Racconto / 6.

Cara amica, incantevole e lontana, presumo che tu non abbia dimenticato nulla durante gli otto anni e più della nostra separazione se riesci a ricordare persino il guardiano dai capelli grigi e la divisa azzurra che non ci dava il minimo disturbo quando, marinando la scuola, ci incontravamo nelle gelide mattinate di Pietroburgo al Museo Suvorov, così polveroso, così piccolo, così simile a una celebrata tabacchiera. Con quale ardore ci baciavamo dietro le spalle di un granatiere di cera! E più tardi, quando uscivamo da quella polvere vetusta, come ci abbagliava la vampa argentea dei Giardini di Tauride, e com’era strano udire i grugniti allegri, avidi, cavernosi, dei soldati pronti a scattare agli ordini mentre slittavano sul terreno ghiacciato e nel bel mezzo di una strada pietroburghese infilzavano con una baionetta la pancia di paglia di un fantoccio con l’elmetto tedesco.
Sì, lo so che nella mia precedente lettera avevo giurato di non menzionare il passato, in particolare le sciocchezze del nostro comune passato; giacché, quali autori in esilio, siamo tenuti a un grande pudore di espressione, eppure, ecco che già alle primissime righe disdegno quel diritto all’imperfezione sublime e vanifico con epiteti il ricordo da te sfiorato con tale levità e grazia. Non è del passato, amore mio, che desidero parlarti.
È notte. Di notte si percepisce in modo particolarmente intenso l’immobilità degli oggetti – la lampada, gli arredi, le fotografie incorniciate sulla scrivania. Ogni tanto l’acqua resta senza fiato e gorgoglia nelle sue recondite tubature come se dei singhiozzi salissero per la gola della casa. Di notte esco a fare una passeggiata. I riflessi dei lampioni stillano goccia a goccia come ruscelletti sull’umido asfalto berlinese la cui superficie somiglia a una pellicola di grasso nero, con pozzanghere annidate nelle increspature. Qua e là una luce granata brilla incandescente sopra un allarme antincendio. Alla fermata del tram c’è una colonna di vetro colma di liquida luce gialla, e, non so perché, provo una sensazione di tale beatitudine, di tale malinconia quando, a notte tarda, con uno stridore di ruote in curva, il tram sfreccia via, vuoto. Attraverso i finestrini si vedono distintamente le file di sedili marroni ben illuminate, fra le quali avanza vacillando un solitario controllore con una borsa sul fianco – il che lo fa sembrare un po’ brillo – in quanto procedere in direzione contraria a quella carrozza.
Mentre girovago per strade buie e silenziose, mi piace sentire qualcuno che rincasa. L’uomo non è visibile nell’oscurità e non sai mai in anticipo quale porta si animerà accogliendo una chiave con un ciglio compiacente, per poi spalancarsi, indugiare trattenuta dal contrappeso, quindi sbattere richiudendosi; la chiave cigolerà di nuovo dall’interno e laggiù, dietro il pannello di vetro della porta, un morbido bagliore si attarderà per un solo magico minuto.
Passa un’automobile su colonne di luce bagnata. È nera, con una striscia gialla sotto i finestrini. Strombazza raucamente nell’orecchio della notte, e la sua ombra mi sguscia sotto i piedi. Ormai la strada è totalmente deserta – eccetto un alano attempato le cui unghie picchiettano sul marciapiede mentre malvolentieri porta a spasso una svogliata signorina, graziosa, la testa nuda e un ombrello aperto. Quando lei arriva sotto la lampadina granata (alla sua sinistra, sopra l’allarme antincendio), un solo, rigido segmento nero del suo ombrello arrossisce umidiccio.
Al di là della curva, sopra il marciapiede – che sorpresa! –, sono diamanti quelli che fluttuano sulla facciata di un cinema. Dentro, sul rettangolo dello schermo, di un pallore lunare, puoi osservare dei mimi più o meno bravi; ecco che il volto immenso di una ragazza dagli occhi grigi scintillanti e labbra nere segnate verticalmente da fenditure lucenti si fa sempre più vicino, continua a ingrandirsi mentre fissa la sala buia, e una meravigliosa, lunga lacrima luccicante rotola giù per la guancia. Ogni tanto (divino istante!) appare la vera vita, inconsapevole di essere filmata: una folla casuale, acque luminose, un albero con il suo stormire silenzioso ma visibile.
Più lontano, all’angolo di una piazza, una prostituta corpulenta, con una pelliccia nera, cammina avanti e indietro fermandosi ogni tanto davanti a una vetrina dove, sotto una luce violenta, una donna di cera imbellettata ostenta per i nottambuli il suo lungo abito smeraldo e la lucida seta delle calze color pesca. Mi piace osservare questa placida puttana di mezz’età mentre le si avvicina un uomo attempato, con i baffi, giunto stamattina da Papenburg per affari (prima la supera, quindi si volta a più riprese). Lei lo condurrà senza fretta in una camera del palazzo accanto che di giorno è del tutto simile agli altri palazzi, altrettanto ordinari. Un anziano portiere, educato e impassibile, vigila tutta la notte nell’ingresso non illuminato. In cima alla ripida scala, una vecchia altrettanto impassibile aprirà con saggia indifferenza una camera libera e incasserà il pagamento.
