Stralcio / 2.

Appunti sulla scrittura:

Il linguaggio dell’uomo comune non deve essere trascritto letteralmente perché è la sua prigione ed egli vuole essere aiutato a uscire dalle sue restrizioni. Ha bisogno di un linguaggio che si adegui non al suo vocabolario di ignorante, ma ai suoi sentimenti, che sono sempre più sottili delle sue parole. L’uomo comune non sente né pensa come parla. Non ha imparato a parlare. E quindi il nostro ruolo è quello di parlare per lui, esattamente come il violinista virtuoso suona per lui un violino che lui non potrebbe suonare.
Artisti che non sembrano di alcun valore immediato a nessun movimento (che non si preoccupano di temi sociologici) sono tuttavia validi per coloro che capiscono che i drammi individuali sono riflessi di quelli universali (Kafka, Proust) così come quelli universali sono proiezioni di drammi individuali (Hitler). Una persona che aderisce a un movimento politico per ragioni private, personali o nevrotiche, è meno utile al movimento politico di quella che se ne astiene perché non è qualificata per un’attività del genere.
Molti ribelli romantici che lottarono contro la società borghese furono di calibro molto scarso quanto a utilità sociale mentre avrebbero potuto eseguire altri compiti in modo più efficace.
In campo cinematografico non tutti i registi sono portati a manipolare grandi scene collettive. L’ampiezza di un tema non è necessariamente universale. I giganti sono coloro che grazie al loro sviluppo personale diventano la fonte principale di nutrimento per i tributari. L’America sta combattendo erroneamente contro un tale sviluppo individuale. Hart Crane, il poeta e una personalità distorta, fa parte della storia della letteratura americana quanto Dreiser. C’è una cattiva interpretazione dalla fuga della realtà.
L’unica esistenza disumana è quella che noi chiamiamo la nostra vita umana. Se vivessimo la nostra vita umana e nessun’altra, direttamente, ci assoggetteremmo alla più disumana di tutte le condizioni: la schiavitù della famiglia, e dei tabù nazionali, le guerre, la malattia, la povertà e la morte. Persino l’espressione “guadagnarsi da vivere” è disumana. Senza la religione o l’arte o l’analisi per trasporre l’orrore totale, cadiamo nella malattia del nostro tempo con la sua grande devozione al naturalismo. Un quadro in una casa c’è per rappresentare un colore, una forma, un regno che forse non siamo riusciti a possedere. Un libro ci dischiude un regno che il nostro bisogno di guadagnarci da vivere può aver reso irraggiungibile. Tutto ciò che ci aiuta a trasformare l’intollerabile in un mito ci aiuta anche a creare una distanza dalla nostra vita disumana, ci concedere di mescolare un po’ di oggettività con i tormenti violenti e duri del nostro servaggio umano.
L’arte è la nostra unica prova di continuità nella vita dello spirito. Quando la neghiamo (come abbiamo fatto in massa e massicciamente), perdiamo tutto quello che ci dà un concetto nobile degli esseri umani. Se così non fosse conosceremmo soltanto gli aspetti repellenti dell’umanità nella guerra e nel commercio.
In realtà quel che la gente combatte nell’artista è la sua libertà, il suo tentativo di liberarsi dal servaggio umano. L’artista perde la sua famiglia umana e la ripudia se questa cerca di renderlo schiavo di una professione o di una religione della quale non crede. Paga il prezzo della solitudine. Può arrivare a ripudiare il suo paese se il suo paese si comporta in modo disumano, come molti artisti hanno ripudiato la Germania di Hitler.

Anaïs Nin, Diario, volume quinto, 1947/1955.

Anaïs Nin, Diario, volume quinto, 1947/1955.

8Il quinto volume è una svolta cruciale nell’intero percorso di vita che rappresenta il Diario. Per come ci viene presentato, le annate che percorre s’involucrano, sul finire, nei suoi primi venticinque anni, dandoci così un primo sguardo d’insieme molto più corposo sulle varie fasi di crescita ed espansione, come donna e come scrittrice, di Anaïs. Guardando a ritroso, ritroviamo la liquidità di quella giovane ragazza che si aprì nella sua languida Parigi, che divenne un faro per scrittori agli albori come Miller, Artaud, che ebbe le sue prime esperienze con la psicoanalisi; o, ancora, l’avventura che accolse, con le tutte le sue scoperte, vagolando per il Marocco, per poi finire in America da Otto Rank, sperimentando più da vicino la psicoanalisi sui pazienti, che l’allontanò momentaneamente dalla sua scrittura, e che dovette abbandonare per non lasciarsi completamente risucchiare; la drastica crescita che portò con sé la guerra, la fine della “vita romantica” parigina che racchiudeva tutte le sue conoscenze di allora, il suo secondo esilio americano forzato; la faticosa lotta giornaliera che dovette affrontare per scendere a patti con quell’America sterile, fredda, dura, impietosa che le dava dimora e, infine, la fuga verso il Messico per lenire il dolore di quell’imprigionatura americana che la stava strangolando. Trame, tematiche, sviluppo, crescita, tutto inizia ad avere una struttura significativa tale da poter iniziare, oltre il goderne, un eventuale lavoro di ricerca antropologica sociale.

L’avevamo lasciata, al termine del quarto volume, ad Acapulco, in Messico, ed è qui che la ritroveremo all’origine del quinto. La ritroviamo in un momento estatico d’osservazione integrale, la bellezza vivida e linfatica di Acapulco l’avvolge, la rasserena, la rinvigorisce. Le sue descrizioni sono come sempre dense ma, oltre alla densità, sono presenti stati d’animo più aperti e meno sofferenti. La mitezza dell’aria rilassava i corpi, le menti, le conoscenze e, soprattutto, quel nuovo territorio da scoprire che non portava nessun segno di America addosso, ancora così inesplorato e vergine, attenuava i ricordi dolorosi della cupezza newyorkese. Le giornate di Anaïs erano scandite da balli, feste, spiagge, musiche, rumori, gente semplice e sorridente, cibo fresco dai colori cangianti, dal sole che sembrava scaldare ancor più che altrove, da villaggi sperduti tra le mangrovie, da acque marine sinuose sui corpi, dallo spagnolo che sin da bambina l’aveva accolta, in cui si riconosceva. I tropici la rimisero in contatto con la sua intimità femminile, per un periodo anche aggiornare il diario non servì, per quanta vitalità l’assorbiva. La sua personale protesta per essere stata privata di ogni piacere e riposo per anni e di avere quindi diritto ad un periodo senza alcun fardello angoscioso si compì nella decisione inaspettata, per lei stessa e per i suoi amici, non volendo più sentirsi ancorata in nessun luogo, di acquistare una casa proprio lì, ad Acapulco, in cima ad una roccia che affacciava sul mare e che avrebbe rappresentato, nonostante il suo imminente rientro, “il posto della gioia e della salute”. Il rientro a New York fu brutale. Su qualsiasi cosa si posasse il suo sguardo o il suo udito, l’unica cosa a trasparire era la rabbia, una rabbia cieca si riversava da ogni contatto, da ogni essere umano disumanizzato, da ogni sguardo, da ogni attività svolta a ritmi così veloci da impedire qualsiasi momento di comunione. La sola cosa che la rincuorasse era quella minuscola casetta comprata, lì a strapiombo sul mare, e la sensazione che sarebbe potuta ritornare: “I mesi in Messico erano stati come un lungo sogno, ma che effetto profondo avevano avuto su di me. Avevano allentato catene, sciolto veleni, paure, dubbi, guarito tutte le ferite. Guardare negli occhi scuri e senza fondo dei messicani e leggervi calore, umanità, emozione, venir rassicurati della loro esistenza, udire la dolcezza e la tenerezza delle loro voci ed essere rassicurati della loro esistenza, vedere gli innamorati, come in Francia, sciolti nell’estasi, ed essere rassicurati dell’esistenza dell’amore, vedere gente che poteva ballare, cantare, nuotare, ridere a dispetto della povertà, ed essere rassicurati dell’esistenza di vita e gioia. Vedere e udire la gioia.

