Il senso della frase, Andrea G. Pinketts.

9788807813368_quarta.jpg.444x698_q100_upscaleSiete seduti in un cinema, fuori un freddo permaloso annienta le facoltà mentali, non importa che film stia per verniciare lo schermo, è vitale scaldarsi e lasciare che il corpo riprenda tepore e sensibilità, tra poltroncine lise non prive del fascino sgraziato dell’usura. Lo schermo si anima, lo sgranato della pellicola gracchia nelle pupille, la magica atmosfera del possibile diventa tangibile e il resto scompare nel nero attorno al vostro corpo. Quello che i vostri occhi stanno per affrontare è un pulp noir unto ed aggravato da personaggi così arrogantemente normali da produrre un’attrazione fortissima per il mondo saturo di parassite pigrizie a cui appartengono. Voi non potete certo sospettarlo, l’inizio è un labile paravento di ciò che verrà in seguito, ma qualcosa vi aggancia, lo sentite tirare dal centro dello stomaco, e da lì in poi sarete completamente assuefatti dalla “zaffata nauseabonda della combustione letteraria”, come direbbe Nabokov, immessa in una trama veloce, in uno scatto continuo di anomalie private e spogliate del senso delle cose ma non del senso della frase. Ritornate, adesso, nella comoda poltrona su cui leggere vi piace particolarmente, quella poltrona che conosce così bene la forma del vostro corpo tanto da non aver bisogno di compromessi, quella che vi accoglie e vi fa sentire al sicuro, per quel poco che vale sentirsi al sicuro nella frenesia generale cui chiunque sottostà, in un modo o nell’altro. La notte o la sera vi avvolgono, fanno da pacieri con la frenesia e vi tendono una mano oscurante e morbida per calmare il brusio del giorno: un patto sempre ben accetto, breve ma consolatorio. In mano avete Pinketts con il suo Il senso della frase, con quella sua copertina rossa ed una ben poco confortante ghigliottina in bianco e nero con una faccia al centro dallo sguardo insolente e diffidente. Vi sta nel grembo e non sapete che tra poco, appena gli occhi cominceranno a bagnarsi della scrittura imparata vivendo, come scrisse la Pivano, che Pinketts vi scaglierà in faccia, sarete catapultati nello scenario cinematografico di poc’anzi, spettatori improvvisati di un’altrettanta improvvisata sopravvivenza. Il senso della frase gode di una particolare ed assente inquadratura, i termini unici sono sempre o troppo puntuali o troppo inconsistenti nel loro significato originario perché aderiscano a queste duecentoquarantotto pagine di nevrotico imbottigliamento personale; c’è bisogno di metafore per darne un’idea, che sarà comunque troppo mitigata per concretizzarsi al di fuori della lettura, perché Il senso della frase è una placenta squarciata senza avvisaglie nella noia cittadina, là dove risiede la noncuranza del prossimo, il grigiore slavato dell’umanità carente, l’inestinguibile morte dell’umana decenza non pervenuta, intoccata da qualsiasi pignola premura etica o moralista ed i personaggi, che gravitano intorno a situazioni fuori dall’ordinario nel dedalo di strade di una Milano cinerea alle soglie del duemila, sapranno eccellere, insofferenti e sin da subito, in tanta amoralità.