E se tu sapessi come sferraglia meravigliosamente il treno sfolgorante di luci, con tutti i finestrini che ridono, mentre sfreccia sul ponte sopra la strada! Probabilmente va solo fino alla periferia, ma in quell’istante l’oscurità sotto l’arcata nera del ponte si riempie di una musica metallica così potente che non posso fare a meno di immaginare le lande soleggiate alla volta delle quali partirò non appena mi sarò procurato quei cento marchi in più che bramo con tanta mite spensieratezza.
Sono così spensierato che talvolta mi diverte perfino guardare la gente mentre balla in qualche caffè. Molti miei compagni d’esilio denunciano indignati (e questo sdegno non è scevro di un pizzico di compiacimento) gli abomini alla moda, danze attuali comprese. Ma la moda è una creatura generata dalla mediocrità umana, da un certo livello di vita, dalla volgarità dell’uguaglianza, e criticarla significa ammettere che la mediocrità è comunque capace di creare qualche cosa (tanto una forma di governo quanto una nuova acconciatura) che merita una certa attenzione. E naturalmente questi nostri cosiddetti balli moderni sono tutto fuorché moderni: la mania risale ai giorni del Direttorio, in quanto allora come adesso gli abiti femminili si portavano sulla pelle nuda, e i musicisti erano negri. La moda respira attraverso i secoli: la crinolina a forma di cupola di metà Ottocento era l’inalazione profonda di quel respiro, seguita dall’esalazione – le gonne che si restringono e si balla più stretti. I nostri balli, dopotutto, sono molto naturali e piuttosto innocenti, e talvolta – penso alle sale londinesi – assolutamente leggiadri nella loro monotonia. Ricordiamo tutti quel che Puškin scriveva del valzer: «monotono e folle». È sempre la stessa cosa. In quanto al corrompersi della morale… Ecco che cosa ho trovato nelle memorie di D’Agricourt: «Non conosco nulla di più depravato del minuetto che si ritiene appropriato ballare nelle nostre città.
Cosicché mi diverto a guardare, nei cafés dansants di qui, come «volteggiano le coppie, una via l’altra», per citare ancora Puškin. Gli occhi, truccati in modo divertente, sfavillano di pura allegria umana. I pantaloni vengono a contatto con le gambe velate di calze chiare. I piedi ruotano di qua e di là. E intanto, fuori dalla porta, aspetta la mia fedele, solitaria notte con i suoi umidi riflessi, i clacson delle auto e le violente raffiche di vento.
In una notte del genere, nel cimitero russo ortodosso fuori città, un’anziana signora settantenne si è suicidata sulla tomba del marito, morto di recente. Ci andai per caso la mattina dopo, e il guardiano, un veterano gravemente mutilato durante la campagna di Denikin, il quale si aiutava con un paio di stampelle che scricchiolavano a ogni oscillazione del corpo, mi mostrò la croce bianca alla quale si era impiccata, e i fili gialli nel punto in cui la corda («era nuova di zecca» lui disse piano) aveva sfregato. Più misteriose e affascinanti di ogni altra cose erano, però, le impronte a mezzaluna lasciate dai suoi tacchi, minuti come quelli di un bambino, sul suolo bagnato vicino al plinto. «Ha calpestato un po’ la terra, poveretta, ma a parte questo non c’è assolutamente disordine» commentò con calma il guardiano e io, mentre osservavo quei fili gialli e quelli avvallamenti, mi resi improvvisamente conto che si può distinguere un sorriso ingenuo perfino nell’attimo della morte. Può darsi, mia cara, che la ragione principale per cui ti scrivo sia raccontarti quella fine così facile, così dolce. Si è risolta in questo modo la notte berlinese.
Ascolta: sono perfettamente felice. La mia felicità è una specie di sfida. Mentre vago per le strade e le piazze e i sentieri accanto al canale, avvertendo distrattamente le labbra umide della stagione attraverso le suole consumate, porto con orgoglio la mia ineffabile felicità. I secoli trascorreranno e gli scolari sbadiglieranno sulla storia dei nostri sconvolgimenti; tutto passerà, ma la mia felicità, cara, la mia felicità rimarrà nel madido riflesso di un lampione, nel cauto svoltare dei gradini di pietra che scendono fin dentro le acque nere del canale, nei sorrisi di una coppia danzante, in tutto quello con cui Dio avvolge con tanta generosità la solitudine umana.