I suoi ritmi, ad ogni modo, ripresero ad essere frenetici. Arrivarono inviti universitari per incontri con gli studenti, presentazioni organizzate per letture e firma copie, feste che portavano conoscenze altisonanti, come Chaplin; un soggiorno a Los Angeles, che trovò molto meno tossica di New York per via della vicinanza e delle influenze con l’Oriente, con il Messico, con ritmi più accesi ed un vago sentore surrealista grazie agli allestimenti dei cineasti in giro per la città, per le spiagge, gli Hollywood Boulevard popolati da artisti di ogni genere. LA, per un po’, le ricorderà Acapulco, riprenderà a scrivere, imparerà a guidare, avvertirà una libertà più tenue, calda. Anaïs non è più il fiume descrittivo in piena che era, più la realtà l’assorbe e più il diario rallenta. Conserva ancora quel nitore descrittivo che l’ha sempre contraddistinto ma inizia ad avere delle tempistiche di aggiornamento più ariose, stagionali, non lo percepiva più come una scappatoia giornaliera dal presente, come un’investigazione mentale e psicologica verso gli accadimenti: in quei momenti scriveva per comprendere, per cristallizzare visi, occhi, tocchi, idee altrui, produttività e tutto ciò che la invischiava nel presente, chiunque incontrasse, ogni palpito di vitalità, ogni scambio personale, come quello che ebbe con Cornelia Runyon, a San Francisco, una scultrice di viva pietra naturale che la colpì particolarmente. Il diario, però, aveva anche un risvolto non semplice da gestire: la sua pubblicazione. Per essere eventualmente pubblicato, Anaïs avrebbe dovuto rendere il suo diario un monologo interiore di associazioni libere che accompagnavano la vita di molti personaggi, pensare di pubblicarlo nella sua totalità di flusso interiore era impossibile vista la sua mole ed il doverlo calibrare a favore di editoria era un conflitto che la stancava oltre ogni dire. Nello stesso periodo, porta a compimento Una spia nella casa dell’amore, con la speranza che la sua pubblicazione potesse darle l’indipendenza economica necessaria per raggiungere quella maturità autosufficiente che le avrebbe permesso di sentirsi più sgombra dai favori, dai doveri, dalle richieste. Ancora una volta, però, l’America la respingeva, respingeva la sua scrittura considerata poco popolare, ed il sentirsi respinta le fece affrontare un nuovo percorso psicoanalitico con la dottoressa Bogner, che durò quattro anni, per risolvere il senso di sconfitta che le permeava attorno come una scure, al punto da farle persino considerare di abdicare nel suo intento di scrivere, di essere un’artista.

Il quinto volume rappresenta il movimento, il movimento tridimensionale del mondo che avanza, dell’individuo che cresce, dei nuovi posti che diventano posti conosciuti e viceversa. Non è mai stato semplice, per Anaïs, convivere con i suoi dualismi, i suoi affondi nella psiche, ma il movimento le era amico, la faceva galleggiare, non era più la fuga cercata per fuggire dalla realtà, era il presente vissuto senza che ne avesse timore, senza doverlo per forza imprimere ed immiserire. Stava muovendosi, continuamente, non stava più cercando, pensando, estraniandosi, stava immergendosi nel presente, stava permettendosi la fluidità. Il quinto volume è anche il volume, finora, più doloroso; un dolore carnale, non soltanto psicologico o sociale. Il dolore per la morte del padre, in una Cuba troppo lontana da lei; il dolore per la morte della madre, con cui passa incosciente gli ultimi istanti senza avvertire la fine della vita terrena di quella donna orgogliosa che tanto aveva allontanato; la diagnosi di un tumore, l’operazione che ne è seguita, il lento decorso post-operatorio che la sfianca; la consapevolezza di suo fratello Joaquin, che prova una sofferenza di figlio analoga alla sua, che però non è più un bambino che si possa consolare con un abbraccio; l’incendio e l’alluvione in Sierra Madre, che metteranno in pericolo più vite di quante si possano immaginare in momenti simili; lo zoccolo durissimo dell’ostracismo editoriale, che le arrivava filtrato anche attraverso i suoi stessi amici critici. Ogni strascico di dolore, nondimeno, aveva in sé il germe del “Nonostante tutto”. Nonostante tutto, Anaïs continua a viaggiare, immergendosi in territori nuovi, integri, in popoli poveri ma flessuosi nelle loro usanze primitive. Nonostante tutto, Anaïs risolve la sua rabbia, risolve la sua nevrosi, raggiunge un moto più o meno stabile di pace e ragionevolezza, prende così congedo dall’America “che uccide l’artista, la sua anima” e ritorna al Diario, consapevole di essere “nata moderna, contemporanea” e che il rifiuto dell’epoca verso i suoi scritti sarebbe valso in un futuro più umano, sarebbe stato compreso a tempo debito, quando la massiccia politicizzazione dell’intero Paese avrebbe arrestato la sua furia. Si lascia riscaldare dai suoi amici, dalla loro comprensione poetica del Diario, man mano che ne concedeva letture; dalle lettere di persone alle quali la sua scrittura arrivava sana e salva, senza impoverimenti; dalla gioia di aver ritrovato, in un viaggio, la sua Parigi ancora così intima, vissuta, imperfetta, con le sue ferite interne addolcite dall’usura umana che pervadeva ogni strada, ogni stanza d’albergo, ogni caffè, ogni libreria; persino l’esperienza con l’LSD le chiarisce quanto quelle emozioni alterate come orgasmi lei le avesse già vissute nei suoi libri, nelle sue descrizioni, nella sua vita, concedendole la sicurezza di non essere soltanto una turista del mondo delle immagini, col loro perpetuo volgersi alle spalle di chi le guarda soltanto scorrere.

Nelle sue stesse parole: “L’America, per me personalmente, è stata oppressiva e distruttiva. Ma oggi ne sono completamente libera. Non ho bisogno di andare in Francia, né da qualche altra parte. Non ho bisogno di essere pubblicata. Ho solo bisogno di continuare la mia vita personale, così bella e in piano sboccio, e di continuare la mia opera principale, che è il diario. Mi sono semplicemente dimenticata, per qualche anno, che cosa mi ero proposta di fare”, riecheggia un’avvisaglia di conclusione. Il sentore agrodolce di un tramonto, è nell’aria. Non manca molto per chiudere quella che è stata, ed è, e sarà, una vera e propria esperienza diretta di vita, traslata con le parole vivissime, scaltre, doloranti ed esaltate di una donna minuta che diventava oro al sole, liquida e generosa come una madre, voluttuosa ed erotica come una ninfa oscurata dal rimescolio di acque sconosciute, accesa e nevralgicamente curiosa come una bambina.

