Fisica della malinconia, Georgi Gospodinov.

1Per la seconda rilettura, ho scelto uno tra i libri che mi stanno più a cuore: Fisica della malinconia di Georgi Gospodinov. È stato uno di quei libri cui si arriva per puro caso, vi arrivai per puro caso in un pomeriggio di una manciata di anni fa sedotta dal titolo. Per un titolo così, inutile dirlo, la curiosità si accende in un attimo, la mia soprattutto. Non conoscevo l’autore, non avevo ancora letto la sinossi, non avevo la più pallida idea di cosa potesse parlare, l’attrazione immediata fu accalorata dal titolo e dalla copertina che mostrava un’immagine, dal carattere antico, raffigurante una donna e un bambino dalla testa animale seduto nel suo grembo. Leggendolo, poi, fui lieta di aver seguito l’istinto e ancora oggi rappresenta un’insenatura importante nella quale riposare.

Innanzitutto, va detto che parliamo di un autore contemporaneo, cosa inusuale per me che sono abituata ad autori più datati. Gospodinov è uno scrittore bulgaro che ha esordito negli anni ’90 con due raccolte di poesie, riscuotendo un certo consenso da parte della critica letteraria nazionale, fino ad arrivare nel 1999 ad esordire col romanzo “Romanzo Naturale” che confermerà ancor più il suo valore di scrittore vincendo il premio “Razvitie” per il romanzo bulgaro contemporaneo a cui seguiranno poi svariate traduzioni in svariati Paesi. In Italia, nel 2007, è la casa editrice Voland a proporlo con Romanzo naturale e a pubblicare in seguito altre sue opere come “…e altre storie”, “Fisica della malinconia e “E tutto divenne luna”. Fisica della malinconia è al momento l’unico di cui abbia una conoscenza diretta ed è un libro che non corrisponde all’idea di romanzo in purezza perché ha, invero, una struttura dall’ampio respiro che non si cristallizza in un solo genere e, soprattutto, non ha un’intelaiatura regolare e conforme nella sua composizione. Una delle sue frasi più belle, infatti, che lo caratterizza e che l’autore affida ad un personaggio in particolare e particolare di per sé, alter ego dello stesso Gospodinov, Gaustìn, è: “I generi puri non mi interessano. Il romanzo non è ariano”. Con questa frase, e in questa veste liberativa, Gospodinov si svincola dalle costruzioni solite e crea un personalissimo espediente di riscoperta, permettendosi un riversamento totale all’interno delle pagine che avverrà tramite i ricordi, le riflessioni, le ideologie, gli sguardi ai decenni che ha vissuto e che cerca di salvare attraverso fotografie scritte che raccontano della sua crescita, della sua patria, delle storie che l’hanno accresciuta e che hanno formato tutti coloro i quali che ha conosciuto o che ha soltanto intravisto nel suo perdersi per i “corridoi laterali” delle loro menti, scrigni dischiusi quel tanto che basta ad un bambino per entrarvi senza rubare nulla, ammirandone i tesori. Azzarderei che tale costruzione ha delle vaghe venature agiografiche, laddove però nel concetto di santità s’investa attraverso una scorporazione dal suo significato più aderente per venire così assorbita dalla sacralità del racconto storico, autobiografico e conservativo.

In questo snodolo di storie, sono due le nervature più definenti sulle quali si tiene in equilibrio il libro: la prima è l’empatia, considerata come una vera e propria affezione attraverso una diagnosi, che va, via via, a incastrarsi nella seconda che è, invece, affidata all’autoidentificazione, tramite l’empatismo, nel mito greco del Minotauro. A sua volta, il mito del Minotauro, e la sua quasi personificazione nella voce narrante dello scrittore, porta in essere altre due tematiche che sono il labirinto personale di ognuno, fatto di memorie e angoli bui inespressi, che può essere percorso e quindi scoperto, e la colpa  che lo stesso Minotauro, ovvero l’essere umano, sconta senza che abbia una parte attiva nella causa scatenante: “Io sono il Minotauro e non sono assetato di sangue, non voglio divorare sette giovani e sette fanciulle ogni volta, non so perché sono rinchiuso, non ho alcuna colpa… E ho una paura bestiale del buio”. A tutti, quindi, un giorno o l’altro, potrebbe capitare di sentirsi Minotauri, mostri generati da macchie altrui e relegati, soli e impauriti, nel buio labirintico che diverrà dimora senza che mai una risposta o una rassicurazione possano giungere a rischiarare. È questa, probabilmente, la forza motrice che non permette all’autore di proporre un racconto lineare perché “nessun labirinto e nessuna storia è lineare”. Nella sua non linearità, l’intero libro si trasforma in un’esperienza condivisa con il lettore che passeggerà altrettanto per le viuzze interne dell’enorme parco giochi di memorie, malinconie e vicende personali del narratore. L’importanza che è conferita a tali memorie è che daranno origine a un autentico viaggio interpersonale che diverrà, consolidandosi, un reale lascito scritto, “per non dimenticare”, attento alle scelte, ai gesti e alle azioni compiute o meno da ogni singola persona descritta dimodoché si compisse il percorso di intere generazioni passate, presenti e future.

