Racconto / 4.

C’era un falconiere e cacciatore, a nome Sonjō, che viveva nel distretto di Tamura-no-Gō, nella provincia di Mutsu. Un giorno andò a caccia senza mai incontrare selvaggina. Ma sulla via del ritorno, in un posto chiamato Akanuma, scorse una coppia di oshidori (anatre mandarine): scivolavano assieme sul fiume che si apprestava a traversare. Non è bene uccidere gli oshidori; ma Sonjō era affamato e tirò sulla coppia. La freccia trafisse il maschio: la femmina si mise in salvo in mezzo ai giunchi sulla sponda opposta e scomparve. Sonjō riportò l’uccello morto a casa e lo cucinò.

Quella notte fece un sogno alquanto cupo. Gli parve che una bellissima donna entrasse nella stanza e, avvicinatasi al cuscino, si mettesse a piangere. Piangeva così amaramente che Sonjō, a udirla, si sentì straziare il cuore. La donna gli gridava: «Perché – oh! perché lo hai ucciso? Che colpa aveva, lui?… Eravamo così felici insieme, ad Akanuma – e tu l’hai ucciso!… Che male ti aveva fatto? Ti rendi conto di quale gesto crudele e malvagio ti sei macchiato?… Hai ucciso anche me – perché senza il mio sposo io non vivrò!… Sono venuta solo per dirti questo…». E di nuovo levò alto il pianto – e così amara era la sua voce in lacrime che penetrò fino al midollo di chi l’ascoltava – e fra i singhiozzi pronunciò le parole di questa poesia:

Hi kuturéba
Sasoëshi mono wo –
Akanuma no
Makomo no kuré no
Hitori-né zo uki!

All’arrivo del crepuscolo l’invita con me a tornare…! E ora dormir sola all’ombra dei giunchi di Akanuma… ah! quale inesprimibile sventura!»).¹

E pronunciati i versi esclamò: «Ah – tu non sai – non puoi sapere che cosa hai fatto! Ma domani, quando andrai ad Akanuma, te ne accorgerai – te ne accorgerai…». Così dicendo, e piangendo miserevolmente, se ne andò.

Quando al mattino Sonjō si svegliò, il sogno si era conservato così vivido nella mente che ne fu oltremodo turbato. Ricordava le parole: «Ma domani, quando andrai ad Akanuma, te ne accorgerai – te ne accorgerai». E decise di recarcisi all’istante, per appurare che il sogno fosse un sogno e nulla più.

Si recò quindi ad Akanuma e, una volta giunto in riva al fiume, vide la femmina oshidori che nuotava da sola. In quello stesso momento l’uccello scorse Sonjō; ma, anziché tentar la fuga, nuotò dritto incontro a lui, fissandolo per tutto il tempo in modo strano. Poi di colpo con il becco si squarciò il petto e morì sotto gli occhi del cacciatore.

Sonjō si rasò il capo e divenne prete.

1. C’è un toccante doppio senso nel terzo verso: le sillabe che compongono il nome proprio Akanuma («Palude Rossa») si possono anche leggere come akanu-ma, che significa «il tempo della nostra inseparabile (o deliziosa) unione». Talché la poesia si può rendere anche così: «Quando il giorno cominciò a calare, lo avevo invitato ad accompagnarmi…! Ora, passato il tempo della lieta unione, che sventura per chi deve dormir solo all’ombra dei giunchi!». Il makomo è una specie di grande giunco, usato per fare canestri.

“Oshidori”, Ombre Giapponesi, Lafcadio Hearn.

Racconto / 3.