Anaïs Nin, Diario, volume quarto, 1944/1947.

7Arrivata al termine della lettura del quarto volume, prendo ancor più coscienza di quanto Anaïs abbia contribuito, negli anni ormai più adulti della sua vita, a dar corpo all’irrealtà, che di per sé è un paradosso, ma che smette di esserlo se scaturisce dalla sua penna. Una penna votata alla scandaglio continuo, irrefrenabile ed imprescindibile della vita, una vita personale, sua e dei suoi amici, nella sua più vasta forma di significato. L’Anaïs fulgida che si è palesata a noi nei volumi precedenti, nella sua crescita e nella sua espansione giovanile, si arresta nel clima cupo di New York e ha un brusco scontro con una realtà pressoché politica, sterile, coazionale e slavata che la allontana a poco a poco, frammentando i suoi rapporti, da tutti coloro i quali la circondano, persone per lo più drastiche, asservite ad un momento storico scevro di umanità o che, per meglio dire, va via via perdendone senza scrupolo alcuno. Non è rassegnazione quella che emerge bensì una spaccatura, profonda, frastagliata da mancati slanci affettivi e genuini per la singolarità a favore di una parossistica sete di concretezza globale, senza che questa venga però supportata ed ampliata da sentimenti quali l’amore, la condivisione, la tenerezza, l’astrazione necessaria per non soccombere nei giorni sempre più opprimenti che via via scorrono e segnano rughe granitiche su visi sempre più privi di lucentezza. “L’eroina di questo libro è la malattia che fa delle nostre vite un dramma di coalizione invece che di libertà”, queste esatte parole, che descrivono adeguatamente il momento, Anaïs le scrive dopo aver letto una prima stesura del un libro di un conoscente, riguardo la sua visione limitata dell’interezza che contrasterebbe la bruttezza sempre più dilagante se solo non venisse tranciata dal pregiudizio.

Le uniche due cose che le lasciano integra la vitalità sono la scrittura ed i giovani. La sua scrittura diviene più fondale, si adagia nell’esplicazione della nevrosi giornaliera che intacca l’essere umano e tutto ciò che non vive appieno come naturale conseguenza di egoismi, ansie, paure, negatività (l’aggressività umana non curata insita nelle due atomiche esplose, che sconvolsero per giorni e giorni i loro animi, ad esempio, ne era una prova lampante). Cerca di usare meno descrizioni realistiche possibili che deviino dalla chiarezza dell’emozione messa a nudo e tende a non tralasciare l’occlusione che ne deriva, spiegandola, o piuttosto dipanandola, con l’aiuto del processo mentale psicanalitico, schermata dalla convinzione che soltanto conoscendo tali muri apparentemente insormontabili si potesse poi ritornare alla vita senza perderne la gradevolezza. Dalla mole dei suoi manoscritti, inoltre, estrapola materiale che le servirà per dare corpo ad un romanzo dalla forma più strutturata, con al centro della narrazione la donna e la sua presa di coscienza in ogni ambito, cercando di non comprimere la fluidità del pensiero e delle considerazioni in schemi prestabiliti che servirebbero, d’altronde, soltanto a ricreare un mero e predeterminato personaggio con tutta la caratterizzazione che lo distingue all’interno di un contesto preciso o a contatto con altri personaggi più o meno plasmati; “la mia unica forza è la forza della pienezza, del sentimento totale. È questo che mi spinge a scrivere”. Al contempo, la sua principale fonte di calore erano i giovani artisti, poco più che adolescenti, di cui si circondava. Fu spesso messo in discussione il suo rapporto con giovanissimi ragazzi agli albori delle loro passioni, in molti vi vedevano soltanto un rimasuglio di gioventù alla quale Anaïs si aggrappava per l’incosciente desiderio di sentirsi ancora fresca, al netto delle sue possibilità, ma niente più di questo poneva in essere l’errore continuo in cui i suoi amici più adulti incappavano, peccando di superficialità. Dalle lettere trascritte nel diario, si deduce distintamente quanto il suo pubblico più fanciullesco, grazie all’elevatissimo coefficiente di identificazione emozionale che gli scritti di Anaïs delineano ancora oggi, venisse a lei per amore della comprensione impressa su carta e che si riversava come un torrente placido nei loro giorni contorti da turbamenti inesplicabili. Pittori, musicisti, scrittori in erba, ballerini, attori, registi, quanto più le sue giornate venivano scandite dalla sensibilità, dalla mobilità e dalla spontaneità di questi ragazzi, tanto più quel languore che la spossava trovava lenimento. Resiste come può, dunque, nella freddezza americana, descrivendo a piena penna come la creazione che è insita in lei la tenga viva in un mondo sempre più ostile ed impersonale, creando concretamente un suo mondo nel quale vivere ed invitare tutti quei futuri uomini e donne con cui aveva affinità per far sì che si aprissero con maggiore forza all’avventura che la vita stessa rappresentava. Più tempo vi trascorreva insieme meno lo riteneva perduto, nulla di tutto ciò che la legava a loro affiorava dalla circoscritta protezione materna, ne traeva lei stessa una linfa vitale pulita, fluente. Non si stava nascondendo, con loro, anzi, apprezzava quel loro non essersi ancora formati costrizioni, difese, il loro essere “trasparenti”, quella stessa trasparenza che da sempre l’affascinava nelle cose e a cui si aggrappava, senza illudersi che l’avrebbe distratta da problemi più profondi.

Un ragazzo in particolare, Leonard, che è ovviamente uno pseudonimo, incarnò l’accoglienza che la contraddistingueva. Arrivò da lei, in tipografia, dopo uno scambio di lettere di ammirazione (differentemente dalle continue acide critiche da parte degli editori e dei critici) per il suo The Winter of Artice e La campana di vetro. Da subito, Anaïs lo prende a cuore, facendolo integrare nelle sue amicizie, due mesi prima dell’arruolamento obbligatorio. Venne ospitato da due suoi amici, una coppia, che lo alloggiò nella loro stanza per gli ospiti e, da quel momento, complici sensibilità ed estroversione, entrò a far parte del loro gruppo. Leggeva i loro libri, apprezzava il loro senso di umiltà che da misconosciuti gli permetteva di aiutare altri scrittori sconosciuti, partecipava alle loro serate, alle loro conversazioni, apprendette cosa significasse comunione, condivisione, apertura. In quei due mesi, Leonard è un sboccio continuo, una continua sorpresa. In quella manciata di settimane, Leonard riuscì a trovare una famiglia spirituale che lo accolse senza remore facendolo così sentire parte di un nucleo caldo, non costretto così come la sua famiglia lo costringeva, con la loro imposizione sociale e culturale.