Per via di queste concatenazioni di eventi e ricordi, che prima sono esperienze, poi diventano meditazioni e ragionamenti, poi ancora virano sui sentimenti, di tanto in tanto si perde attrito tra un paragrafo e l’altro durante la lettura. Parrebbe quasi di perdere il filo (che la stessa Arianna, nel mito, porse a Teseo) del discorso, procedendo, ma quando accade non accade perché dal mito ci si allontana, piuttosto è l’empatia che aleggia nella leggerezza descrittiva e riflessiva del ricordo che ci inghiotte nella singolarità del momento come se ne stessimo prendendo parte, prima di riaverci e renderci conto che anche la più apparentemente lontana digressione non è per nulla così distaccata dal labirinto e dal girovagare nelle sue varie stratificazioni emotive. Non a caso, quanto di più vicino all’idea di labirinto vi è il cervello, ancora oggi misconosciuto nelle sue sinuosità cerebrali. Il mito del Minotauro, in sostanza, tiene saldo il viaggio macroscopico dell’intera opera, che racchiude l’analisi e le osservazioni sul piano umanistico, ed al suo interno si inframezza il viaggio microscopico emozionale del bambino, del ragazzo e dell’adulto che peregrina nel proprio Io.

Gradualmente, il bambino diventa uomo e anche i suoi ricordi acquistano una precisione realistica più compatta che, però, poco alla volta, scemeranno sempre più. Il bimbo preda di empatie feroci che veniva risucchiato contro la sua volontà all’indietro nei tagli, nelle ferite e nei dolori altrui, con conseguenti solitudini inflitte e mancati rapporti umani, diventa un uomo melanconico che non si perde più nei “corridoi laterali” degli altri, là dove un tempo andava dimorando senza averne controllo, ma ripercorre i suoi sino ad arrivare, invecchiando, a diventare un “compratore di storie” per sublimare la perdita di tale capacità di immedesimazione. I suoi ricordi, impressi su carta per non essere perduti, diventano così un collezionismo surrogato per far fronte alla disempatizzazione e per “salvare cose e parole”. Riesamina, dunque, all’interno del mito, guerre, primi amori, indigenze, eventi familiari, segreti, la guerra e il Muro, la povertà, le prime invenzioni post-guerra, la rivoluzione sessuale, gli anni ‘80 e ‘90, le stesse tradizioni bulgare ecc. ecc., formando uno spaccato culturale e privato abbastanza consistente che perdere sarebbe un peccato. “L’invecchiamento di un empatico è un processo strano e doloroso. I corridoi verso gli altri e le loro storie, un tempo aperti, oggi risultano murati” ed è per questo che l’autore diventa un moderno Noè che, preda dell’abitudine che è la vecchiaia, salva nella sua arca, letteralmente, storie.

Fisica della malinconia va letto lentamente, lasciando che i cimeli individuali compongano, tessera dopo tessera, l’interezza del mosaico. Allontanarsi, dopo essersi avvicinati, è importante tanto quanto avvicinarsi per capire qual è il posto delle singole emozioni che compongono ogni singolo essere umano e con lui tutti gli altri singoli esseri umani che hanno costituito la loro storia ed anche la nostra. Personalmente credo anche che sia un libro paradossalmente sfuggente alle parole nonostante ne contenga moltissime perché non è affatto semplice, scrivendone, catturare l’essenza del ciclo vitale di un essere umano che prima nell’infanzia, poi nella giovinezza e infine nella vecchiaia si specchia nello scorrere delle primavere fiorenti, delle estati risveglianti, per finire nella caducità fioca dell’autunno. C’è sempre quel qualcosa di impalpabile che si sottrae alla spiegazione e non si riesce ad esternarlo quanto si vorrebbe. Ciò nonostante, è un libro pervaso da una poetica opalescente che soltanto se letto può essere ammirata: parlarne è immiserirlo, se non fosse per la sua bellezza, se non fosse per la sua fragilità.