Tanto, tanto tempo fa vivevano in mezzo alle montagne un taglialegna e sua moglie. Erano molto anziani e non avevano figli. Ogni giorno il marito andava da solo nella foresta a spaccar legna, mentre la moglie restava in casa a tessere.
Un giorno il vecchio si addentrò più di quanto non facesse di solito nella foresta per cercare un particolare tipo di legno; e all’improvviso si trovò ai bordi di una piccola sorgente che non aveva mai veduto prima. L’acqua era stranamente limpida e fredda, e il vecchio aveva sete: la giornata era calda e lui aveva lavorato sodo. Così si tolse il grande cappello di paglia, s’inginocchiò e bevve una lunga sorsata. L’acqua parve rinvigorirlo in misura straordinaria. Poi scorse il proprio viso nella fonte e si ritrasse di scatto. Quel viso era senz’altro il suo, ma non certo quello che vedeva abitualmente nel vecchio specchio di casa. Era il viso di un uomo molto giovane! Non riusciva a credere ai suoi occhi. Portò le mani al capo, solo un istante prima completamente calvo. Era coperto di capelli folti e neri. E il viso era diventato liscio come quello di un ragazzo: le rughe erano tutte scomparse. Nel medesimo istante si scoprì pieno di una forza rinnovata. Fissava sbalordito le membra rinsecchite ormai da tempo per l’età: adesso erano armoniose e sode, cariche di giovanile vigoria. Senza saperlo aveva bevuto alla Fonte della Giovinezza; e quella sorsata lo aveva trasformato.
Per prima cosa cominciò a saltare e a lanciare grida di gioia, poi corse a casa più rapidamente di quanto non avesse mai fatto in vita sua. Quando entrò in casa, la moglie si spaventò perché lo aveva preso per uno sconosciuto; e quando le raccontò il prodigio, sulle prime lei stentava a credergli. Ci volle parecchio, ma alla fine riuscì a convincerla che il giovane davanti a lei in quel momento era realmente il marito; e le indicò dove era la fonte e le chiese di andarci assieme a lui.
Allora la moglie disse: «Tu sei diventato così bello e così giovane che non puoi continuare ad amare una vecchia – perciò devo bere un po’ di quell’acqua anch’io immediatamente. Ma non è il caso di assentarci tutti e due e allo stesso tempo. Tu aspetta qui mentre io vado».
E corse verso il bosco da sola. Trovata la sorgente, s’inginocchiò e cominciò a bere. Oh! com’era fresca e dolce quell’acqua! E lei bevve, bevve, bevve; s’interruppe, a riprender fiato, solo per poi ricominciar daccapo.
Il marito l’attendeva con impazienza; si aspettava di vederla tornare trasformata in una leggiadra ed esile fanciulla. Ma non tornò affatto. Preso dall’ansia, chiuse casa e andò a cercarla.
Giunto alla sorgente non ne scorse traccia. Stava già per tornare indietro quando udì un fievole vagito in mezzo all’erba alta nei pressi della fonte. Andò a controllare e scoprì i vestiti della moglie e una creatura – una creaturina piccola piccola, forse di sei mesi!
La vecchia aveva bevuto con troppa ingordigia di quell’acqua magica; e a furia di bere si era riportata molto prima della giovinezza alla fase dell’infanzia priva di parole.
Egli prese fra le braccia la creatura, che lo guardò con espressione triste, stupita. La portò a casa mormorandole qualcosa, rimuginando strani, malinconici pensieri.

“La Fonte della Giovinezza”, Ombre Giapponesi, Lafcadio Hearn.

Le notti difficili, Dino Buzzati.

5Buzzati è stato il più grande favolatore di verisimiglianza che abbiamo avuto. I suoi racconti spiccano nel panorama letterario per quel filo sottilissimo e continuo di allegorie tra il satirico, l’ironico ed il fantastico. Quel velo alzato sulla realtà e mosso dalle languide ventate della fantasia, intrecciano brevi ma intensi scritti che in essi accolgono svariati temi, cari a Dino, quali: l’attesa, l’inquietudine, l’indifferenza, la spavalderia della giovinezza in contrasto alla rassegnazione della vecchiaia, le ambizioni, le sue montagne, l’amore per i cani, l’incanto che le cose di ogni giorno portano addosso, la massificazione della società, l’assuefazione, le domande insolute che rimbombano a notte fonda, l’amore, la malattia e le angosce, le ansie, le apparenze, le scelte e le loro inevitabili conseguenze, la morte, i cambiamenti. Le notti difficili, inoltre, è la sua ultima raccolta di racconti, selezionati e corretti qualche mese prima della sua morte, con la consapevolezza della malattia da un paio di anni, e che ad uno sguardo più vasto, che si sposta dai singoli componimenti, lascia trasparire quanto la morte desaturata a suon di umorismo nero e chirurgiche prese di coscienza permeasse nella realtà di ogni suo ultimo giorno.