In contrapposizione all’anticonformismo di Leonard, invece, ci fu il potere societario prettamente maschile, patriarcale, distruttivo ed anti-creazionista di Edmund Wilson, un editore già affermato che ebbe per i lavori più emozionali della Nin critiche ben poco favorevoli, rappresentando così la dissacrazione che si sprigiona laddove l’Uomo non riesce egualitariamente a comprendere, e domare, la Donna nella sua personalità acquisita e mostrata. Una trincea grigia che Anaïs abbandonò prima che fosse troppo tardi, troncando la loro amicizia, reduce dal rapporto malandato con il padre, rifratto in questo scambio poco proficuo ed armonico con Wilson che quasi la rese, ancora una volta ed inutilmente, ribelle.

Anaïs è sola, terribilmente sola, con l’unico ed eterno conforto del suo diario dove ribolle il suo io più recondito. La tipografia fallita per l’incuria di Gonzalo, sollievo più che rimpianto; Henry Miller, trasferitosi ormai a Big Sur, risposato, le loro lettere già scarne, formali, dove si congratulano a vicenda per i loro lavori ma niente più di questo, dove nessun fuoco arde e nessuna passione pregressa è alimentata dalle loro parole, sempre più rare, una visita durante il suo viaggio a sud-ovest, in cui lo trova invischiato in un ambiente teso, poco naturale, sposato ad una ragazza introversa in sua presenza, visita che divenne la goccia che le fece chiudere definitivamente la loro storia, dismessa dall’affettuosità di un tempo a favore di una distaccata convenzionalità, “Non avrei dovuto andare a trovare Miller. Non appena si cessa di conoscere una persona intimamente, la sua conoscenza avviene dall’esterno, come se si stesse guardando dentro a una stanza da una finestra. Da oggi in avanti, vedrò Henry dal difuori, in quel modo che io chiamo non conoscere. Attraverso gli occhi di altri, attraverso la sua opera, o attraverso sua moglie. Altri Henry. Conoscere è intimità. L’intimità vuole fiducia e fede. E questo era finito.”; ed ancora, una relazione con il nipote del senatore Gore finita senza essere mai davvero nata per la loro lontananza umana; i suoi ragazzi ognuno alla loro vita, al loro lavoro. Una solitudine angosciante. La scrittura diventa così febbrile, si erge a roccaforte, il suo Ladders to fire prese vita e questo la portò ad affrontare una delle sue più grandi paure: comparire in pubblico. Iniziarono le prime conferenze universitarie, i primi veri confronti con il pubblico giudicante, imparò a schermarsi e a difendersi eludendo gli affronti e le critiche infruttuose, riuscendo a catalizzare l’attenzione di centinaia di persone ad ogni incontro con le sue letture, che vennero registrate come materiale da consultazione. Ne ricavò molta soddisfazione, nonostante tutti coloro che le erano vicini non riuscissero a comprendere a fondo la sua trascendenza scritturale dalla realtà, portati com’erano alla scrittura realista. La bambina che in lei era sempre in cerca di approvazione, questa volta, corse il rischio e vinse, non frenandola, rafforzando quella acuta sicurezza incondizionata che una percezione più sensoriale e sinfonica del mondo le aveva sempre dato.

La sua posizione da immigrata, le fornì una via fuga dalla stasi feroce di New York. Avrebbe dovuto lasciare l’America per poi ritornarvi per ottenere il visto da cittadina e così, anziché tornare in Europa, complici i discorsi di un ragazzo conosciuto per caso su quanto l’America fosse molto altro al di là delle grandi città, decise di dividere le spese con un amico per un viaggio ad ovest. Fu così che riprese le redini di se stessa, viaggiando a ritroso su terre brunite dal sole, sorprendendosi di quanto non ricordasse più il cielo spogliato dal grigiore, le nuvole assuefatte dal vento, le strade incontaminate, dritte ed infinite. Conobbe molti artisti, strada facendo, con cui intratteneva sporadicamente una corrispondenza scritta, trovandovi una grande familiarità. Tra i tanti che incontrò, vi era Jean Varda, che con il suo modo di fare artistico e votato ad una bellezza ricreata con le proprie mani, la conquistò; flirtarono, si amarono, si fusero magicamente in uno scambio continuo di idee, storie, sentimenti. Gli indiani la affascinarono con i loro colori cangianti, nei loro vestiti polverosi e con i loro visi interscambiabili. Il Gran Canyon la ammutolì, una sconfinata rivalsa della terra stessa sull’uomo si estese davanti ai suoi occhi lasciandola stupefatta, riempita di terranea vividezza. Descrisse tutto con quel suo tono aperto e rinfrancante, delineando ogni cosa, ogni accadimento, ogni conoscenza, ogni forma di diversità. Questo lungo viaggio la portò in Messico, infine, ad Acapulco, all’epoca ancora pressoché incontaminata, e lì si sentì tutt’uno con la gente, con il cibo, con la musica, con la natura, con il mare. Prese un bungalow situato nella folta vegetazione e lì vi distese ogni contrattura divenuta insostenibile, sentì dentro di lei che una nuova donna sarebbe nata di lì a poco.

Leggere Anaïs non è soltanto introspezione, comprensività, identificazione: leggerla è l’oscillio diffuso, lento, costante dell’ampiezza sensoriale, una sempiterna crescita autentica.

Anaïs Nin, Diario, volume terzo 1939/1944.

6Nel Dicembre del 1940 Yves Tanguy, pittore surrealista francese, in viaggio in America con quella che poi sarebbe diventata sua moglie, scrive ad Anaïs: “Solevo camminare per Parigi per ore. Le strade mi nutrivano. Ogni passeggiata era un’avventura. Ogni caffè significava una conversazione. Qui la mia vita non è nutriente. È il paese del silenzio e dell’impersonalità.” Questa manciata di frasi, sono la perfetta descrizione di quello che, in seguito, la stessa Anaïs proverà nel suo terzo moto migratorio verso l’America. Lo scoprirà a sue spese: nel fisico indebolito, nell’anima appesantita, nella sua scrittura in parte imposta per necessità, nei suoi sentimenti sopiti, nell’affanno giornaliero della fame, nella sterilità continua di una Paese nascente sull’apparenza, dimentico del singolo che lo compone, feroce verso l’insieme per il continuo rinnegamento emotivo di ognuno e se la Francia aveva alimentato lo schiudersi della vocazione artistica di Anaïs, l’America l’avrebbe piegata e sfibrata con la sua sempiterna finzione illusoria priva di umanità, motivo per cui molti scrittori americani, tempo prima, viaggiarono alla volta francese, per non essere assassinati dalla serialità societaria che li voleva semplicemente produttivi a favor di patria, senza curarsi dell’effettivo peso artistico che li rendeva tali, tranciandoli. L’unico modo che aveva (sempre avuto) per non soccombere a tale ristrettezza, piattume, sconforto, a quel “Cade la neve” usato per descrivere il periodo di isolamento iniziale, era scrivere sul suo Diario e tenere fede alla convinzione che un mondo individuale creato su nobili intenti fosse possibile e dovesse essere messo in atto nel suo microcosmo quotidiano, consapevole che tutti loro sarebbero potuti morire ma altrettanto consapevole che, così come scrisse: “In queste pagine continueremo a sorridere, a parlare, a fare l’amore.