Diceria dell’untore, Gesualdo Bufalino.

3Avviene spesso, nella vita, che ci siano autori ai quali ci si affeziona più degli altri, accade imprescindibilmente un po’ a chiunque, prima o poi, di leggere un autore e sentirlo particolarmente affine, di avvertire nella sua scrittura lembi di incertezze simili alle nostre più di quanto non avremmo sperato, pensato, immaginato. Avviene una coincidenza nello specchio nettato dallo scrittore di consistenze similari che scaturiscono, prima ancora che dal senso degli scritti, dall’autore stesso, che sia uomo o che sia donna, e se ne riconoscono i tratti antropici rassomiglianti sparpagliati nelle pagine che ci fanno sentire raccolti dal terreno che abitiamo per essere invitati a conoscere un terreno poco più lontano, con un fondo di metaforiche analogie emotive che smettono di apparire disumanamente dissimili e lontane. È passato troppo tempo perché io ricordi come sia effettivamente arrivata a scoprire Bufalino, a leggerlo, a tentare di carpirne l’essenza introversa e schiva, non saprei davvero dire con esattezza cosa abbia influito perché nascesse, in seguito, una singolare tenerezza verso questo scrittore rintanato, sta di fatto che credo fermamente meriti, ancor’oggi, qualche parola, pacata e paziente, che non permetta alla luminosità polverosa dei suoi scritti di oscurarsi.

In un’intervista del 1977, “Bufalino, dicerie intorno a uno scrittore”, curata da M. P. Farinella e R. Minore, che si può ascoltare su Rai Cultura, tutto ciò che intendo per affinità verso l’autore, risalta perfettamente. Nell’intervista ci viene sì presentato “il caso letterario” di Bufalino ma al contempo ci viene concesso di posare l’occhio sull’affresco personale del “collezionista di ricordi, del seduttore di spettri” che era l’uomo dietro alle sue parole di scrittore. Gesualdo è stato un uomo, per quel che ci è concesso di sapere, che per lunghissimi anni ha formato, protetto dalla torre d’avorio dei suoi scritti, dei suoi ricordi, delle sue memorie, dei suoi libri e della sua solitudine, ed in silenzio, l’arte della sua scrittura mentre il suo quotidiano si riversava nell’insegnamento in un istituto magistrale. L’idea di un’eventuale pubblicazione dei suoi scritti, per lui, non era altro che “scheggiarsi, disseminarsi in mille specchi che sono le coscienze dei lettori, è una frantumazione, è un modo di frantumarsi che ha una sua sinistra tristezza che io ho voluto finora evitare, anche perché, in fondo, quando uno scrive e scrive per sé solo può abbandonarsi ai suoi vizi e ai suoi eccessi più straordinari senza temere né giudizi di critici né intrusioni di lettori e quindi con un beato senso di impunità” e questo, probabilmente, affiorava per via della sua riservatezza, per quel suo essere “come quei marinai che si sono affezionati allo scoglio dove hanno fatto naufragio e non sono del tutto riconoscenti alla nave che li viene a salvare” consapevole di quanto fosse un “alibi della vanità” nel momento in cui la pubblicazione avvenne sul serio. Abbiamo dinanzi, dunque, un uomo arroccato nel suo intimo, a Comiso, suo avamposto natale, che si contrappone per antonomasia al fervore delle riconoscenze pubbliche, al pubblico gaudio che, spesso, comporta più tormenti che soddisfazioni. Bufalino, infatti, si rivela al pubblico tardivamente, solo all’età di 61 anni il suo velo anarchico di riserbo e silenzio viene snudato, grazie al romanzo la Diceria dell’untore, che nel 1981, anno del suo debutto letterario, gli valse il premio Campiello. Dall’intervista, la stessa Elvira Sellerio, suo editore, ci racconta di quando prima della pubblicazione di “Comiso ieri”, libro di vecchie fotografie locali, le venne presentato anche un testo a supporto, di questo professore locale, scritto elegantemente e con una tale padronanza linguistica che non poté passare inosservato, al punto che persino Sciascia, discutendone, fu d’accordo in un tentativo di scoperta. Elvira sosteneva che una tale competenza lessicale non poteva che nascondere un autore, seppur inemerso, ed ebbe ragione: Bufalino, aveva ben due manoscritti portati a compimento e fu così che venne, infine, ‘smascherato’. Un esordio in un certo senso rimpianto perché, dopotutto, come si evince dalle sue stesse parole, “con un po’ di pazienza io avrei esordito felicemente da postumo, che è la sorte più bella”. Nacque, quindi, nacque per il pubblico, per la critica, uno di quegli autori che in poco più di un decennio divenne parte di quegli stessi classici che amava leggere. Questo non cambiò molto la sua esistenza, dovette certo imparare a gestire la popolarità, le intrusioni esterne alla sua tranquillità, ma la sua vita restò per lo più invariata, nelle sue abitudini e nei suoi angoli.