Il senso della frase è un romanzo diviso in due macrosezioni: “Gli errori” e “Gli orrori”; il suo perno, Lazzaro Santandrea, è un ventinovenne narcisista che vive perlopiù alla giornata, tra sbronze e casting e che, da maturissimo sedicenne quale si sente, per non accontentarsi delle settimane enigmatiche che diventano mesi e anni, decide arbitrariamente di anticipare di un mese il suo trentesimo compleanno per non dichiararsi battuto dal tempo che trascorre senza che un piano prestabilito per il proprio futuro sia stato, prima ancora che attuato, pensato. Sarà proprio alla triste festicciola che organizza anticipatamente che il lettore conoscerà sommariamente, sin da subito, i suoi a dir poco singolari amici: Pogo il dritto, taxista e migliore amico di Lazzaro, un monomaniaco più informato della settimana enigmistica, maestro in cultura generale e possessore di un’acuminata memoria per le cose più disparate, che fa su e giù da Milano a Cattolica senza tregua col suo taxi ed è in grado di innamorarsi di luoghi e bar fino a renderli un’ossessione per sé e per chi lo circonda; Enrico Cargne, possente sentenziatore con un tasso alcolico nel sangue perennemente oltre il limite, detto anche Carne per la sua insaziabile fame;  Antonello Caroli, in ultimo, che è un attore che non recita, frustrato al punto da vivere nel continuo bagliore di un’occasione lavorativa, pur autoconvintosi nel frattempo di averla chiusa con la recitazione e che si porta dentro una giovanile “piaga d’autunno” inconfessata che lo logora. Attorno a loro quattro s’impernano personaggi secondari inconsueti ma inseriti talmente bene nella narrazione che potrebbero far parte del quotidiano di chiunque. Una ninfomane col bisogno di soffocare il suo egocentrismo uterino, una cugina bipolare, un barista taciturno che quando decide di parlare, finalmente, regala “motivi in più”, una madre delle più semplici, un padre dal passato ombrato dalle sue perversioni, una pornostar “sontuosamente indecente”, una giovane ragazza vestita da Babbo Natale, un poliziotto gay, una psicanalista affascinata, killer in pattini a rotelle, Babbi Natale pistoleri ecc ecc; personaggi che Pinketts sgrana come un rosario animalesco di faune irrisolte, sino a rendere le loro caratteristiche esistenzialiste. Tra tutti loro, però, spicca una ragazza: Nicky, una bugiarda patologica col naso a becco che dice d’essere la figlia di Joan Collins e che persino Lazzaro non ha ben capito se sia mai stata reale, o se lo è ancora, sin dal tempo in cui gli capitò sott’occhio tra un drink e l’altro in uno dei bar che più frequentava. Le sue bugie hanno sempre avuto su di lui l’effetto di un elisir di scaltrezza mentale e sfacciataggine giovanile, al punto da restare, al momento della sua scomparsa, aloni sempiterni di una presenza ardua da dimenticare. In un mondo dove l’unica certezza è la morte, oltre al senso della frase, un alone bugiardo senza un corpo iscritto in un necrologio non ha nessun fondamento logico di fine incontrovertibile ed è nel momento esatto nel quale un’altra giovane Nicky, che non è la sua Nicky ma che della sua Nicky indossa le identiche bugie salmodiate, entra in scena che le giornate di Lazzaro, i suoi pensieri, le sue congetture e le sue ricerche lo trasformano in un moderno Don Chisciotte contro i mulini a vento dell’inconcepibile e dell’indecifrabile. Infangato nell’assunto che “Due bugie convincenti e convinte valgono più di una inaccettabile verità”, Lazzaro si avvita anima e corpo su questa nuova impenitente Nicky apparsa dal nulla, completamente obnubilato e risoluto nel capire chi sia e che fine abbia fatto la vera Nicky, in una ricerca che lo porterà ben oltre un’inaccettabile verità dal quale sottrarsi sarà impensabile perché “La fine non finisce mai. Si prolunga, si dilata, e cambiando forma ti illude di essere un nuovo inizio”.