Il viaggio non fu dei migliori, raggiunto il Portogallo in treno dovette affidare le sue sorti ad un idroplano. Fu un viaggio lungo, travagliato, fatto di mare mosso e lettere di amici rimasti in Francia. Una tra le mancanze più vivide nella traversata fu non avere con sé tutta la mole dei suoi Diari, dai quali trarre conforto nelle riletture, fu invece costretta a lasciarli in una cassaforte bancaria per via del costo che avrebbero comportato il portarli con sé, riuscì a portare infatti soltanto alcuni dei più recenti che, però, avevano ben poco all’interno dei tempi allegri trascorsi per trovarvi lenimento. La sua unica speranza era di potersi permettere la loro spedizione una volta giunta a destinazione (spedizione che, di fatto, non avvenne perché il baule con i 45 volumi fu perso prima d’imbarcarlo per poi essere ritrovato in una piccola stazione francese dove fu di nuovo preso e trasportato in cassaforte). Inizia così il terzo volume e proseguirà con un appassimento generale, fatto di incertezze, nostalgie e ricerca continua di fonti umane rigeneranti.

Tre sono i punti salienti di questo volume. Il primo, l’acquisto di una nuova stampatrice che le permetterà di stampare da sé, con l’aiuto di Gonzalo, i suoi libri e quelli ritenuti validi di alcuni suoi amici, tutti rifiutati dagli editori americani. Il secondo, Miller e i suoi spostamenti americani, il loro rapporto che momentaneamente si allontana ma che resta impigliato in una sottile linea rossa fatta di lettere, di più comprensione, di più umanità da parte di Henry, di ritorni promessi. Il terzo, la sua personale presa di coscienza di essere al limite, l’appigliarsi ad un nuovo ciclo di analisi, con una donna questa volta, che la porterà ad uno stadio superiore nel suo essere donna e madre metaforicamente.

Fu davvero drastico per Anaïs sentirsi estranea, non più appartenente alla vita che le si svolgeva intorno, gli unici momenti in cui sentiva di aver qualcosa in comune con le sue frequentazioni erano riempiti dai giovani, cosa che le ricordava anche quanto lei stesse andando oltre quel fermento giovanile che apprezzava e la accoglieva, facendola sentire allo stesso tempo sì meno avulsa da qualsiasi cosa componesse le sue giornate ma soprattutto la metteva difronte e terribilmente ad uno specchio immaginario tra il peso degli anni che sentiva addosso e quei deliri di prime esperienze vissute velocemente, divorate senza sosta da quei ragazzi affamati che le chiedevano racconti di una vita ormai morta. Persino nei caffè era tutto misero, servile, impersonale, non vi era spazio per conversazione, scambio, cultura, bisognava andare via subito dopo aver consumato, consumati a loro volta dal grigiore umano che avvertivano. Neanche questo labile romanticismo francese le era concesso e ne era atterrita. Riuscì a ritrovarlo tempo dopo il suo arrivo, nelle vie più calme dei quartieri italiani, dove fuori dai piccoli locali vi erano tavolini, sedie, minuscoli ed intimi scorci di Europa che la rinfrancarono appena con la loro lentezza, permettendole di avere ancora quelle lunghe conversazioni amichevoli senza quel continuo sentore di innaturalezza e distacco emotivo. La quotidianità di Anaïs nei primi anni di permanenza divenne un continuo arrancare economico, un susseguirsi di persone che chiedevano il suo aiuto, di se stessa al limite che tentava in tutti i modi di aiutare. Di Gonzalo in primis, che sradicato dalla sua rivoluzione si sentiva completamente inabile per qualsiasi cosa pensasse di fare e a cui ogni lavoro sembrava una prigione apparente, Anaïs ne prese a cuore ancora una volta le sorti e l’unico modo che sapeva con certezza l’avrebbe aiutato era impegnare il suo talento artistico comprando una macchina da stampa. Iniziò a cercare un appartamento in affitto, chiese prestiti per comprarla, e quando tutto fu pronto, per quanto il lavoro fosse massacrante per due persone sole, resistettero, giorno dopo giorno, riuscendo così a dare il giusto spazio anche ad una scrittura più profonda e sentimentale che l’America ostinatamente rifiutava. Era il 1942 ed Anaïs stampa così il suo Winter of Artifice.

I suoi giorni scanditi dal lavoro e dalla fatica sempre più pressante, venivano addolciti da un Henry girovago per l’America e dalle sue lettere lunghissime. Henry al suo rientro in America dalla Grecia dovette affrontare, dopo undici anni di lontananza, la morte del padre malato, cosa che lo rese più terreno, più aperto, più umile e disponibile verso chiunque avesse bisogno, ma lo rese anche molto più desideroso di perdersi senza troppo fare affidamento sulle abitudini. Prese a viaggiare, fermandosi di tanto in tanto in posti dimenticati dalla grazia divina traendone non soltanto ispirazione ma anche respiro. Anaïs beveva per intero questo suo aspetto nomade nelle lettere profondamente descrittive che riceveva, immaginava di essere assieme a lui per quelle lande sperdute, di sentirsi ancora una volta libera dalle costrizioni che l’abbrancavano nel suo presente. Ad ogni sua annotazione o risposta l’intensità con la quale aspettava un suo ritorno era tangibile come l’inchiostro stesso che si allargava sulla carta ed aggrappata a quell’attesa, sopravviveva. Anche per Miller non fu affatto semplice scontrarsi con l’editoria americana tant’è che dovette fare i conti con la sua prima e reale sconfitta letteraria riguardante sia Il Colosso di Marussi, sia Quell’incubo ad aria condizionata. Questo groppo difficile da far scendere giù inficiava anche, e non poco, La crocifissione rosa che al tempo cercava di far sbocciare sentendone addosso l’onere. Anaïs cercò di confortarlo in ogni modo, conoscendo quel suo lato fragile e tenero più di ogni altro al mondo, entrambi impotenti difronte ai tentativi di suicidio o ai crolli nervosi dei loro amici, sempre più avviliti ed asfissiati, impegnati a restare integri con ogni più piccola energia, da quel sogno di amianto sfavillante che era l’America.