La Diceria dell’untore viene alla luce dal ricordo, o per meglio dire da un’esperienza dolorosa di vita di Gesualdo che nel 1944 si ammala di tisi ed è costretto ad una degenza di due lunghi anni in due diversi sanatori. Sarà questo il fulcro cardine del romanzo, più volte riscritto negli anni, dopo la sua prima stesura. La storia, con un’ombra autobiografica, si svolge per l’appunto in un sanatorio siciliano della Conca d’Oro, la Rocca, ove questo giovane ammalato dovrà fare i conti col fantasma onnipresente della morte a raschiargli in gola un sapore dolciastro di sangue, dividendo lo spazio del suo corpo smagrito con altri morti o pretendenti tali. La vita, in sanatorio, era piuttosto un’illusione temporale, si incuneava nell’eterna attesa falciante della Grande Signora, con il suo sibilo freddo dietro la nuca come monito alle allegrezze, alle spensieratezze, ai sogni; non si sognava, alla Rocca, una vita colma, si sognava, semmai, una colmità che da dietro l’esistenza potesse in qualche modo portare una parvenza di normalità, “Che altro eravamo, del resto, noi qui della Rocca, se non, ciascuno, un guardiano di faro scordato dagli uomini sopra uno scoglio di Mala Speranza?”; non era semplice vivere in quell’aura di morte, non era semplice avvertire il male espandersi nel petto, non era semplice avere una comunanza umana con i suoi abitanti che non fosse permeata di disfatte e scadenze ben precise. Eppure, nonostante tutto, l’uomo resta vivo, vive perché occupa il suo spazio e nello spazio del suo corpo macilento la vita non è meno vita di una vita progettuale, sana, rischiosa, come lo è per i mortali senza affezioni. Accade addirittura, un giorno, che la febbre, che lo stato febbricitante onnipresente della fronte, non provenga immediatamente dal male che buca sempre più a fondo nella carne, accade che si irradi dai sensi, da un’ebrezza scatenata da un corpo, un corpo morente, caldo, che si mostra nelle sue venature bluastre in un ballo, e che si impigli sotto la pelle trasformandosi in esaltazione, diventando una ballata sottile di cigno sofferente che rinfocola gli entusiasmi, le energie. Accade l’amore, alla Rocca, accade l’amore al giovane protagonista che si sente d’un tratto sperlato come un rosario sgranato dalle effusioni. Marta, un miscuglio, Marta, di sottigliezze e racconti costellati di dettagli inventati che non rendono meno reali le sue parole, che anzi vengono fuori dalla sua bocca esangue più dolci, rilucenti di nascondigli dell’animo dove non si sa mai se a parlare sia il cuore o l’asprezza di una condanna. Una storia, una diceria appunto, quel “troppo discorrere intorno a persona o cosa” che finirà in un rimorso, nel rimorso d’essere ancora in vita “in una condizione così teatrale, in bilico tra vanagloria e spavento”.

Quando lessi la Diceria per la prima volta non fu affatto semplice, molto più spaesata di adesso percepivo in modo totalizzante una cultura sconfinata, percepivo riferimenti per cui non possedevo strumenti adatti a coglierli ma quello che riuscì nel non farmi desistere fu la prosa. La prosa della Diceria non è una prosa complessa, non è incomprensibile perché incavata in iperboli dilatanti e fuorvianti, ma ha dentature di virtuosismi mordenti come non mi era ancora capitato, allora, di leggere. L’intero romanzo è pervaso da un perenne suono d’anticaglie, dal sapore primitivo di una lingua malleabile perché compresa, studiata, assimilata, ogni pagina è vitalizzata, per contrasto alla morte, dal manto di un linguaggio rotondo e florido come una giovane donna inondata dal sole del sud a mezzogiorno, fuori da un granaio. Se la Luna, lassù, guardata e afferrata come fosse una moneta, non dovesse bastare a rendere la precisione di uno scrittore e per questo leggerlo, che basti l’aver precisamente dato senso a quella sensazione straniante di chi soffre e si trova costretto a sentire che “è difficile stare morto fra i vivi”.