In questo vorticante “claustrofobico limbo di incertezze da cui affiorare attonitamente incolpevole” veniamo svegliati dal “sonno dell’ingiusto” da verità paranoiche in corsa contro il tempo, o per meglio dire incontro al tempo, mentre ci si vanno a schiantare. Una controtendenza umana viene messa in scena in una città che andando di fretta non si cura dell’affaticamento generale verso l’accettazione mossa dai fili invisibili del risentimento, dei rimpianti e dei dolori. Lazzaro sarà il nostro Saltimbanco linguisticamente voluttuoso e armato di tabasco attraverso e all’interno delle sue stesse odissee, con la nonchalance invidiabile del bravo ragazzo che accarezza scheletri negli armadi altrui per prendere sonno, alla notte. E a cos’altro serve un’ossessione, alla quale ci si vota facendola sposare con la personale stranezza, se non per riempire un vuoto strangolatore? Nicky per Lazzaro è l’imbastitura vivida di un appiglio che assieme al senso della frase regola i conti con la vita e la sensibilizza al senso dell’esistenza. La vita, però, non vuole essere sensibilizzata da Lazzaro Santandrea, non ammette che si prenda la briga di rimettere la sua già precaria, minuscola ed ordinaria imbarcazione ancorata al pontile del karma, e quando Lazzaro se ne rende conto, oltre ad essere ormai troppo tardi, capisce che il senso della frase che l’aveva sempre aiutato come la fortuna con gli audaci che però non perdona gli idioti era soltanto una tragicommedia ostinata della gioventù che non voleva calmarsi. Il suo continuo effluvio di parole, di giochi di parole sardonici e sveglissimi, quella volontà propria di lingua e di pensiero frana nell’incontrastata dissacrazione iperrealistica del giorno a venire. Il mulino a vento della verità, “quella vera, quella che puzza perché non si lava con gli eufemismi, quella brutta perché non si ritocca né si abbellisce con la chirurgia estetica del ricordo, (…) la verità pelosa, la verità arrapata”, avrà “l’aspetto un po’ puttanesco eppure di classe di una bella menzogna” stagliata in faccia con la forza inestinguibile di un Dio annoiato che lo riporterà a cercare il senso della tenerezza e della comprensione in una bionda silfide che lo attende. “Le parole erano i miei unici proiettili” ma Lazzaro, adesso, tace e porta addosso tristezze e colpe inespiabili.

Fisica della malinconia, Georgi Gospodinov.

1Per la seconda rilettura, ho scelto uno tra i libri che mi stanno più a cuore: Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov. È stato uno di quei libri cui si arriva per puro caso, vi arrivai per puro caso in un pomeriggio di una manciata di anni fa sedotta dal titolo. Per un titolo così, inutile dirlo, la curiosità si accende in un attimo, la mia soprattutto. Non conoscevo l’autore, non avevo ancora letto la sinossi, non avevo la più pallida idea di cosa potesse parlare, l’attrazione immediata fu accalorata dal titolo e dalla copertina che mostrava un’immagine, dal carattere antico, raffigurante una donna e un bambino dalla testa animale seduto nel suo grembo. Leggendolo, poi, fui lieta di aver seguito l’istinto e ancora oggi rappresenta un’insenatura importante nella quale riposare.

Innanzitutto, va detto che parliamo di un autore contemporaneo, cosa inusuale per me che sono abituata ad autori più datati. Gospodinov è uno scrittore bulgaro che ha esordito negli anni ’90 con due raccolte di poesie, riscuotendo un certo consenso da parte della critica letteraria nazionale, fino ad arrivare nel 1999 ad esordire col romanzo “Romanzo Naturale” che confermerà ancor più il suo valore di scrittore vincendo il premio “Razvitie” per il romanzo bulgaro contemporaneo a cui seguiranno poi svariate traduzioni in svariati Paesi. In Italia, nel 2007, è la casa editrice Voland a proporlo con Romanzo naturale e a pubblicare in seguito altre sue opere come “…e altre storie”, “Fisica della malinconia e “E tutto divenne luna”. Fisica della malinconia è al momento l’unico di cui abbia una conoscenza diretta ed è un libro che non corrisponde all’idea di romanzo in purezza perché ha, invero, una struttura dall’ampio respiro che non si cristallizza in un solo genere e, soprattutto, non ha un’intelaiatura regolare e conforme nella sua composizione. Una delle sue frasi più belle, infatti, che lo caratterizza e che l’autore affida ad un personaggio in particolare e particolare di per sé, alter ego dello stesso Gospodinov, Gaustìn, è: “I generi puri non mi interessano. Il romanzo non è ariano”. Con questa frase, e in questa veste liberativa, Gospodinov si svincola dalle costruzioni solite e crea un personalissimo espediente di riscoperta, permettendosi un riversamento totale all’interno delle pagine che avverrà tramite i ricordi, le riflessioni, le ideologie, gli sguardi ai decenni che ha vissuto e che cerca di salvare attraverso fotografie scritte che raccontano della sua crescita, della sua patria, delle storie che l’hanno accresciuta e che hanno formato tutti coloro i quali che ha conosciuto o che ha soltanto intravisto nel suo perdersi per i “corridoi laterali” delle loro menti, scrigni dischiusi quel tanto che basta ad un bambino per entrarvi senza rubare nulla, ammirandone i tesori. Azzarderei che tale costruzione ha delle vaghe venature agiografiche, laddove però nel concetto di santità s’investa attraverso una scorporazione dal suo significato più aderente per venire così assorbita dalla sacralità del racconto storico, autobiografico e conservativo.