“Una lettera che non raggiunse mai la Russia”, Una bellezza russa e altri racconti, Vladimir Nabokov.

Racconto / 5.

Ero rigido e freddo, ero un ponte, stavo sopra un abisso. Di qua avevo le punte dei piedi, di là avevo confitto le mani, e mi tenevo rabbiosamente aggrappato all’argilla friabile. Da una parte e dall’altra mi si agitavano le falde della giacca. In fondo rumoreggiava il gelido torrente popolato di trote. Nessun turista si smarriva fino a quelle impervie altezze, il ponte non era ancora registrato nelle carte topografiche. Così me ne stavo e aspettavo. Dovevo aspettare. Un ponte, una volta costruito, non può cessare di essere ponte senza precipitare.
Una volta, era verso sera – la prima? la millesima? non so –, i miei pensieri erano sempre confusi e giravano in tondo. Verso sera, d’estate, il torrente scrosciava più buio, udii un passo d’uomo. A me, a me! Stenditi, ponte, mettiti in posizione, trave senza spalletta, reggi colui che ti è affidato. Pareggia insensibilmente il suo passo incerto, ma se vacilla, fatti conoscere e come una divinità montana scaglialo a terra.
Quello venne, mi percosse con la punta ferrata del bastone, sollevò con essa le mie falde e me le aggiustò addosso. Infilò la punta nei miei capelli folti e ve la lasciò a lungo, probabilmente guardandosi ansiosamente intorno. Ma poi – stavo appunto seguendolo nel sogno per monti e valli – mi balzò in mezzo al corpo a piedi pari. Rabbrividii per un dolore lancinante, ignaro di tutto. Chi era? Un bambino? Un sogno? Un bandito? Un suicida? Un tentatore? Un distruttore? E mi girai per vederlo.
Un ponte che si volta! Non mi ero ancora voltato che già precipitavo e già ero straziato e infilzato sui sassi aguzzi che mi avevano sempre fissato così pacifici nell’acqua impetuosa.

“Il ponte”, Tutti i racconti, Franz Kafka.

Racconto / 4.

C’era un falconiere e cacciatore, a nome Sonjō, che viveva nel distretto di Tamura-no-Gō, nella provincia di Mutsu. Un giorno andò a caccia senza mai incontrare selvaggina. Ma sulla via del ritorno, in un posto chiamato Akanuma, scorse una coppia di oshidori (anatre mandarine): scivolavano assieme sul fiume che si apprestava a traversare. Non è bene uccidere gli oshidori; ma Sonjō era affamato e tirò sulla coppia. La freccia trafisse il maschio: la femmina si mise in salvo in mezzo ai giunchi sulla sponda opposta e scomparve. Sonjō riportò l’uccello morto a casa e lo cucinò.

