Accoppiamenti giudiziosi, Carlo Emilio Gadda.

10L’approccio con Gadda arriva non più di un paio di anni fa, con La cognizione del dolore. In quel periodo, leggevo Il male oscuro, di Giuseppe Berto, consigliatomi da una delle persone a me più care, che da anni supporta e sopporta le mie insicurezze di scrivente rendendole meno spaventevoli. Il titolo “Il male oscuro”, così come lo stesso Berto scrive nell’appendice del suo libro (riedito nel 2010 da Rizzoli), proviene da La cognizione del dolore di Gadda, da quella che è forse tra le frasi più celebri dell’autore: “Era il male oscuro di cui le storie e le leggi e le universe discipline delle gran cattedre persistono a dover ignorare la causa, i modi: e lo si porta dentro di sé per tutto il fulgorato scoscendere di una vita, più greve ogni giorno, immedicato”. Inutile precisare quanto quell’“immedicato” mi si sia in seguito impresso nel pensiero, così tanto da mettere Gadda nella lista degli autori da recuperare. Caso volle che, nel luglio del 2017, l’Adelphi mise in catalogo proprio La cognizione, con un’illustrazione di Farneti su sfondo rosso in copertina che fece scattare l’innamoramento istantaneo; acquistai il libro senza pensarci due volte.

Inizialmente, a lettura intrapresa, non fu semplice lasciarsi condurre dalla scrittura di Gadda. Se non si ha confidenza con il suo plurilinguismo barocco e frammentato, può accadere che l’iniziazione sia più stridente di quel che si pensi. Si ha a che fare con una nevrosi costellata di ripetizioni, di nomi, di personaggi primari e secondari che si intersecano a più riprese, di un fittizio territorio sudamericano, di veri e propri scoppi della psiche che rifulgono nelle scene; si ha a che fare con il dolore tetro, infossato e rabbioso di un figlio che non si è mai acquietato e con la sopravvivenza spettrale di una madre che ha perso l’altro figlio, quello favorito, in guerra ed ora vaga in un lutto sempiterno; un’analogia, questa, che si ripercuote realmente nella vita dello scrittore, prima ancora che nelle sue pagine, e che fa prendere vita alla Cognizione proprio dopo la morte della madre, come se fosse una sorta di rimorso medicamentoso a cui adempiere in rifusione alla figura materna (qui si può leggere il suo Ricordo, in risposta ad “Oggi”). La cognizione del dolore, nel suo non essere mai stato un lavoro portato a compimento, nel suo essere, di fatto, incompiuto, resta a noi come la “baroccaggine del mondo che lo stesso Gadda ha percepito e ritratto”, uno dei suoi fulcri più vitali e più ampi di romanziere e narratore.

Avvenne così, dunque, la decisione di recuperare, col tempo, quanto più possibile sia scaturito dalla penna di “Quello scrittore «grande e grosso», che sembrava un «ingegnere delle ferrovie» o un «impiegato del catasto», «complimentoso, pieno di riguardi e di scrupoli», che «arrivava alle cose parlando d’altro e subito le ricopriva come indecenti», che emanava un «alone come un motore surriscaldato»”. Accoppiamenti giudiziosi è stata una decisione molto più ponderata, è stato uno scoprimento intenzionale, una richiesta introflessa allo scrittore stesso, un “Dimmi qualcosa di più”, qualcosa che possa farmi afferrare quanta investitura umana c’è stata per arrivare a potersi fissare su carta nel corso di anni complessi e che ha generato veri e propri gioielli di modernità narrata in un’epoca che stentava a sradicarsi dal tardo ottocento, che triturava ed imponeva ritmi insostenibili alle penne più diverse tra loro, torchiando intelletti che avrebbero solo voluto requie per delinearsi senza strascichi.