Non durò molto, purtroppo, perché se in un ambiente fertile quale era stata la Francia quel sentirsi madre verso coloro i quali amava l’aveva scaldata e resa feconda di idee, motivazioni, nascite delle quali gioire, nella fredda ed inospitale America divenne un incubo cercare di alleviare i bisogni altrui, sentendosi così una madre ormai divorata dai suoi stessi simbolici figli e dal loro egoismo. Per un certo periodo di tempo, l’assenza di quei rapporti amicali sfaldatisi e la solitudine che ne conseguì vennero colmati dalla compagnia di una scimmietta che le regalarono e a cui si affezionò molto, finché poté tenerla perché ad un certo punto, per tanto che divenne inquieta, diventò impossibile gestirla e si trovò costretta a darla via, tristemente. La mancata umanità, quindi, il mancato flusso di sentimenti e calore, dell’empatia, della comprensione verso se stessi e gli altri, la stanchezza fisica sempre più attanagliante e l’entrata in guerra prossima del Giappone con gli americani, con il ritorno delle incursioni aeree e della paura, furono alcuni dei motivi scatenanti che la fecero crollare intimamente. Per sua fortuna, ebbe la lucidità di cercare aiuto, ancora una volta, tramite l’analisi. Fu una donna, Martha Jaeger, a darle l’aiuto di cui aveva bisogno. Per la prima volta Anaïs si approccia all’ansia, cerca di comprenderla, di non spiegarla per forza di cose, la lascia scorrere facendo sì che si esaurisca da sé, ne scrive come il disturbo fisico e mentale invalidante che è ancora oggi, e sono soltanto gli inizi degli anni ’40 e lei era soltanto una donna che arrancava. L’esperienza analitica con una donna, alla pari per così dire, fu per lei molto positiva perché meno influenzata dal pensiero maschile che sia Allendy, sia Rank (di cui apprese la morte a soli 50 anni, appena arrivata in America, nel ’40, con stupore ed incredulità) tentarono di imporle precedentemente. Martha riuscì a farle scindere la differenza tra il soffrire per un senso di colpa da espiare intrinseco e il soffrire dovuto alla naturalità degli accadimenti inevitabili, capendo a fondo, finalmente, che lei stessa tendeva al rodersi in un circolo vizioso di patimenti auto-inflitti. Sul finale, quindi, la presa di coscienza l’ha illuminata, di nuovo, non rischiando più inquietudini o avventure immaginarie bensì l’accoglimento delle piccole conquiste del presente, placata e più tranquilla.

Il terzo volume, un volume molto più denso dei primi due sull’aspetto emozionale avvizzito dalle vicissitudini, va concludendosi con Anaïs che nell’estate del ’43 si trasferisce a Southampton, unendosi ad un gruppo di haitiani che tra musiche, balli, umanità e condivisione le infonderanno nuova e fresca linfa fatta di vitalità ritrovata e fiducia.

Anaïs Nin, Diario, volume secondo 1934/1939.

5Quel che mi affascina sono le sfumature di ogni giorno, i cambiamenti sottili di carattere e la sua relatività. Voglio essere la scrittrice che ha descritto meglio la relatività, i dualismi, le ambivalenze, e le ambiguità.

Ci è riuscita, in pieno. Dopo aver terminato il secondo volume del Diario, posso affermare che l’intento di Anaïs è stato adempiuto nel migliore dei modi, è riuscita a dare al dualismo una forma concreta, non lasciandolo fluttuare nel contorno sfumato dell’indecisione. Immersa nella sera, penso con non poco sconcerto alla sua densità descrittiva estremamente lucida. Leggendo il primo volume, sapevo benissimo quanto riuscisse ad essere conscia e corposa, eppure mi sono ritrovata a dover rallentare la lettura per la fittezza della scrittura, oltre che degli argomenti. La cosa più impressionante è il rendersi conto di quanto sia riuscita ad infondere il sentimento – per meglio dire, il sentire – nelle parole, pur non avvalendosi di una prosa liristica particolarmente voluttuosa, che non vuol dire che non abbia utilizzato proprietà lessicali adeguate, vuol dire, piuttosto, che l’utilizzo della parola è rimasto inalterato nel suo fine, non è stato ingigantito, gonfiato, disperso inutilmente. Il secondo volume è meno personale, in un certo senso, presenta più ricettività verso il mondo circostante, non è improntato soltanto su se stessa che prende coscienza di quello che la circonda, ma si espande nella relazione di se stessa col mondo, di se stessa che si approccia al mondo, dopo averlo guardato. Ci sono meno introiezioni dettate dall’inesperienza della giovinezza, rispetto al primo volume ci sono molte più considerazioni esterne, ci sono molti più dettagli dei suoi rapporti amicali, dettagli su come le sue amicizie la trasportassero anche in mondi non soltanto suoi, mondi che non aveva costruito individualmente, che non aveva creato, ma assecondato.

L’inizio del volume non è soltanto metaforico, l’arrivo a New York da Rank è davvero un inizio diverso, rispetto allo scorrere tranquillo e monocorde della vita a Louvenciennes. Dai salotti, dai caffè, dalle passeggiate di sera sulla Senna, alle quali era abituata, si ritrova immersa in una frenesia totale di grattacieli, luci, vitalità diurna e notturna, continuo movimento, un vorticare perenne di persone di cui si perde la singolarità e ci si trova ad ammirarne la moltitudinalità, in un moto personale altrettanto perpetuo. Il paragone con la New York che l’aveva accolta dopo l’abbandono del padre è immediato, non era più quella New York sostanziale che l’aveva vista impaurita, questa era una New York che la vedeva fiorita, vivida, attenta, pronta a farsi risucchiare nel suo ciclo vitale. Per un anno, circa, New York fu la sua casa, Otto Rank il suo caposaldo, ancora una volta, si dedicò quasi interamente alla psicanalisi e ai pazienti stessi che Rank che le affidava, vista la quantità considerevole che rappresentavano. In un primo momento, l’incessante lavorìo le lasciò molto ben poco tempo per scendere nelle sue solite introspezioni, la sua dedizione fu tale che gli stessi pazienti, anni dopo dal suo rientro in Francia, le scrivevano quanto li avesse aiutati, fondando quell’aiuto su un linguaggio poetico, non stridente e clinico come ci si aspetterebbe da uno psicanalista dell’epoca, con prime considerazioni su quanto le nevrosi potessero essere una sorta di romanticismo moderno. Il distacco dalla sua vita francese fu lo stesso anche per quanto riguardava Miller, alle prese con il Tropico del Cancro nello stesso periodo, quella vita vissuta anche per lui, che in Francia l’aveva smossa, ebbe una arresto, una sospensione, un momento di stasi. In quel poco tempo che riusciva a trovare per se stessa e per la sua scrittura, lo stupore per quella città tutta apparenze, fulgori, durezza, restò intatto, fintanto che la stanchezza non ebbe la meglio e le diede la consapevolezza che quel mondo fatto di pazienti la stava spegnendo, avviluppandola in una morsa di problemi non suoi da cui era poi complicato distaccarsi. Lo stesso Rank contribuì a quel senso di oppressione e costrizione con la richiesta continua che fosse lei a trascrivere i suoi libri perché quel tedesco imperante diventasse più comprensibile per i lettori, lavoro che, se anche avesse voluto portarlo a termine accettando, le sarebbe costato la vita intera. Svuotata, quindi, ormai al limite, decise di ritornare in Francia.

Tornare in Francia non fu l’immediato lenimento che si aspettava, anzi, fu traumatico prendere atto di come ogni cosa le sembrò irrimediabilmente vecchia, consunta. La sua stessa casa a Louvenciennes, un tempo ritrovo di artisti e calore, aveva perso il suo incanto. Quelle stanze, guardate al suo rientro, erano la messinscena di un’altra Anaïs, una Anaïs che si era circondata di bellezza ed armonia per soccombere al senso di precarietà dato da un padre visto andar via. Nessuna traccia di quel nervosismo newyorkese, neanche la più minima, tutto era come poggiato su uno specchio d’acqua e a malapena ne subiva le oscillazioni. Ricominciare non fu semplice, ma nuove amicizie tramite Henry arrivarono e così arrivò anche nuova linfa vitale, un rinnovamento, un nuovo sentore di vitalità, ormai appassita. L’estate del ’35, infatti, li vide tutti impegnati, aiutandosi, con i loro lavori di stesure e con l’idea di una tipografia (battezzata poi da Alfred Perlès col nome di “Siana”, contrario di Anaïs).