Quella notte fece un sogno alquanto cupo. Gli parve che una bellissima donna entrasse nella stanza e, avvicinatasi al cuscino, si mettesse a piangere. Piangeva così amaramente che Sonjō, a udirla, si sentì straziare il cuore. La donna gli gridava: «Perché – oh! perché lo hai ucciso? Che colpa aveva, lui?… Eravamo così felici insieme, ad Akanuma – e tu l’hai ucciso!… Che male ti aveva fatto? Ti rendi conto di quale gesto crudele e malvagio ti sei macchiato?… Hai ucciso anche me – perché senza il mio sposo io non vivrò!… Sono venuta solo per dirti questo…». E di nuovo levò alto il pianto – e così amara era la sua voce in lacrime che penetrò fino al midollo di chi l’ascoltava – e fra i singhiozzi pronunciò le parole di questa poesia:

Hi kuturéba
Sasoëshi mono wo –
Akanuma no
Makomo no kuré no
Hitori-né zo uki!

All’arrivo del crepuscolo l’invita con me a tornare…! E ora dormir sola all’ombra dei giunchi di Akanuma… ah! quale inesprimibile sventura!»).¹

E pronunciati i versi esclamò: «Ah – tu non sai – non puoi sapere che cosa hai fatto! Ma domani, quando andrai ad Akanuma, te ne accorgerai – te ne accorgerai…». Così dicendo, e piangendo miserevolmente, se ne andò.

Quando al mattino Sonjō si svegliò, il sogno si era conservato così vivido nella mente che ne fu oltremodo turbato. Ricordava le parole: «Ma domani, quando andrai ad Akanuma, te ne accorgerai – te ne accorgerai». E decise di recarcisi all’istante, per appurare che il sogno fosse un sogno e nulla più.

Si recò quindi ad Akanuma e, una volta giunto in riva al fiume, vide la femmina oshidori che nuotava da sola. In quello stesso momento l’uccello scorse Sonjō; ma, anziché tentar la fuga, nuotò dritto incontro a lui, fissandolo per tutto il tempo in modo strano. Poi di colpo con il becco si squarciò il petto e morì sotto gli occhi del cacciatore.

Sonjō si rasò il capo e divenne prete.

1. C’è un toccante doppio senso nel terzo verso: le sillabe che compongono il nome proprio Akanuma («Palude Rossa») si possono anche leggere come akanu-ma, che significa «il tempo della nostra inseparabile (o deliziosa) unione». Talché la poesia si può rendere anche così: «Quando il giorno cominciò a calare, lo avevo invitato ad accompagnarmi…! Ora, passato il tempo della lieta unione, che sventura per chi deve dormir solo all’ombra dei giunchi!». Il makomo è una specie di grande giunco, usato per fare canestri.

“Oshidori”, Ombre Giapponesi, Lafcadio Hearn.

Racconto / 3.