Tendenzialmente, per un lievissimo senso di incompletezza che traspare a primo acchito, si è convinti che i racconti, per brevi o più lunghi che siano, non possano apportare lo stesso incatenamento di una trama più corposa quale è quella di un romanzo. Un romanzo trascina, un romanzo concretizza, un romanzo ha corpo, inizio, fine, svolgimento, si avverte il sofferto incedere dello scrittore nelle parole, si è persuasi dalla fiducia che emerge dalla fatica immaginata dell’atto stesso della battitura che succhia via energie, vita e sentimenti dello scrittore. Insomma, paradossalmente, quanto più si è ormai assuefatti da ritmi veloci e cadenzati nella realtà delle proprie esistenze, tanto più siamo attratti da un’infinita serie di parole concatenate che ci regalano, letteralmente, del tempo. La poesia nasce intrinseca, la poesia sovviene, la poesia scorre e fluisce, affiora come acqua sorgiva; il romanzo si espande, prende spazio e corpo, ha una gestione addirittura personale assieme alla mano che lo dispiega, si accomoda e fa un po’ come gli pare, mettendo in luce personaggi, ambientazioni, risicando il senno di chi deve trovarvi accordi a pari merito nella stesura; il racconto, invece, è una schioppettata, un fischio finissimo, breve, intenso, impattante, uno sconquasso del terreno che si apre, una faglia a cielo aperto che mostra corrucciata e dannata i suoi segmenti di punteggiature e spazi bilanciati con la speranza di non squarciarsi completamente. La tensione descrittiva presente in Buzzati, di ampio respiro, tenuta su sia dalla commozione suscitata dagli avvenimenti, sia dallo schiocco di risa che sale non appena si afferra il senso della morale capovolta da quella a cui comunemente siamo abituati, diffonde magia e rende le proprie, di notti, meno opprimenti. Le notti difficili, non è altro che la sua ultima replica, la sua ultima fervente risposta alla vita che sente scorrere via e che cerca di esorcizzare col sarcasmo di chi non ha più nulla da perdere e neanche da costruire. Domenico Porzio, nell’intima prefazione, scrive: “C’è, forse, da chiedersi da quale intuizione segreta, da quale scoperta di verità nascosta, oltre il crinale della terrena vanità umana, lo scrittore abbia ricevuto quel trasalimento e quella cristallina forza requisitoria contro la banalità e la stupidità dell’affanno, del peccato, dell’omissione, della cattiveria. Da quale specchio di fede, cioè, egli, vuoto di Dio, avesse attinto quella immagine di ferma dignità cui si attenne congedandosi dagli amici e dai lettori e firmando l’estremo messaggio de Le notti difficili. Probabilmente dalla misteriosa bellezza del creato che, fin dall’infanzia, gli parlò col profilo incontaminato delle sue montagne”.

Buzzati si accomiata, quindi, né più né meno, con la sua solita delicatezza, avviandosi silente verso un altro viaggio, l’eterno viaggio che un’anima affronta in solitudine e senza appigli, lasciando a noi mortali il suo conforto, da leggere in quelle notti che ci appaiono troppo lunghe perché il giorno prossimo sembri una salvezza. Cinquantuno racconti, qualche centinaio di pagine, una struttura narrativa difficilmente eguagliabile, una gamma di sentimenti e di percezioni voluminosa, spessa, un solo uomo che si allontana nell’unico modo che non lo spaventa: scrivendo. Questo, è Le notti difficili.

Racconto / 2.