Diciannove racconti, uno stile abbondante, secentesco, increspato da satire moralisticamente mirate alla borghesia di cui egli stesso faceva parte, suo malgrado, di cui desiderava, se ne fosse valsa la pena, esserne il Robespierre, saturi di descrizioni abilmente ricamate, vibranti di dettagli dal potere evocativo immediato; sono racconti imbevuti di storia, oltre che di storie, e se le storie sono per lo più semplici, la storia che aleggia tra le righe è quella del ventennio, delle guerre, dei dopoguerra, dei borghi, delle campagne, dei superstiti e di chi resta, delle bramosie della borghesia milanese, delle convenzioni sociali e delle miserie umane esposte nel cuore della notte, a causa di un incendio, quello di Via Keplero, racconto tra i più conosciuti, che fa risplendere la lacerata umana debolezza, reiterando deliberatamente nella sovrabbondanza scritturale con l’intento di irridere l’altezzosità e l’incedere immobile dei personaggi sino a smascherare un’intimità scarna di sensitività. Gadda ebbe non pochi alterchi con le case editrici, negli anni, alterchi che aggravarono la sua stanchezza di reduce, la sua angustia per quel suo eterno non voler scontentare nessuno finendo così col non accontentare nemmeno se stesso, era un uomo inquieto che sovente attingeva materiale dai suoi scritti per scritti futuri, che rivedeva e riscriveva quasi per intero i suoi racconti, causa principale, questa, dei suoi ritardi nelle consegne per cui veniva fortemente sollecitato e ancora più angosciato, amico di Parise che lo aiutava come “confortatore e collaboratore”, amico di Celati, che quasi vedeva come un padre, a cui si rivolgeva anche per piccole incombenze giornaliere. Era un uomo che per l’intera vita ha schermagliato con l’affanno dello scrivere, ottenebrato, un uomo che amava Balzac e che sin da bambino aveva imparato dai canti di Dante cosa fosse la finzione. Tutti questi elementi messi insieme, non farebbero mai presupporre, ad esempio, determinate reazioni lievi durante la lettura, ma è proprio qui che prende forma il talento di narratore. Reazioni come ridere di cuore a tarda notte, leggendo, ridere perché una donna tradita dal marito, nonostante avverta un senso di liberazione, rimane pur sempre ferita e cerca di calcare quanto più può sui vizi dell’ex marito, elargendo apparenti soluzioni con fare imperioso che di fatto non sono che catastrofi annunciate; o reazioni come appoggiare il libro interrompendo per qualche attimo la lettura perché alcune descrizioni sono vive al punto da profilarsi dinanzi agli occhi senza neanche avere il tempo di razionalizzarle compiutamente; o, ancora, leggere di un nobile diciannovenne arroccato nei virtuosismi della madre che, sentendo le prime pulsioni realistiche, intenerisce talmente da arrivare ad essere sollevati quando una solitudine fortuita permetterà alla giovinezza di prendersi quel che reclama e di sciogliersi cingendo la vita di una domestica carezzevole, a primavera scoccata, il tutto sviscerato con un lirismo radioso; la goduria derivata dal lessico di un racconto in dialetto fiorentino, interamente coniugato all’imperfetto e con una linguistica anni ‘50, che fa così bene trasparire una furbizia ruvida, tutta popolaresca; reazioni come l’appagamento per la prosa poetica con la quale viene delineata una diafana insegnante di storia dell’arte, resa anch’essa, a suo modo, un’opera d’arte movente, che andrà a schiantarsi con la voracità giovanile dei suoi alunni venendone risucchiata; ma è proprio questo che accade: si reagisce, ci si stupisce, genuinamente, di quello stupore cardine tra i più resistenti che rende la letteratura: Letteratura.

Gadda, per quanto abbia subito faticosamente il suo talento, merita di essere letto, merita un suo preciso posto tra i più grandi scrittori di racconti come Buzzati, Pavese, Calvino, merita di avere tutt’oggi un’opportunità, e l’Adelphi, come sempre, viene in aiuto grazie alla pubblicazione delle sue opere con note esplicative interessanti tanto quanto gli scritti stessi, per chi, oltre che dallo scrittore, si lascia sempre un po’ affascinare dall’uomo all’ombra delle sue pagine.

Carlo Emilio Gadda: Ricordo di mia madre.