Tanto, tanto tempo fa vivevano in mezzo alle montagne un taglialegna e sua moglie. Erano molto anziani e non avevano figli. Ogni giorno il marito andava da solo nella foresta a spaccar legna, mentre la moglie restava in casa a tessere.
Un giorno il vecchio si addentrò più di quanto non facesse di solito nella foresta per cercare un particolare tipo di legno; e all’improvviso si trovò ai bordi di una piccola sorgente che non aveva mai veduto prima. L’acqua era stranamente limpida e fredda, e il vecchio aveva sete: la giornata era calda e lui aveva lavorato sodo. Così si tolse il grande cappello di paglia, s’inginocchiò e bevve una lunga sorsata. L’acqua parve rinvigorirlo in misura straordinaria. Poi scorse il proprio viso nella fonte e si ritrasse di scatto. Quel viso era senz’altro il suo, ma non certo quello che vedeva abitualmente nel vecchio specchio di casa. Era il viso di un uomo molto giovane! Non riusciva a credere ai suoi occhi. Portò le mani al capo, solo un istante prima completamente calvo. Era coperto di capelli folti e neri. E il viso era diventato liscio come quello di un ragazzo: le rughe erano tutte scomparse. Nel medesimo istante si scoprì pieno di una forza rinnovata. Fissava sbalordito le membra rinsecchite ormai da tempo per l’età: adesso erano armoniose e sode, cariche di giovanile vigoria. Senza saperlo aveva bevuto alla Fonte della Giovinezza; e quella sorsata lo aveva trasformato.
Per prima cosa cominciò a saltare e a lanciare grida di gioia, poi corse a casa più rapidamente di quanto non avesse mai fatto in vita sua. Quando entrò in casa, la moglie si spaventò perché lo aveva preso per uno sconosciuto; e quando le raccontò il prodigio, sulle prime lei stentava a credergli. Ci volle parecchio, ma alla fine riuscì a convincerla che il giovane davanti a lei in quel momento era realmente il marito; e le indicò dove era la fonte e le chiese di andarci assieme a lui.
Allora la moglie disse: «Tu sei diventato così bello e così giovane che non puoi continuare ad amare una vecchia – perciò devo bere un po’ di quell’acqua anch’io immediatamente. Ma non è il caso di assentarci tutti e due e allo stesso tempo. Tu aspetta qui mentre io vado».
E corse verso il bosco da sola. Trovata la sorgente, s’inginocchiò e cominciò a bere. Oh! com’era fresca e dolce quell’acqua! E lei bevve, bevve, bevve; s’interruppe, a riprender fiato, solo per poi ricominciar daccapo.
Il marito l’attendeva con impazienza; si aspettava di vederla tornare trasformata in una leggiadra ed esile fanciulla. Ma non tornò affatto. Preso dall’ansia, chiuse casa e andò a cercarla.
Giunto alla sorgente non ne scorse traccia. Stava già per tornare indietro quando udì un fievole vagito in mezzo all’erba alta nei pressi della fonte. Andò a controllare e scoprì i vestiti della moglie e una creatura – una creaturina piccola piccola, forse di sei mesi!
La vecchia aveva bevuto con troppa ingordigia di quell’acqua magica; e a furia di bere si era riportata molto prima della giovinezza alla fase dell’infanzia priva di parole.
Egli prese fra le braccia la creatura, che lo guardò con espressione triste, stupita. La portò a casa mormorandole qualcosa, rimuginando strani, malinconici pensieri.

“La Fonte della Giovinezza”, Ombre Giapponesi, Lafcadio Hearn.

Racconto / 2.