Dal Giappone un amico ricchissimo mi ha portato una straordinaria novità: un piccolo televisore, di aspetto dimesso, dotato di una virtù prodigiosa: se qualcuno, anche lontanissimo, parla di noi, l’apparecchio ce lo fa vedere e udire. Se di noi nessuno si occupa, lo schermo resta buio.
Devo dire che il primo entusiasmo si è completamente raffreddato quando, nell’intimità della casa, mi sono accinto a fare la prova. La maldicenza, si sa, è uno sport così facile e diffuso (qualcuno lo ritiene una delle poche consolazioni in questa valle di lacrime). Né io certo mi illudevo che pure gli amici, se il discorso mi toccava, rinunciassero a qualche maligna frecciata. Comunque sono cose che è meglio non sapere. Perché amareggiarci inutilmente?
Ma l’apparecchio era lì, a mia completa disposizione, col suo meraviglioso segreto. E l’orologio segnava le nove e mezzo di sera, l’ora in cui, al termine del pasto, gli amici si lasciano andare a confidenze e cattiverie. Per di più quel giorno era comparso un mio articolo, a cui tenevo molto, ma piuttosto azzardato. Sì, era probabile che in più di un luogo si stesse dicendo peste e corna di me. Ditemi un po’ voi, tuttavia, come era possibile resistere. Se non altro, le amare rivelazioni mi sarebbero servite di regola. Così rimuginando, stetti in forse una mezz’ora. Quindi, accesi.
Lo schermo per qualche minuto restò inerte. Poi si udì una voce, con spiccato accento emiliano, ben presto seguita dall’immagine. Vidi due signori sui cinquant’anni, di cui uno con barbetta, che fumavano seduti non si capiva bene se in un salotto privato o nell’angolo di un circolo. Uno teneva sulle ginocchia, come se avesse appena finito di leggerlo, il giornale contenente il mio articolo. E diceva: «Non sono d’accordo. Io l’ho trovato spiritoso. E poi dice cose che tutti pensano e nessuno ha di solito il coraggio di dire». L’altro tentennò il capo: «Può darsi che tu abbia anche ragione. Pero a me, quello stile, sarà moderno finché vuoi…». E i due, che prima non avevo mai visto, disparvero, segno che avevano cambiato argomento.
Quasi immediatamente lo schermo si riaccese. Riconobbi il ristorante letterario che anch’io frequento spesso. Era il solito tavolo, al quale sedevano tre colleghi proprio del mio giornale. Mi salì il batticuore. “Come minimo,” pensai “adesso questi mi squartano vivo.” «Vedi?» diceva il più anziano, mio vecchio amico. «Per me, è un esempio tipico di quello che si deve intendere per buon giornalismo moderno. Del resto, chi non ha difetti? Perché sempre parlar male?» «E chi parlava male?» ribatté il più giovane, noto per le sue battute corrosive. «Solo che il lettore medio, il lettore di un quotidiano, a queste finezze non arriva…» «Sia come sia» commentò il terzo. «Leggere dei pezzi simili, e lo dice un vecchio del mestiere, è sempre una soddisfazione.»
Ora, come mai quei cari amici fossero venuti a sapere che io possedevo il diabolico televisore, così da potersi regolare di conseguenza, rimarrà per me un assoluto mistero.

“Il televisore sapiente”, “Invenzioni”, Le notti difficili, Dino Buzzati.

Racconto / 1.