“Alla vostra domanda rispondo nel rimpianto e nella memore pietà onde l’animo di un figlio si rivolge alla madre che ha perduto: alla persona che Dio gli ha comandato di rispettare e di amare al di sopra di ogni altra nel rapido accendersi e estinguersi, nell’attimo irripetibile della propria esistenza.
Mia madre fu donna di forte animo, e talora di buon discernimento al valutare casi, opinioni, leggi (spartane ed altre) e miti: e fandonie, idee facili o difficili, circostanze di fatto, anche avverse. La sua umanità, la sua bontà quasi fisica per gli umili, per i deboli e per gli sprovveduti, diedero a me fanciullo quel trasporto misericorde, quel riguardo ai viventi, ai vecchi, ai mendichi, agli animali randagi di supplice guardatura nella lor fame, quella compassione per le creature che soltanto le amarezze e le sofferenze di più cogniti anni pervennero ad affievolire. A poco a poco la carità naturale e il suggerimento della materna gentilezza si tramutarono in una contraria disposizione dell’animo, esacerbati a muta riprovazione dello strazio interminato di quel vivere, se vivere era. Mia madre potè assistermi con la sua forza di volontà (di carattere esclusivo nel riguardo del volere altrui) fino a quindici diciassette anni. Ferma ed esatta la sua memoria, per lo più viva ed acuta e talora impetuosa l’asserzione. Il racconto, il referto, accompagnato o a volte preceduto dal giudizio. A quel che mi è dato rammentare, poco esperta delle fiabe con cui si chetano fascinandoli i bimbi, e direi tutt’altro che incline a quei nursery rhymes e alle cantilene giocondamente rimate con cui le buone mamme e le ottime bambinaie si studiano addensare il sonno sulle palpebre ai nati. Le sole favole a cui in anni ulteriori ella m’invitò si accesero nel mio animo come stille di una gemmante rugiada, discese dall’autorità suasiva e dall’arte suprema di Jean de La Fontaine, dell’idioma subito amato della sua gente. Mia madre secondò alle poche ore serene la lettura e la dedizione di Fedro, mi dié a leggere (avevo sei anni) la finzione-verità dei primi canti di Dante subito acquisita come stupenda finzione, più tardi mi parlò di fatti anticamente manifesti nella storia d’Italia o delle Gallie, sempre raccogliendone il «suono famoso» con i rapidi accenni di chi riferisce e giudica, al di qua di ogni «tromba della fama» e di ogni idolatrico verbiage.
I durissimi anni in cui sola contro le asperità volle raccoglierci intorno a sé quasi a preservarci dai suggerimenti (per lo più saggi e umanissimi) di coloro ch’ella chiamava «gli altri», la videro infaticabile custode di principi e di petizioni di principio di cui ormai non potevo che dissentire. La sua volontà eroica seguitò a volere, immemore forse che al di sopra di ogni mito dell’orgoglio egocentrico e d’ogni romantica iperbole circa la volontà del volitivo, del singolo, sta quel motto vivo e bonario di nostra gente: «l’uomo propone, Dio dispone». Volle, come la ruota che trae la mola dove frumento non scende.
Una minore fermezza, forse, il salubre dubbio di chi dubita (illuminato da Dio) dei decreti della propria infallibilità avrebbe reso più accetto alle giovini e doloranti anime l’inserimento di una società dentro la quale bisognava pur vivere, dacché altra non c’era intorno alla nostra sprovveduta indigenza, e alla cui compagine mi sentivo già estraneo.
La “saeva paupertas,,, la crudele povertà che a dire del poeta formò di sé i padri e i fondatori della patria distrusse in me viceversa ogni attitudine a sopravvivere. Tutto sta nell’intendersi circa la molto elogiata povertà rurale, voce «che» io credo venga del tutto fraintesa da’ retori, dalla faciloneria salivosa degli zelatori del sacrificio [altrui]. Caratteristica prima d’ogni elevato sentire di tipo umanistico o romantico in corpo denutrito e in circostanze disperate è quella di distruggere il senziente, e di essere sventolato a bandiera sull’annientamento del prossimo. Mia madre credette a quel potere sovrumano di sopportazione ch’io non ebbi, salvo che in guerra, e non ho e non voglio avere.
La morte del figlio la impietrò. Nemica d’ogni ostentazione di lutto e d’ogni lacrima esibita, non la vidi piangere mai. Né prosa né verso, lamento o lagno non era, non fu sua briga. Mi versò nel sangue come ad erede biologico il senso della povertà semplice, del compito esattamente adempiuto, il tedio delle calie, l’avversione alla montatura profittevole di affetti meramente scenici, alla ritualistica di chi non sa come perdere le giornate: codesto libro d’ore dei pensieri e dei doveri inutili che incontrano il plauso dei coltivatori, dei giardinieri del sentire.
Io ci aggiunsi, all’eredità biologica, l’orrore dei ritratti dei cretini, e del mio: iconoclasta o almeno autoiconoclasta assoluto, teoretico e pratico. ›Dio mi punisce coi fotografi.‹”

Risposta ad “Oggi”, per il dott. Giovanni di Giovanni, La cognizione del dolore.