Dal Giappone un amico ricchissimo mi ha portato una straordinaria novità: un piccolo televisore, di aspetto dimesso, dotato di una virtù prodigiosa: se qualcuno, anche lontanissimo, parla di noi, l’apparecchio ce lo fa vedere e udire. Se di noi nessuno si occupa, lo schermo resta buio.
Devo dire che il primo entusiasmo si è completamente raffreddato quando, nell’intimità della casa, mi sono accinto a fare la prova. La maldicenza, si sa, è uno sport così facile e diffuso (qualcuno lo ritiene una delle poche consolazioni in questa valle di lacrime). Né io certo mi illudevo che pure gli amici, se il discorso mi toccava, rinunciassero a qualche maligna frecciata. Comunque sono cose che è meglio non sapere. Perché amareggiarci inutilmente?
Ma l’apparecchio era lì, a mia completa disposizione, col suo meraviglioso segreto. E l’orologio segnava le nove e mezzo di sera, l’ora in cui, al termine del pasto, gli amici si lasciano andare a confidenze e cattiverie. Per di più quel giorno era comparso un mio articolo, a cui tenevo molto, ma piuttosto azzardato. Sì, era probabile che in più di un luogo si stesse dicendo peste e corna di me. Ditemi un po’ voi, tuttavia, come era possibile resistere. Se non altro, le amare rivelazioni mi sarebbero servite di regola. Così rimuginando, stetti in forse una mezz’ora. Quindi, accesi.
Lo schermo per qualche minuto restò inerte. Poi si udì una voce, con spiccato accento emiliano, ben presto seguita dall’immagine. Vidi due signori sui cinquant’anni, di cui uno con barbetta, che fumavano seduti non si capiva bene se in un salotto privato o nell’angolo di un circolo. Uno teneva sulle ginocchia, come se avesse appena finito di leggerlo, il giornale contenente il mio articolo. E diceva: «Non sono d’accordo. Io l’ho trovato spiritoso. E poi dice cose che tutti pensano e nessuno ha di solito il coraggio di dire». L’altro tentennò il capo: «Può darsi che tu abbia anche ragione. Pero a me, quello stile, sarà moderno finché vuoi…». E i due, che prima non avevo mai visto, disparvero, segno che avevano cambiato argomento.
Quasi immediatamente lo schermo si riaccese. Riconobbi il ristorante letterario che anch’io frequento spesso. Era il solito tavolo, al quale sedevano tre colleghi proprio del mio giornale. Mi salì il batticuore. “Come minimo,” pensai “adesso questi mi squartano vivo.” «Vedi?» diceva il più anziano, mio vecchio amico. «Per me, è un esempio tipico di quello che si deve intendere per buon giornalismo moderno. Del resto, chi non ha difetti? Perché sempre parlar male?» «E chi parlava male?» ribatté il più giovane, noto per le sue battute corrosive. «Solo che il lettore medio, il lettore di un quotidiano, a queste finezze non arriva…» «Sia come sia» commentò il terzo. «Leggere dei pezzi simili, e lo dice un vecchio del mestiere, è sempre una soddisfazione.»
Ora, come mai quei cari amici fossero venuti a sapere che io possedevo il diabolico televisore, così da potersi regolare di conseguenza, rimarrà per me un assoluto mistero.

“Il televisore sapiente”, “Invenzioni”, Le notti difficili, Dino Buzzati.

Racconto / 1.