Inquietudine, tutta la prima parte del volume è intrisa di inquietudine, per lo più derivata dal suo ruolo di analista e dall’aver preso coscienza delle nevrosi altrui, dell’essere umano in genere, nella loro totalità. Un primo scontro con un mondo che non la vedeva come unica protagonista in tal senso era avvenuto. Nel ’36, fece un viaggio a Fez che esercitò su lei un influsso positivo, l’inquietudine venne in buona parte messa a tacere dal districamento dall’emotività, dall’imparare a distarsi perdendosi in una città sconosciuta, diventando un tutt’uno con le mura stesse.

Furono anni pieni ed intensi, quelli che vennero in seguito. Ci furono un avvicendarsi di accadimenti che persino lei, che fino ad allora aveva preferito dedicarsi ad un mondo individuale anziché al mondo esterno e politico, non poté ignorare. Mentre i conflitti tra Spagna e Francia infuriavano attorno a loro, la sua quotidianità divenne lenta e terrorizzata dal peso di realtà che però non riuscivano a dissolverla come persona. Subiva non poco anche Henry, la sua pazzia e la sua stanchezza per via del Capricorno in scrittura, emblema della magnificente vuotezza umana. Avvertiva chiaramente quanto quel suo mondo umanitario creato dal nulla stesse venendo risucchiato dal terrore politico di quel periodo, dividendola tra l’eterno sogno che la nutriva e di cui aveva bisogno tenuto insieme dal diario e la realtà d’artista messa in ombra dalla registrazione reale del loro periodo storico non espansa dal diario. Per la prima volta, affronta tematiche più realistiche scrivendo di rivoluzioni e guerre, da artista umana che vede il mondo sgretolarsi tutt’intorno. Non è più una donna ferma nell’analisi, è una donna entrata nell’azione. Un’azione disequilibrante, però, che comprendeva la guerra civile spagnola, lo scoppio della seconda guerra mondiale di lì a poco, la rivoluzione, la paura di dover rinunciare per sempre, tutti, al loro modo romantico di vivere, la distruzione del singolo e dell’insieme, lo scontrarsi con le disumanità inflitte da Hitler, la disperazione vissuta nelle buie notti di Parigi, e l’estremo tentativo di vivere anche questo, restando finché ha potuto, per non chiudere gli occhi dinanzi alle efferatezze, aiutando tutti coloro che amava quanto più le è stato possibile, vivendo anche il divorzio del padre con Maruca e il suo l’auto-esilio a Cuba, un padre che forse non avrebbe seriamente più rivisto, facendo riemergere in lei ogni sentimento che pensava di aver risolto e messo a tacere sia verso l’uomo, sia verso la sua figura genitoriale assente, infine anche il risentimento per Henry che aveva voltato le spalle a tutto ciò lasciandola sola, incapace di sopportare il dolore, egoista ed asserragliato su sé fino al midollo; nulla più da salvare, quindi, soltanto gli ultimi addii, per poi abbandonare assieme al marito, stavolta per costrizione, quel suo lato francese che non sarebbe mai più stato lo stesso al suo ritorno, alla volta di New York, quella stessa New York che l’aveva vista libera anni prima, viva, raggiante, adesso l’accoglieva per la terza volta, persa e col cuore colmo di tristezza.

Leggerla mentre descrive tutto ciò, leggere degli stati d’animo suoi, dei suoi amici, di ogni persona che abbia aiutato, sbattere contro il muro invalicabile di una guerra mondiale che esplodeva è stato disarmante. Non è scaduta nel diletto di domande con risposte impossibili, è rimasta profondamente ancorata alla terra, alla realtà, pur sentendo il sogno sbriciolarsi inevitabilmente. Avvertire la sua stessa angoscia sul petto, seppur in modo meno concreto, è stato come avvertire l’inferno di Dostoevskij o la solitudine di Kafka, soprattutto perché, come poi scrisse, “Questo volume ritrarrà la fine della nostra vita personale”.

Anaïs Nin, Diario, volume primo 1931/1934.

