donna ed il suo utero sia la chiave per carpirne l’essenza dei mezzi toni, delle sfumature, del sogno. Non parlo di una esaltazione di genere, un genere non sovrasta l’altro in pregi o difetti, semplicemente l’innata predisposizione alla maternità e al dare la vita, ristabilisce un contatto umano laddove la realtà lo soffoca consumandolo fino all’osso. Ci sono momenti, nella lettura, che mi fanno sentire quasi un’incomoda terza persona che li spia cercando di arrivare a quello che di loro nessuno vede o percepisce ma, allo stesso tempo, resto lì a guardare, non per sottrarre vitalità bensì per trovarne in me altrettanta. Non vorrei essere loro, vorrei essere con loro, vorrei poter sentire che il loro fluire influenzi e nutra il mio, troppo spesso arrestato bruscamente dall’insistente mania di capire.

In Fisica della malinconia, Gospodinov dice: “I morti mi hanno insegnato a leggere. Scrivo di nuovo questa frase e capisco che questo significa altre cose diverse, di quanto intendessi in un primo momento. Le persone che mi hanno insegnato a leggere non ci sono più. Le cose che ho voluto leggere, da allora fino a oggi, erano state scritte prevalentemente da persone morte. Quello che scrivo ora sono parole di un uomo che si è messo in viaggio… Non sapevo che sotto la lingua potesse covare tanta morte” e quando lo lessi pensai a quanto fosse vero e a quanto si tenda sempre nel dimenticare che è nella morte che l’essere vivi si perpetua. Anaïs ed Henry, invece, lo ricordano costantemente, in loro risiede l’affanno del non stare dietro ai propri pensieri per la velocità con cui si accavallano, in loro due risiede la passione scaturita dalla carne, dalla mente, dai sentimenti. Se Dostoevskij ha avuto Dio e l’ha innalzato al concetto divino, Anaïs ed Henry hanno avuto l’Uomo, e l’hanno reso estremamente vivido.