Sono finalmente ritornato, tesoro, ed ora aspetto che tu mi raggiunga. Nell’ultima tua lettera, che ho avuto un mese fa, dicevi appunto che non potevi più vivere senza di me. Ti credo, perché uguale è il sentimento mio. Non è come un’attrazione fatale, quasi un castigo?
Di solito, tra uomo e donna, soltanto uno dei due si innamora. L’altro, o l’altra, accetta, o subisce. Nel nostro caso, meravigliosamente, la passione è pari in entrambi. Pazzi tutti e due. Ciò è bellissimo ma fa anche paura. Siamo come due foglie furiosamente sospinte l’una verso l’altra da opposti venti. Che cosa accadrà quando si incontreranno?
Questa lettera impiegherà quarantotto ore a raggiungerti. Da vari mesi, lo so, tu ti tieni pronta a partire, hai le valigie fatte, hai già preso commiato dagli amici. Per arrivare qui ti ci vorranno un paio di giorni. Mettiamo che tu parta sabato. Tra quattro giorni, cioè lunedì, a cominciare dall’alba, io ti aspetto.
Come sarà la nostra vita? In questi anni di lontananza, continuamente ho meditato sulla nostra futura esistenza in comune. Ma non riuscivo mai a rappresentarmi chiaramente le cose. Ogni volta, a sconvolgere il lavoro dell’immaginazione, irrompeva il selvaggio desiderio di te.
Oggi, approfittando di una insolita pausa di calma, sento però il bisogno di prospettarti certe cose. Non che ci sia bisogno di persuaderti. Guai se ci fosse ancora, in te o in me, un’ombra di dubbio. Ma, rileggendo queste pagine, io penso, durante il viaggio, potrai misurare, e assaporare ancora una volta, l’opportunità della tua, e mia, irrevocabile scelta.
Vorrei cioè, prima che sia troppo tardi, considerare le rispettive qualità e difetti, le rispettive situazioni, gusti, abitudini, desideri. I quali realizzano, te ne sei mai resa conto?, una coincidenza fortunata come non mai.
Per cominciare, la posizione sociale. Tu, professoressa di francese alle scuole medie, io produttore di vini. Io, operatore economico, come si usa dire, e tu intellettuale. Difficilmente, per fortuna, potremmo intenderci fino in fondo, rimarrà sempre una barriera, una cortina di separazione che la buona volontà, da una parte o dall’altra, non potrà mai superare.
Pensa al problema degli amici, per esempio. I miei amici sono gente civile e brava, però semplice. Non intendo dire proprio ignoranti, c’è tra gli altri un noto avvocato, un dottore in agricoltura, un maggiore in pensione. Ma nessuno ha problemi complicati, in genere amano la buona tavola, e non sono contrari, te lo assicuro, alle storielle un po’ grasse. In loro compagnia, mi par già di vederti, farai dei gran sbadigli, dissimulati magari, data la tua raffinata educazione. E ben difficilmente ti ci abituerai. Tu sei una creatura piena di temperamento, la pazienza e la tolleranza del prossimo non sono il tuo forte, anche per questo ho perso la testa per te. Ora senti una cosa, anche se non c’entra: se tu riuscissi a partire col primo treno di sabato, così da poter essere qui entro domenica sera, non sarebbe magnifico?
Anime gemelle, dicevi. E io ti do ragione. La affinità tra due persone non significa uguaglianza, o stretta somiglianza. Al contrario: L’esperienza insegna che significa il contrario. Come nel nostro caso. Tu docente di francese, io vinattiere, come nei primi tempi, sia pure scherzando, ti sei divertita a definirmi. Ti dirò che in Argentina non ho intenzione di tornare mai più. Mi è bastata. Ho liquidato le piantagioni ereditate da mio zio a Mendoza e non mi muoverò più dalla mia terra, almeno spero. Soltanto qui potrei essere felice. Io so, nello stesso tempo, che vivere in campagna, anche se continuerai a insegnare facendo la spola con la città vicina, ti metterà addosso la malinconia. E questa, te lo assicuro, è proprio la campagna al cento per cento. Non c’è dubbio che fin dai primi tempi morderai il freno. Ma ecco, in questo istante mi viene in mente la tua bocca, quando la tieni socchiusa come le bambine, quasi aspettando qualche cosa. Dirai che sono banale, – quante volte anzi avrai occasioni di ripetermelo – ma nelle tue labbra così tenere, appena sbocciate, si è rannicchiato il demonio, o chi per esso. È dalla tua bocca, te lo confesso, che ho cominciato a perdere la testa.