In questo snodolo di storie, sono due le nervature più definenti sulle quali si tiene in equilibrio il libro: la prima è l’empatia, considerata come una vera e propria affezione attraverso una diagnosi, che va, via via, a incastrarsi nella seconda che è, invece, affidata all’autoidentificazione, tramite l’empatismo, nel mito greco del Minotauro. A sua volta, il mito del Minotauro, e la sua quasi personificazione nella voce narrante dello scrittore, porta in essere altre due tematiche che sono il labirinto personale di ognuno, fatto di memorie e angoli bui inespressi, che può essere percorso e quindi scoperto, e la colpa  che lo stesso Minotauro, ovvero l’essere umano, sconta senza che abbia una parte attiva nella causa scatenante: “Io sono il Minotauro e non sono assetato di sangue, non voglio divorare sette giovani e sette fanciulle ogni volta, non so perché sono rinchiuso, non ho alcuna colpa… E ho una paura bestiale del buio”. A tutti, quindi, un giorno o l’altro, potrebbe capitare di sentirsi Minotauri, mostri generati da macchie altrui e relegati, soli e impauriti, nel buio labirintico che diverrà dimora senza che mai una risposta o una rassicurazione possano giungere a rischiarare. È questa, probabilmente, la forza motrice che non permette all’autore di proporre un racconto lineare perché “nessun labirinto e nessuna storia è lineare”. Nella sua non linearità, l’intero libro si trasforma in un’esperienza condivisa con il lettore che passeggerà altrettanto per le viuzze interne dell’enorme parco giochi di memorie, malinconie e vicende personali del narratore. L’importanza che è conferita a tali memorie è che daranno origine a un autentico viaggio interpersonale che diverrà, consolidandosi, un reale lascito scritto, “per non dimenticare”, attento alle scelte, ai gesti e alle azioni compiute o meno da ogni singola persona descritta dimodoché si compisse il percorso di intere generazioni passate, presenti e future.

Per via di queste concatenazioni di eventi e ricordi, che prima sono esperienze, poi diventano meditazioni e ragionamenti, poi ancora virano sui sentimenti, di tanto in tanto si perde attrito tra un paragrafo e l’altro durante la lettura. Parrebbe quasi di perdere il filo (che la stessa Arianna, nel mito, porse a Teseo) del discorso, procedendo, ma quando accade non accade perché dal mito ci si allontana, piuttosto è l’empatia che aleggia nella leggerezza descrittiva e riflessiva del ricordo che ci inghiotte nella singolarità del momento come se ne stessimo prendendo parte, prima di riaverci e renderci conto che anche la più apparentemente lontana digressione non è per nulla così distaccata dal labirinto e dal girovagare nelle sue varie stratificazioni emotive. Non a caso, quanto di più vicino all’idea di labirinto vi è il cervello, ancora oggi misconosciuto nelle sue sinuosità cerebrali. Il mito del Minotauro, in sostanza, tiene saldo il viaggio macroscopico dell’intera opera, che racchiude l’analisi e le osservazioni sul piano umanistico, ed al suo interno si inframezza il viaggio microscopico emozionale del bambino, del ragazzo e dell’adulto che peregrina nel proprio Io.