Sono finalmente ritornato, tesoro, ed ora aspetto che tu mi raggiunga. Nell’ultima tua lettera, che ho avuto un mese fa, dicevi appunto che non potevi più vivere senza di me. Ti credo, perché uguale è il sentimento mio. Non è come un’attrazione fatale, quasi un castigo?
Di solito, tra uomo e donna, soltanto uno dei due si innamora. L’altro, o l’altra, accetta, o subisce. Nel nostro caso, meravigliosamente, la passione è pari in entrambi. Pazzi tutti e due. Ciò è bellissimo ma fa anche paura. Siamo come due foglie furiosamente sospinte l’una verso l’altra da opposti venti. Che cosa accadrà quando si incontreranno?
Questa lettera impiegherà quarantotto ore a raggiungerti. Da vari mesi, lo so, tu ti tieni pronta a partire, hai le valigie fatte, hai già preso commiato dagli amici. Per arrivare qui ti ci vorranno un paio di giorni. Mettiamo che tu parta sabato. Tra quattro giorni, cioè lunedì, a cominciare dall’alba, io ti aspetto.
Come sarà la nostra vita? In questi anni di lontananza, continuamente ho meditato sulla nostra futura esistenza in comune. Ma non riuscivo mai a rappresentarmi chiaramente le cose. Ogni volta, a sconvolgere il lavoro dell’immaginazione, irrompeva il selvaggio desiderio di te.
Oggi, approfittando di una insolita pausa di calma, sento però il bisogno di prospettarti certe cose. Non che ci sia bisogno di persuaderti. Guai se ci fosse ancora, in te o in me, un’ombra di dubbio. Ma, rileggendo queste pagine, io penso, durante il viaggio, potrai misurare, e assaporare ancora una volta, l’opportunità della tua, e mia, irrevocabile scelta.
Vorrei cioè, prima che sia troppo tardi, considerare le rispettive qualità e difetti, le rispettive situazioni, gusti, abitudini, desideri. I quali realizzano, te ne sei mai resa conto?, una coincidenza fortunata come non mai.
Per cominciare, la posizione sociale. Tu, professoressa di francese alle scuole medie, io produttore di vini. Io, operatore economico, come si usa dire, e tu intellettuale. Difficilmente, per fortuna, potremmo intenderci fino in fondo, rimarrà sempre una barriera, una cortina di separazione che la buona volontà, da una parte o dall’altra, non potrà mai superare.
Pensa al problema degli amici, per esempio. I miei amici sono gente civile e brava, però semplice. Non intendo dire proprio ignoranti, c’è tra gli altri un noto avvocato, un dottore in agricoltura, un maggiore in pensione. Ma nessuno ha problemi complicati, in genere amano la buona tavola, e non sono contrari, te lo assicuro, alle storielle un po’ grasse. In loro compagnia, mi par già di vederti, farai dei gran sbadigli, dissimulati magari, data la tua raffinata educazione. E ben difficilmente ti ci abituerai. Tu sei una creatura piena di temperamento, la pazienza e la tolleranza del prossimo non sono il tuo forte, anche per questo ho perso la testa per te. Ora senti una cosa, anche se non c’entra: se tu riuscissi a partire col primo treno di sabato, così da poter essere qui entro domenica sera, non sarebbe magnifico?
Anime gemelle, dicevi. E io ti do ragione. La affinità tra due persone non significa uguaglianza, o stretta somiglianza. Al contrario: L’esperienza insegna che significa il contrario. Come nel nostro caso. Tu docente di francese, io vinattiere, come nei primi tempi, sia pure scherzando, ti sei divertita a definirmi. Ti dirò che in Argentina non ho intenzione di tornare mai più. Mi è bastata. Ho liquidato le piantagioni ereditate da mio zio a Mendoza e non mi muoverò più dalla mia terra, almeno spero. Soltanto qui potrei essere felice. Io so, nello stesso tempo, che vivere in campagna, anche se continuerai a insegnare facendo la spola con la città vicina, ti metterà addosso la malinconia. E questa, te lo assicuro, è proprio la campagna al cento per cento. Non c’è dubbio che fin dai primi tempi morderai il freno. Ma ecco, in questo istante mi viene in mente la tua bocca, quando la tieni socchiusa come le bambine, quasi aspettando qualche cosa. Dirai che sono banale, – quante volte anzi avrai occasioni di ripetermelo – ma nelle tue labbra così tenere, appena sbocciate, si è rannicchiato il demonio, o chi per esso. È dalla tua bocca, te lo confesso, che ho cominciato a perdere la testa.