La casa. La mia è abbastanza grande e confortevole – proprio di recente ho rimesso a nuovo i tre bagni, – però molto diversa dalla tua. I mobili sono ancora quelli dei nonni, dei bisnonni, dei trisavoli. Cambiarli, ti confesso, mi sembrerebbe un sacrilegio, come rovesciare una tomba. A te invece piace Gropios – è giusto il nome scritto così? scusami se è sbagliato, lo sai che ho fatto appena la terza ginnasiale – e a te piacciono i divani, le poltrone, le lampade progettate dagli architetti famosi. Tutto lucido, efficiente, essenziale, ortopedico (non si dice forse così?). In mezzo a tutto questo vecchiume che – lo capisco anche io – non può avere la pretesa di essere di supremo gusto, tu come ti sentirai? Basta pensare all’odore che emanano queste stanze, di umido, di buona polvere, di campagna, di bicocca solitaria, e che io amo tanto, scusami. Figurati, tu ti sentirai ricoprire tutta di muffa. Ti sentirai una straniera. Ti chiuderai in te stessa come un riccio. Vieni, vieni, anima mia.
E il temperamento? Io bonario, espansivo, allegrone, qualche volta eccessivo, me ne rendo conto, ma è più forte di me. Tu educata dalle suore francesi di Saint-Etienne, di famiglia aristocratica che se ridotta economicamente al meno (dirai che sono un cafone a scriverti brutalmente queste cose ma, credimi, è meglio così), abituata a una società di gente colta, raffinata, dove si fanno discorsi elevati d’arte, di letteratura, di politica (e anche i pettegolezzi hanno una certa loro speciale eleganza). Io campagnolo, che ha letto sì Manzoni, Tolstoi, e Sienkiewicz, ma riconosce la propria inferiorità culturale. Tu piena di scrupoli, di ritegni, sdegnosa, non vorrei dire altezzosa (però che pelle stupenda hai, appena a toccarti vengono i brividi, te lo ha mai detto nessuno?, che ingenuo sono, chissà quanti te lo avranno detto), tu arricci il delizioso nasino a una parola sbagliata. Da me, chissà quante ne avrai. Non è straordinario tutto questo? Dammi un bacetto, creatura, mettimi il broncio.
Altra cosa. Tu sei abituata alla grande città. Una volta mi hai detto che il rombo delle auto, dei camion, le sirene delle autoambulanze, il cigolio dei tram erano per te come delle droghe, che ti rendevano più facile il lavoro di giorno e in compenso alla sera ti conciliavano il sonno. Tu sei insomma un temperamento metropolitano pieno di elettricità, per così dire. Qui, al contrario, c’è una quiete assoluta; che alle volte fa girare le scatole persino a me (te lo garantisco). Di notte, poi! Soltanto la voce degli alberi, quando c’è vento, il ticchettio delle gocce sul tetto, quando c’è la pioggia, i lontani latrati dei cani, quando c’è la luna. No no, tu mai potrai farci l’abitudine. E allora prevedo già i nervi, le rispostacce, l’irritabilità, l’insopportazione. Ci pensi, che bello? Guarda che le pubblicazioni sono già state fatte da un pezzo. Il parroco è disposto a sposarci anche lunedì mattina, basta che tu arrivi in tempo.
Di più. Io amo il calcio, cosa aborrita da te. Io sono un vecchio tifoso della Juventus e la domenica sera, se le cose vanno male, perdo perfino l’appetito. Con gli amici, lo immaginerai, si parla a lungo di queste cose, anche durante la settimana. A te, suppongo, verrà semplicemente la nausea. La sera tu mi guarderai in quel certo modo, come si guarda un verme che striscia per terra. Alla sera finiremo per litigare, prevedo che anche dalla tua cara boccuccia uscirà qualche brutta parola. A proposito: alle nozze, si intende, puoi invitare chi credi, potranno dormire all’albergo delle Terme qui vicino, che ha tutto in ordine. A spese mie, naturalmente. I miei parenti, te lo annuncio fin d’ora, saranno una quarantina come minimo. Vieni qua, coccolina, lascia che ti stringa a me, mi piace da morire quando tu metti il muso.
Certo, nella grande città, le abitudini sono diverse. Quando non vai al cinema (a proposito hai visto Waterloo?, a me è piaciuto moltissimo), ti ritrovi con qualche amica, vero?, discutere i problemi della scuola, le programmazioni, fate quel che si dice un lavoro di gruppo, vi sentite cervelli superiori, non è forse così? La sera, mi pare di avertelo già detto, a me piace passarla davanti la televisione, una spaventosa abitudine, vero? Intendiamoci. Io sono disposto, di tanto in tanto, ad accompagnarti qualche sera in città, tesoro mio. Guarda però che la televisione è peggio di quanto immagini tu (che ti sei sempre rifiutata di vederla perché la vede anche la tua portinaia).
Alla sera, perché nascondertelo?, qualche volta vedrai anche tu la partita. Maledirai, lo immagino. Ti rannicchierai sul divano, nell’angolo, sotto una piccola abat-jour, leggendo Teilhard du Chardin (ho sbagliato a scriverlo, il nome?). Su, amore mio, prendi l’aereo, prendi il razzo interplanetario, il tappeto volante. Non vedo l’ora. Non ne posso più. Vieni, tesoro, te lo giuro, saremo infelici.

“Lettera d’amore”, Le notti difficili, Dino Buzzati.