Gradualmente, il bambino diventa uomo e anche i suoi ricordi acquistano una precisione realistica più compatta che, però, poco alla volta, scemeranno sempre più. Il bimbo preda di empatie feroci che veniva risucchiato contro la sua volontà all’indietro nei tagli, nelle ferite e nei dolori altrui, con conseguenti solitudini inflitte e mancati rapporti umani, diventa un uomo melanconico che non si perde più nei “corridoi laterali” degli altri, là dove un tempo andava dimorando senza averne controllo, ma ripercorre i suoi sino ad arrivare, invecchiando, a diventare un “compratore di storie” per sublimare la perdita di tale capacità di immedesimazione. I suoi ricordi, impressi su carta per non essere perduti, diventano così un collezionismo surrogato per far fronte alla disempatizzazione e per “salvare cose e parole”. Riesamina, dunque, all’interno del mito, guerre, primi amori, indigenze, eventi familiari, segreti, la guerra e il Muro, la povertà, le prime invenzioni post-guerra, la rivoluzione sessuale, gli anni ‘80 e ‘90, le stesse tradizioni bulgare ecc. ecc., formando uno spaccato culturale e privato abbastanza consistente che perdere sarebbe un peccato. “L’invecchiamento di un empatico è un processo strano e doloroso. I corridoi verso gli altri e le loro storie, un tempo aperti, oggi risultano murati” ed è per questo che l’autore diventa un moderno Noè che, preda dell’abitudine che è la vecchiaia, salva nella sua arca, letteralmente, storie.

Fisica della malinconia va letto lentamente, lasciando che i cimeli individuali compongano, tessera dopo tessera, l’interezza del mosaico. Allontanarsi, dopo essersi avvicinati, è importante tanto quanto avvicinarsi per capire qual è il posto delle singole emozioni che compongono ogni singolo essere umano e con lui tutti gli altri singoli esseri umani che hanno costituito la loro storia ed anche la nostra. Personalmente credo anche che sia un libro paradossalmente sfuggente alle parole nonostante ne contenga moltissime perché non è affatto semplice, scrivendone, catturare l’essenza del ciclo vitale di un essere umano che prima nell’infanzia, poi nella giovinezza e infine nella vecchiaia si specchia nello scorrere delle primavere fiorenti, delle estati risveglianti, per finire nella caducità fioca dell’autunno. C’è sempre quel qualcosa di impalpabile che si sottrae alla spiegazione e non si riesce ad esternarlo quanto si vorrebbe. Ciò nonostante, è un libro pervaso da una poetica opalescente che soltanto se letto può essere ammirata: parlarne è immiserirlo, se non fosse per la sua bellezza, se non fosse per la sua fragilità.

Diceria dell’untore, Gesualdo Bufalino.

3Avviene spesso, nella vita, che ci siano autori ai quali ci si affeziona più degli altri, accade imprescindibilmente un po’ a chiunque, prima o poi, di leggere un autore e sentirlo particolarmente affine, di avvertire nella sua scrittura lembi di incertezze simili alle nostre più di quanto non avremmo sperato, pensato, immaginato. Avviene una coincidenza nello specchio nettato dallo scrittore di consistenze similari che scaturiscono, prima ancora che dal senso degli scritti, dall’autore stesso, che sia uomo o che sia donna, e se ne riconoscono i tratti antropici rassomiglianti sparpagliati nelle pagine che ci fanno sentire raccolti dal terreno che abitiamo per essere invitati a conoscere un terreno poco più lontano, con un fondo di metaforiche analogie emotive che smettono di apparire disumanamente dissimili e lontane. È passato troppo tempo perché io ricordi come sia effettivamente arrivata a scoprire Bufalino, a leggerlo, a tentare di carpirne l’essenza introversa e schiva, non saprei davvero dire con esattezza cosa abbia influito perché nascesse, in seguito, una singolare tenerezza verso questo scrittore rintanato, sta di fatto che credo fermamente meriti, ancor’oggi, qualche parola, pacata e paziente, che non permetta alla luminosità polverosa dei suoi scritti di oscurarsi.