4Spesso, nel tempo, ho letto recensioni negative, prima ancora che per gli scritti, per la persona, su tutto ciò che è stato prodotto dalla Nin. Partendo dal presupposto che persona e scrittore, o più in generale persona e artista, a parer mio, vanno sempre distaccati, altrimenti non ne usciremmo vivi da qualsiasi prodotto artistico, leggevo termini come “noiosa”, “infantile”, “inconsistente”, termini che, adesso che un po’ so a cosa fossero riferiti avendola letta, mi sento in dovere di ampliare con un parere personale.
Anaïs, inizia a scrivere il suo Diario appena adolescente, in seguito all’abbandono del padre e al trasferimento in America, terra sconosciuta, infertile, molto meno appariscente della vita a cui era abituata grazie al lato artistico del padre, musicista ed esteta sfrenato, al pari di D’Annunzio, che amava circondarsi di bellezza, sfarzo, costruendo attorno a sé un mondo quasi perfetto che comprendeva ben poca umanità, soprattutto verso i due figli e verso la moglie, completamente diversa da lui, con una educazione molto più compatta ed essenziale alle spalle. Quel diario, iniziato in quel viaggio oltreoceano, per lei rappresenta un vero e proprio diario di bordo, dove vengono annotati stati d’animo, cambiamenti, diversità, l’intero contesto differente a cui dovrà abituarsi, una lunga lettera per un padre lontano, per tenerlo al corrente di ogni cosa nuova. Un filo immaginario, teso all’inverosimile, perché l’unione sanguigna non venisse dispersa. Il padre non è mai stato realmente un padre, trattava astiosamente i due figli, soprattutto Anaïs, ed in secondo momento si capirà che era perché vedeva in loro la moglie, il retaggio della moglie, con cui non aveva affinità. Li puniva, quasi, tenendoli distanti anche quando vedendolo andar via gli si sono letteralmente avvinghiati alle gambe perché restasse. Lo strappo primordiale. La cessazione della fanciullezza. Il distaccamento improvviso. L’abbandono. Una bambina non ancora donna che porterà sulle proprie spalle un vuoto riempito dalle innumerevoli amanti giovanissime di un padre assente. Infantile? Sacrosanto che lo fosse, direi. Volente o nolente, l’abbandono porta a riempirsi di spiegazioni effimere e che nessuno può confermare per non soccombere, porta ad un cambiamento repentino, in chiunque, porta con sé buio, freddo, disillusione. L’unico “amico”, veicolo di esistenza reale, che Anaïs trova per non appassire è il diario. Un diario che l’accompagnerà per l’intero scoscendere d’una vita, irrimediabilmente. In America, inizia con i suoi primi scritti, delle storie che scriveva principalmente per la madre e per il fratello, ed inizia a percepire una acerba predisposizione verso la scrittura. Leggeva molto, anche, ma senza una vera e propria guida, andando in biblioteca e leggendo in ordine alfabetico qualsiasi cosa trovasse. Fu così che passò il periodo americano, leggendo, scrivendo, tenendosi fedele al diario, con una madre che si prendeva cura di loro lavorando molto, ma dando ben poco affetto alla bambina che ancora era, troppo simile al marito che aveva visto andare via.
Torna a Louvenciennes all’età di 25 anni, circa. Torna una giovane donna, molto bella, surreale quasi, eterea ma terrena, sognatrice eppure realista, una donna duale e profonda, con capacità di introspezione altissime che va a fondo senza paure, cerca verità, crea una prima impronta personale di stessa, la adorna con una casa accogliente, calma, sprofondata nelle fondamenta tanto da dare l’impressione che fosse nata dalla terra stessa, contornata da un giardino fitto, nel quale passeggerà, scriverà, parlerà con amici, scrittori, musicisti. Creerà atmosfere avvolgenti e calde, attorno a lei, e concederà aperture emotive con tutta l’accuratezza di cui è capace, laddove avvertirà talento, passione, carattere.
Non è affatto semplice descriverla, non è affatto semplice cogliere ogni aspetto di quel profondissimo lavorìo mentale che la contraddistingueva, che si intersecava nel suo lato umano e predisposto all’accoglienza. Francamente, non sono neanche degna di tanta apertura personale, mi sento appena in grado di comprendere quel poco che lei stessa lascia trasparire, prima di avvilupparsi nei suoi molteplici Io, e questo, in ogni caso, vuole essere più un tributo alla scrittrice che una spiegazione o una giustificazione della persona.
Il suo Diario è spoglio di avvenimenti storici, non ha rimandi a cose realmente accadute nella Francia degli anni trenta, qualche nome appena di quelli che poi diverranno scrittori, drammaturghi, ma non bastano a contestualizzare, e questo perché essendo il diario un flusso di coscienza non ha alcun bisogno che vi siano descritti avvenimenti realistici, lei stessa non si scontra mai con la Storia, quello con cui si scontra e che sviscera magistralmente è l’essere umano, semplicemente. Poco dopo il suo ritorno, incontra Henry Miller, colui che diverrà amico, amante, parte integrante di se stessa, primo lettore del diario, colui che la farà sbocciare nei sensi, ancora incastrati nell’ordine auto-imposto, dentro e fuori di sé, colui che le riempirà la mente di strade, di storie, di sobborghi, di caffè, di odori e sensazioni forti, di vitalità, di puttane, di sesso e sessualità, di esperienze notturne, di una massa sconcertante di parole scritte e dette, di violenza verbale e resa alla vita stessa, colui che la renderà terrena, liquida, e che per contrasto la riscalderà nell’intimo, assieme a June, compagna di Henry, l’inafferrabile June, della quale carpirà soltanto uno strato superficiale della persona che è, complessa e teatrale. Così inizia un lungo percorso dentro se stessa, che verrà scandagliato per anni, grazie all’analisi e alla conoscenza con il Dottor Allendy, che dovrà poi abbandonare perché non più obiettivo ma innamorato. Collaborerà molto con Miller, non soltanto aiutandolo a scremare i suoi scritti densi e caotici, ma anche apprendendo da lui l’esporsi alla vita e agli accadimenti naturali, ed insegnandogli a sua volta come una vita ordinata assieme al caos mentale potesse generare frutti inestimabili nei suoi lavori. Negli stessi anni, pubblica il suo libro su Lawrence, ed è in un certo senso da qui che inizia la consapevolezza, appresa appieno in seguito per merito del Dottor Rank, il suo secondo analista, di quanto il diario la stesse inglobando tanto da non permetterle di scrivere narrativa o altro che potesse essere pubblicato; nulla di artistico quindi, soltanto una dipendenza, che lei stessa descrive come la sua droga, da pagine immediate, da coscienza, di conoscenza personale attraverso una auto-analisi e riflessioni di ogni genere. Riflessioni che non è usuale ritrovare, oggi, in chi ci sta accanto, per questo ancora più preziose. Non sta insegnando niente a nessuno né vuole farlo, con il Diario, vuole soltanto tenere integri quei fili tesi che la scindono in molte altre forme di sé, annotare quel che le accade intorno e in chi gli sta intorno, si da il benestare di essere una bambina e poi una donna abbandonata che prova a riconquistarsi un posto nel suo mondo. Otto Rank, analista e pupillo di Freud, l’aiuterà molto, in questo, l’aiuterà a disfarsi dell’ossessione e della coercizione del diario, l’unico strumento veritiero che possiede, per lasciar spazio all’artista e al suo distaccamento dalla psiche che le permetterà poi di scrivere, realmente.
Prima che in lei fiorisca del tutto la donna che poi diverrà, un incontro inevitabile la mette difronte alla sua nemesi, il padre. In lei scatta un desiderio di conquista, corteggia l’uomo, non la figura paterna, vi è insignita una affiliazione tale che le fa quasi desiderare di essere essa stessa una delle sue tante amanti più giovani. Ci saranno incontri, giorni tra loro passati insieme e da soli, in cui a poco a poco scoprirà di non essere il suo specchio femminile ma una persona totalmente diversa che non ha bisogno di equilibri falsati da un io appagato dall’avere intorno chicchessia pur di non fare i conti con se stessi. Non avverte più il bisogno di bugie mirate al quieto vivere quotidiano, non aspira più all’amore di un uomo fatto di esteriorità in tutti i contesti, non vede più il demone feroce, ma soltanto l’uomo triste e solo che si regge a stento su un parapetto di falsi ideali. Da tutto ciò, nascerà La casa dell’incesto, tra ricordi, allucinazioni, prese di coscienza. In seguito, continuerà a ricercarsi, a sentirsi, a lasciarsi andare sempre più, a comunicare, a crescere, diventando una scrittrice proficua ed una donna della quale chiunque si sarebbe innamorato, conoscendola.
Definire “noiosa” una tale predisposizione alla conoscenza in tutte le sue svariate forme, fisiche e mentali, è ingiusto. Persino quando Anaïs descrive il suo aborto, al sesto mese di gravidanza, un aborto dolorosissimo, prova quanto fosse, rispetto al periodo storico, del tutto avulsa dalle imposizioni, dalle convenzioni, dagli obblighi, dalla società imponitrice. Capisce di essere una donna non portata per la maternità, ha il coraggio di ammettere che non ha bisogno di un figlio per sentirsi realizzata, in parte per via dell’abbandono del padre, superato ma mai dimenticato, in parte perché si sente già madre di ogni uomo o donna che aiuta nello sviluppo della propria persona. Non è una donna egoista, priva di amore, è piena, talmente piena di amorevolezza e comprensione che, appunto, capisce di non aver bisogno di ulteriori conferme in un altro essere umano venuto da lei.

In conclusione, nel periodo storico in cui viviamo, non ci si dovrebbe permettere il lusso di definire questa donna una donna egoista e noiosa. Va definita egualitaria, giusta, comprensiva, consapevole, aperta, intelligente, non noiosa. Noiosi sono coloro i quali la descrivono noiosa perché non capaci di distinguere un gusto personale, laddove qualcosa non piaccia, dall’oggettività con cui dovrebbero parlarne.