La casa. La mia è abbastanza grande e confortevole – proprio di recente ho rimesso a nuovo i tre bagni, – però molto diversa dalla tua. I mobili sono ancora quelli dei nonni, dei bisnonni, dei trisavoli. Cambiarli, ti confesso, mi sembrerebbe un sacrilegio, come rovesciare una tomba. A te invece piace Gropios – è giusto il nome scritto così? scusami se è sbagliato, lo sai che ho fatto appena la terza ginnasiale – e a te piacciono i divani, le poltrone, le lampade progettate dagli architetti famosi. Tutto lucido, efficiente, essenziale, ortopedico (non si dice forse così?). In mezzo a tutto questo vecchiume che – lo capisco anche io – non può avere la pretesa di essere di supremo gusto, tu come ti sentirai? Basta pensare all’odore che emanano queste stanze, di umido, di buona polvere, di campagna, di bicocca solitaria, e che io amo tanto, scusami. Figurati, tu ti sentirai ricoprire tutta di muffa. Ti sentirai una straniera. Ti chiuderai in te stessa come un riccio. Vieni, vieni, anima mia.
E il temperamento? Io bonario, espansivo, allegrone, qualche volta eccessivo, me ne rendo conto, ma è più forte di me. Tu educata dalle suore francesi di Saint-Etienne, di famiglia aristocratica che se ridotta economicamente al meno (dirai che sono un cafone a scriverti brutalmente queste cose ma, credimi, è meglio così), abituata a una società di gente colta, raffinata, dove si fanno discorsi elevati d’arte, di letteratura, di politica (e anche i pettegolezzi hanno una certa loro speciale eleganza). Io campagnolo, che ha letto sì Manzoni, Tolstoi, e Sienkiewicz, ma riconosce la propria inferiorità culturale. Tu piena di scrupoli, di ritegni, sdegnosa, non vorrei dire altezzosa (però che pelle stupenda hai, appena a toccarti vengono i brividi, te lo ha mai detto nessuno?, che ingenuo sono, chissà quanti te lo avranno detto), tu arricci il delizioso nasino a una parola sbagliata. Da me, chissà quante ne avrai. Non è straordinario tutto questo? Dammi un bacetto, creatura, mettimi il broncio.
Altra cosa. Tu sei abituata alla grande città. Una volta mi hai detto che il rombo delle auto, dei camion, le sirene delle autoambulanze, il cigolio dei tram erano per te come delle droghe, che ti rendevano più facile il lavoro di giorno e in compenso alla sera ti conciliavano il sonno. Tu sei insomma un temperamento metropolitano pieno di elettricità, per così dire. Qui, al contrario, c’è una quiete assoluta; che alle volte fa girare le scatole persino a me (te lo garantisco). Di notte, poi! Soltanto la voce degli alberi, quando c’è vento, il ticchettio delle gocce sul tetto, quando c’è la pioggia, i lontani latrati dei cani, quando c’è la luna. No no, tu mai potrai farci l’abitudine. E allora prevedo già i nervi, le rispostacce, l’irritabilità, l’insopportazione. Ci pensi, che bello? Guarda che le pubblicazioni sono già state fatte da un pezzo. Il parroco è disposto a sposarci anche lunedì mattina, basta che tu arrivi in tempo.
Di più. Io amo il calcio, cosa aborrita da te. Io sono un vecchio tifoso della Juventus e la domenica sera, se le cose vanno male, perdo perfino l’appetito. Con gli amici, lo immaginerai, si parla a lungo di queste cose, anche durante la settimana. A te, suppongo, verrà semplicemente la nausea. La sera tu mi guarderai in quel certo modo, come si guarda un verme che striscia per terra. Alla sera finiremo per litigare, prevedo che anche dalla tua cara boccuccia uscirà qualche brutta parola. A proposito: alle nozze, si intende, puoi invitare chi credi, potranno dormire all’albergo delle Terme qui vicino, che ha tutto in ordine. A spese mie, naturalmente. I miei parenti, te lo annuncio fin d’ora, saranno una quarantina come minimo. Vieni qua, coccolina, lascia che ti stringa a me, mi piace da morire quando tu metti il muso.
Certo, nella grande città, le abitudini sono diverse. Quando non vai al cinema (a proposito hai visto Waterloo?, a me è piaciuto moltissimo), ti ritrovi con qualche amica, vero?, discutere i problemi della scuola, le programmazioni, fate quel che si dice un lavoro di gruppo, vi sentite cervelli superiori, non è forse così? La sera, mi pare di avertelo già detto, a me piace passarla davanti la televisione, una spaventosa abitudine, vero? Intendiamoci. Io sono disposto, di tanto in tanto, ad accompagnarti qualche sera in città, tesoro mio. Guarda però che la televisione è peggio di quanto immagini tu (che ti sei sempre rifiutata di vederla perché la vede anche la tua portinaia).
Alla sera, perché nascondertelo?, qualche volta vedrai anche tu la partita. Maledirai, lo immagino. Ti rannicchierai sul divano, nell’angolo, sotto una piccola abat-jour, leggendo Teilhard du Chardin (ho sbagliato a scriverlo, il nome?). Su, amore mio, prendi l’aereo, prendi il razzo interplanetario, il tappeto volante. Non vedo l’ora. Non ne posso più. Vieni, tesoro, te lo giuro, saremo infelici.

“Lettera d’amore”, Le notti difficili, Dino Buzzati.