In un’intervista del 1977, “Bufalino, dicerie intorno a uno scrittore”, curata da M. P. Farinella e R. Minore, che si può ascoltare su Rai Cultura, tutto ciò che intendo per affinità verso l’autore, risalta perfettamente. Nell’intervista ci viene sì presentato “il caso letterario” di Bufalino ma al contempo ci viene concesso di posare l’occhio sull’affresco personale del “collezionista di ricordi, del seduttore di spettri” che era l’uomo dietro alle sue parole di scrittore. Gesualdo è stato un uomo, per quel che ci è concesso di sapere, che per lunghissimi anni ha formato, protetto dalla torre d’avorio dei suoi scritti, dei suoi ricordi, delle sue memorie, dei suoi libri e della sua solitudine, ed in silenzio, l’arte della sua scrittura mentre il suo quotidiano si riversava nell’insegnamento in un istituto magistrale. L’idea di un’eventuale pubblicazione dei suoi scritti, per lui, non era altro che “scheggiarsi, disseminarsi in mille specchi che sono le coscienze dei lettori, è una frantumazione, è un modo di frantumarsi che ha una sua sinistra tristezza che io ho voluto finora evitare, anche perché, in fondo, quando uno scrive e scrive per sé solo può abbandonarsi ai suoi vizi e ai suoi eccessi più straordinari senza temere né giudizi di critici né intrusioni di lettori e quindi con un beato senso di impunità” e questo, probabilmente, affiorava per via della sua riservatezza, per quel suo essere “come quei marinai che si sono affezionati allo scoglio dove hanno fatto naufragio e non sono del tutto riconoscenti alla nave che li viene a salvare” consapevole di quanto fosse un “alibi della vanità” nel momento in cui la pubblicazione avvenne sul serio. Abbiamo dinanzi, dunque, un uomo arroccato nel suo intimo, a Comiso, suo avamposto natale, che si contrappone per antonomasia al fervore delle riconoscenze pubbliche, al pubblico gaudio che, spesso, comporta più tormenti che soddisfazioni. Bufalino, infatti, si rivela al pubblico tardivamente, solo all’età di 61 anni il suo velo anarchico di riserbo e silenzio viene snudato, grazie al romanzo la Diceria dell’untore, che nel 1981, anno del suo debutto letterario, gli valse il premio Campiello. Dall’intervista, la stessa Elvira Sellerio, suo editore, ci racconta di quando prima della pubblicazione di “Comiso ieri”, libro di vecchie fotografie locali, le venne presentato anche un testo a supporto, di questo professore locale, scritto elegantemente e con una tale padronanza linguistica che non poté passare inosservato, al punto che persino Sciascia, discutendone, fu d’accordo in un tentativo di scoperta. Elvira sosteneva che una tale competenza lessicale non poteva che nascondere un autore, seppur inemerso, ed ebbe ragione: Bufalino, aveva ben due manoscritti portati a compimento e fu così che venne, infine, ‘smascherato’. Un esordio in un certo senso rimpianto perché, dopotutto, come si evince dalle sue stesse parole, “con un po’ di pazienza io avrei esordito felicemente da postumo, che è la sorte più bella”. Nacque, quindi, nacque per il pubblico, per la critica, uno di quegli autori che in poco più di un decennio divenne parte di quegli stessi classici che amava leggere. Questo non cambiò molto la sua esistenza, dovette certo imparare a gestire la popolarità, le intrusioni esterne alla sua tranquillità, ma la sua vita restò per lo più invariata, nelle sue abitudini e nei suoi angoli.

La Diceria dell’untore viene alla luce dal ricordo, o per meglio dire da un’esperienza dolorosa di vita di Gesualdo che nel 1944 si ammala di tisi ed è costretto ad una degenza di due lunghi anni in due diversi sanatori. Sarà questo il fulcro cardine del romanzo, più volte riscritto negli anni, dopo la sua prima stesura. La storia, con un’ombra autobiografica, si svolge per l’appunto in un sanatorio siciliano della Conca d’Oro, la Rocca, ove questo giovane ammalato dovrà fare i conti col fantasma onnipresente della morte a raschiargli in gola un sapore dolciastro di sangue, dividendo lo spazio del suo corpo smagrito con altri morti o pretendenti tali. La vita, in sanatorio, era piuttosto un’illusione temporale, si incuneava nell’eterna attesa falciante della Grande Signora, con il suo sibilo freddo dietro la nuca come monito alle allegrezze, alle spensieratezze, ai sogni; non si sognava, alla Rocca, una vita colma, si sognava, semmai, una colmità che da dietro l’esistenza potesse in qualche modo portare una parvenza di normalità, “Che altro eravamo, del resto, noi qui della Rocca, se non, ciascuno, un guardiano di faro scordato dagli uomini sopra uno scoglio di Mala Speranza?”; non era semplice vivere in quell’aura di morte, non era semplice avvertire il male espandersi nel petto, non era semplice avere una comunanza umana con i suoi abitanti che non fosse permeata di disfatte e scadenze ben precise. Eppure, nonostante tutto, l’uomo resta vivo, vive perché occupa il suo spazio e nello spazio del suo corpo macilento la vita non è meno vita di una vita progettuale, sana, rischiosa, come lo è per i mortali senza affezioni. Accade addirittura, un giorno, che la febbre, che lo stato febbricitante onnipresente della fronte, non provenga immediatamente dal male che buca sempre più a fondo nella carne, accade che si irradi dai sensi, da un’ebrezza scatenata da un corpo, un corpo morente, caldo, che si mostra nelle sue venature bluastre in un ballo, e che si impigli sotto la pelle trasformandosi in esaltazione, diventando una ballata sottile di cigno sofferente che rinfocola gli entusiasmi, le energie. Accade l’amore, alla Rocca, accade l’amore al giovane protagonista che si sente d’un tratto sperlato come un rosario sgranato dalle effusioni. Marta, un miscuglio, Marta, di sottigliezze e racconti costellati di dettagli inventati che non rendono meno reali le sue parole, che anzi vengono fuori dalla sua bocca esangue più dolci, rilucenti di nascondigli dell’animo dove non si sa mai se a parlare sia il cuore o l’asprezza di una condanna. Una storia, una diceria appunto, quel “troppo discorrere intorno a persona o cosa” che finirà in un rimorso, nel rimorso d’essere ancora in vita “in una condizione così teatrale, in bilico tra vanagloria e spavento”.

Quando lessi la Diceria per la prima volta non fu affatto semplice, molto più spaesata di adesso percepivo in modo totalizzante una cultura sconfinata, percepivo riferimenti per cui non possedevo strumenti adatti a coglierli ma quello che riuscì nel non farmi desistere fu la prosa. La prosa della Diceria non è una prosa complessa, non è incomprensibile perché incavata in iperboli dilatanti e fuorvianti, ma ha dentature di virtuosismi mordenti come non mi era ancora capitato, allora, di leggere. L’intero romanzo è pervaso da un perenne suono d’anticaglie, dal sapore primitivo di una lingua malleabile perché compresa, studiata, assimilata, ogni pagina è vitalizzata, per contrasto alla morte, dal manto di un linguaggio rotondo e florido come una giovane donna inondata dal sole del sud a mezzogiorno, fuori da un granaio. Se la Luna, lassù, guardata e afferrata come fosse una moneta, non dovesse bastare a rendere la precisione di uno scrittore e per questo leggerlo, che basti l’aver precisamente dato senso a quella sensazione straniante di chi soffre e si trova costretto a sentire che “è difficile stare morto fra i vivi”.